Maurizio Longhi a CiSiamo.info: «Calcio e teatro, due bellissime passioni»

Le parole di Maurizio Longhi rilasciate durante un'intervista a CiSiamo.info. I cambiamenti nel mondo del giornalismo e l'approccio con calcio e teatro.

Maurizio Longhi
Maurizio Longhi (foto Facebook)
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Giornalista eclettico, polivalente, dalle spiccate doti autoriali. La napoletanità che scorre nelle vene, una cultura che abbraccia a trecentosessanta gradi il mondo del teatro e del calcio. Maurizio Longhi si racconta a CiSiamo.info.

Maurizio Longhi, come incide il calcio nella vita di tutti i giorni?

“Il calcio è stato da sempre una mia grandissima passione, già dalla tenerissima età. Ho iniziato a sei anni a giocare in una scuola calcio, poi ho capito che mi sarebbe piaciuto raccontare le emozioni di una partita. Dopo le gare con la scuola calcio, tornavo a casa e scrivevo una cronaca, la stampavo e la portavo al primo giorno di allenamento della settimana. Anche le vicende che andavano oltre il rettangolo di gioco mi appassionavano, ricordo quando il Napoli fallì in quella estate caldissima: ero in vacanza ma avrei fatto l’impossibile per andare davanti al Tribunale a raccogliere qualche notizia, a fiutare l’aria, a sondare in prima persona le indiscrezioni che filtravano”.

“Il calcio muove le masse, è uno sport interclassista, unisce le persone di tutte le estrazioni sociali, per raccontarlo ci vuole tanta passione. A me appassiona tanto il calcio dilettantistico, ci sono tifoserie molto calde. C’è un certo campanilismo tra squadre di comuni confinanti, ci sono tanti giocatori che, dopo aver giocato anche in A ad altissimi livelli, decidono di chiudere la carriera tra i dilettanti in campionati in cui non mancano fame, agonismo e competitività”.

Dal calcio al teatro, una poliedricità unica, da cosa nasce?

“Il teatro mi ha sempre affascinato, andavo a vedere spettacoli di amici, restavo estasiato ma dicevo: Su quel palcoscenico non ci salirò mai. Non mi era mai sfiorata l’idea di cimentarmi nella recitazione, pensavo di essere totalmente inadeguato. Una domenica di qualche anno fa, mi fermò un signore molto distinto ed elegante che non sapevo essere il regista di una compagnia teatrale. Mi propose di interpretare una parte nello spettacolo che avrebbe portato in scena dopo qualche mese. Risposi che non avrei accettato ma che, per educazione, l’indomani sera mi sarei presentato alle prove solo per un saluto. Non so perché, ma qualcosa di indecifrabile mi suggeriva di non rifiutare, di provarci, lo feci e il teatro mi è entrato dentro fino a diventare una dipendenza”.

“C’è solo un rischio: di dover recitare contemporaneamente alle partite, in quei casi mi vorrei sdoppiare, a questo ci sto lavorando ma non credo che i risultati saranno confortanti. Faccio una confessione intima: a fine aprile scorso, di domenica, dovevo recitare la sera, ma nel pomeriggio c’era lo spareggio del campionato di Eccellenza, la vincitrice avrebbe festeggiato l’approdo in D. Appuntamento irrinunciabile, avevo fatto un programma contando i minuti se non i secondi per arrivare in tempo a teatro. Alla fine, sono arrivato in tempo per lo spettacolo, ma sacrificando i tempi supplementari dello spareggio, a qualcosa dovevo rinunciare”.

L’amore sviscerato verso la propria terra, una forza in più per dare il meglio di se stessi?

“È un argomento a cui sono molto sensibile, amo tantissimo Portici, la mia terra, c’è un legame indissolubile. È stato un onore servirla come addetto stampa della squadra della città, portavoce dei giovani, operatore parrocchiale e cronista di manifestazioni culturali. Quando si rende un servizio per la propria terra, parlo almeno per conto mio, si dà qualcosa in più, come se la responsabilità fosse maggiore ma nello stesso tempo anche l’orgoglio. Stare in mezzo alla propria gente è una emozione unica, sentirsi una risorsa per la propria città, ma ci deve essere qualcuno che ti faccia sentire tale, è una delle gioie più belle che si possano vivere. Quando c’è chi mi fa notare che riesco a trasmettere l’amore per la mia terra, mi rivolge il complimento più bello per me”.

Dal presente al futuro, Maurizio si immagina più attore o giornalista?

“Con un po’ di amarezza, dovrei dire nessuna delle due vesti stanti le difficoltà che ci sono in entrambi gli ambienti per emergere e affermarsi. Il teatro è diventato una passione che voglio seguitare a coltivare come tale, senza troppe pretese, dubito che possa trasformarsi in altro ma nella vita mai dire mai. Può essere che si aprano orizzonti inimmaginabili. In un tempo così difficile anche per i sogni, meglio non mettere mai limiti alla Provvidenza. Per quanto riguarda il giornalismo, è una passione che ho sempre voluto tramutare in una professione, mi auguro che possa diventare tale a tutti gli effetti senza la frustrazione di dare sempre molto e ricevere zero.

Come è cambiato il giornalismo?

“Il giornalismo è una professione nobile e intramontabile, ma purtroppo la categoria è stata svilita da editori e direttori cialtroni che pensano solo a sfruttare la passione degli altri. Mi fa rabbrividire il fatto che spesso gli sfruttatori abbiano figli della stessa età delle persone che sfruttano, gente miserabile senza coscienza”.

Il futuro del calcio e dei giornalisti sportivi?

“Faccio l’esempio tratto proprio da una vicenda del calcio dilettantistico che seguo da anni: qualche settimana fa, un giocatore ha legittimamente denunciato a mezzo social un club per il quale era tesserato per non aver rispettato gli accordi pattuiti. Se lo avessimo fatto anche noi giornalisti, senza accettare condizioni lesive della nostra dignità, probabilmente non staremmo in questa situazione così avvilente. Nel mio futuro, dunque, sogno di vedermi giornalista, ma sogno anche un ambiente depurato dalle tossine che ne inquinano l’aria e in cui si rispettino sacrifici, passione e professionalità. Addebitare i cambiamenti al progresso tecnologico è una scusa che non regge, perché far passare come una avversità ciò che invece può essere una grande opportunità”.