Carmine Pacente (Pd): “L’Europa deve essere più vicina alle città e alle persone”

Carmine Pacente, candidato con il Pd alle elezioni europee, spiega in un'intervista a Ci Siamo come l'Europa vada cambiata dall'interno nella prossima legislatura.

Carmine Pacente (Facebook)
Carmine Pacente, candidato con il Pd alle elezioni europee, spiega in un'intervista a Ci Siamo come l'Europa vada cambiata dall'interno nella prossima legislatura.

Carmine Pacente è candidato al Parlamento Europeo nella circoscrizione di Nord-ovest con il Partito Democratico. Da due anni e mezzo è Consigliere comunale a Milano, e ha presieduto la Commissione sulle politiche europee a Palazzo Marino. In un’intervista a Ci Siamo spiega in che modo l’Europa vada cambiata dall’interno.

Come ha percepito l’Europa negli ultimi 5 anni?

L’Europa per me non rappresenta soltanto un impegno elettorale di queste poche settimane di campagna elettorale. Per me l’Europa è diventata una vera e propria ragione di vita. Professionalmente mi occupo di politiche di sviluppo nell’Unione Europea e di fondi dell’Unione Europea da 10 anni e negli ultimi due anni lo sto facendo anche con un ruolo istituzionale nel Comune di Milano. Secondo me l’Europa deve cambiare, ma deve cambiare all’interno, senza demagogia e populismo, e senza dire che bisogna uscire dall’euro o della famiglia europea.

Il nostro Paese stando nella famiglia Europea ha moltissimi vantaggi, anche da un punto di vista economico e sono facilmente dimostrabili. Nonostante i nostri competitori, soprattutto i colleghi della Lega, continuino a dire che noi diamo più di quanto prendiamo da Bruxelles, cosa vera, si può facilmente dimostrare che anche da un punto di vista economico noi abbiamo dei vantaggi enormi a far parte dell’Unione Europea. Paesi importanti come la Gran Bretagna, che pochi anni fa ha votato per uscire, ha improvvisamente cambiato parere perché si è resa conto dove la sua economia finirebbe se dovesse lasciare l’Unione Europea. Infatti sta prorogando di settimana in settimana, di mese in mese, la permanenza dell’Unione perché non stanno a questo punto che pesci prendere rispetto a una decisione che tardivamente si sono resi conto essere completamente sbagliata.

Innanzitutto l’Europa deve essere cambiata ma dall’interno e questa è una cosa fondamentale. C’è bisogno di un’Europa che deve essere più vicina alle città, alle persone, alle nostre periferie e quartieri. Infatti la mia campagna è “l’Europa delle città e delle persone”. Pochissimi sanno che un terzo del bilancio europeo è dedicato alla politica di coesione dell’Unione Europea. Sono fondi strutturali che servono a creare coesione economica sociale e territoriale nelle nostre regioni, città e quartieri. Se poi i Paesi siano in grado di utilizzare o meno le risorse non è colpa dell’Europa ma del Paese stesso. Per cambiare l’Europa dall’interno però bisogna anche cambiare alcuni meccanismi che in Italia non consentono di cogliere appieno le opportunità europee.


Se lei venisse eletto quali istanze porterebbe con maggiore forza?

Io lavorerei, come ho fatto in questi anni lavorando con molti parlamentari europei sia della famiglia quale appartengo sia con i colleghi del Partito Popolare Europeo, affinché più risorse siano destinate alle città e ai comuni, per fare importanti progetti di rigenerazione dei quartieri, soprattutto quelli più problematici. L’Europa si deve avvicinare ai cittadini, alle persone, visto che è percepita come una cosa lontana. Non dobbiamo parlare solo di politica estera comune anche se è molto importante ma dobbiamo portare l’Europa tra la gente. Quindi cambierei alcuni regolamenti al Parlamento Europeo per dare più soldi ai Comuni e ai nostri territori per realizzare progetti che riqualificano quartieri problematici.

Per far questo secondo lei è necessario che vengano elette persone che hanno realmente lavorato sul territorio?

Servono due cose: persone che hanno operato sul territorio e hanno esperienza di amministrazione locale, ma servono anche persone che conoscono un po’ i meccanismi europei e che ci abbiano lavorato ogni tanto. Non possiamo considerare il Parlamento Europeo come un parcheggio dove temporaneamente sistemare qualcuno che non ha trovato posto in qualche altra istituzione. Lì bisogna andarci per lavorare 5 anni e bisogna conoscere i meccanismi e le persone, perché molte cose sono fatte anche di relazione. E deve esserci un impegno serio altrimenti il nostro Paese a Bruxelles non avrà mai una voce in capitolo rispetto a quello che merita.

Quali sono stati i problemi degli ultimi cinque anni nei rapporti tra l’Unione europea e l’Italia?

Una scarsissima presenza troppo spesso disordinata dell’Italia a Bruxelles. Per difendere i propri interessi nazionali, che sono tanto più forti se difesi in sede Europea, bisogna lavorare, partecipare ai lavori di Bruxelles in Commissione Europea, in Parlamento Europeo e anche nel Consiglio dove vanno i rappresentanti degli stati membri. Quindi bisogna innanzitutto partecipare ai lavori delle Commissioni europee, e noi ci andiamo poco. In secondo luogo l’interesse nazionale si garantisce mettendo attorno a un tavolo tutti tutti gli attori a livello nazionale trovando soluzioni comuni da presentare ai nostri interlocutori europei.

Se a Bruxelles ci presentiamo in maniera disordinata come spesso accade, non facciamo a sintesi e non presidiamo anche fisicamente i luoghi delle decision,i allora chiaramente l’interesse nazionale non lo difenderemo mai. La Germania questo lo fa ed è per questo che spesso l’interesse nazionale tedesco è prevalente su quello degli altri. Perché lealmente e in modo lungimirante loro partecipano a tutti i tavoli con una voce unica portano avanti il loro interesse tentando di orientare anche le decisioni che vengono prese a Bruxelles.


Quali sono le sfide più importanti a cui si troverà davanti l’Europa?

Innanzitutto c’è la sfida ambientale. A Milano per esempio abbiamo un problema gigantesco che è quello della qualità dell’aria, ma Milano può affrontare da sola questo problema? Nonostante la buona volontà e le tante misure né Milano né la Regione Lombardia potranno mai affrontare e risolvere il problema in maniera decisiva. Bisogna farlo su scala molto più ampia e quindi c’è bisogno dell’Europa.

La seconda grande sfida è quella della coesione non solo economica ma anche sociale territoriale e bisogna sfruttare molto meglio le opportunità e le risorse che l’Europa mette a disposizione in modo tale che i territori più in ritardo di sviluppo possano crescere. Purtroppo nonostante fiumi di denaro ne abbiamo tante regioni nel nostro Paese che continuano a versare in condizioni di ritardo. Questo vuol dire che la terapia è servita molto poco, spesso non per responsabilità di Bruxelles ma per responsabilità tutte interne al nostro sistema.

Terza questione, l’Europa deve diventare player su scala globale: non possiamo immaginare di contrastare i Paesi dominanti come Stati Uniti e Russia ma anche quelli emergenti. Nemmeno la Germania può giocare da sola la partita, figuriamoci quelli più deboli come l’Italia. Che peso potrebbero avere in un mondo ormai globalizzato in cui o siamo assieme o non siamo niente?

L’Europa ha delle responsabilità nei confronti della crescita dei movimenti nazionalisti?

Assolutamente sì, infatti l’Europa va cambiata ma standone dentro. L’Unione Europea ha responsabilità rispetto alla crescita di questi movimenti nazionalisti populisti ma questi saranno comunque un fenomeno molto limitato. Noi ci facciamo condizionare sempre da quello che accade in Italia, vediamo la Lega così forte e pensiamo che sia così dovunque. In realtà non è così, e i sondaggi parlano chiaro. Il Partito Popolare Europeo sarà nettamente primo partito nel prossimo Parlamento Europeo, esattamente come oggi e come la scorsa legislatura. Queste forze nazionaliste strumentalizzano le paure dell’opinione pubblica, a volte anche un po’ in malafede, soltanto per soffiare sulla protesta. Che però potrebbe diventare anche pericolosa se non c’è nessuna proposta che la segue. Diventa soltanto qualcosa per distruggere e non per costruire.

Elisabetta Riboldi
Nata il 15 luglio 1992, ho seguito il tipico cursus honorum della letterata milanese: diploma al liceo classico G. Berchet, laurea triennale in Lettere Moderne e magistrale in Filologia Romanza presso l'Università degli Studi di Milano. Fervente appassionata di tutte le arti, curioso nelle librerie, alle mostre, nei musei; per quasi dieci anni ho seguito corsi di teatro e, in seguito, di danza ottocentesca. Ma quella stessa curiosità che mi porta a indagare l'arte e la storia mi àncora fortemente all'attualità, di cui cerco di indagare processi e retroscena.