Il mondo della Polisportiva Olimpia Onlus, l’intervista di CiSiamo.info a Carlo Mascia

Conoscere il mondo della disabilità attraverso un viaggio all'interno del mondo della Polisportiva Olimpia Onlus: l'intervista a Carlo Mascia.

Carlo Mascia e la Polisportiva Olimpia Onlus
Carlo Mascia e la Polisportiva Olimpia Onlus (foto Facebook)

Un viaggio alla scoperta di un mondo affascinante, ricco di valori e sentimenti. Lo sport come missione di vita e di speranza. Ne abbiamo parlato con il professore Carlo Mascia, fondatore della Polisportiva Olimpia Onlus, realtà che abbraccia il mondo della disabilità e non solo. In esclusiva a CiSiamo.info, le emozioni, le speranze e tutti i progetti futuri.

Carlo Mascia, cosa rappresenta lo sport per te?

“Ho fatto l’ISEF per educazione fisica e poi ho preso la specializzazione in psicomotricità funzionale. Mio padre ha dovuto subire un’operazione al cervello e ha dovuto subire fisioterapia e mi sono avvicinato al mondo della disabilità per fargli fare riabilitazione. Ho trovato tanti ragazzi internati a non fare altro che appiccicare, colorare, quindi attività solo per far passare il tempo. Io invece ho cercato di adattare ciò che facevo nelle scuole materne a questi ragazzi. Nel 1984 ho creato la prima società sportiva con 4 ragazzi per la disciplina del nuoto e ho potuto testare l’importanza dello sport per queste persone. Ci sono persone con disabilità gravissime ed è giusto per loro avere un’attività medicalizzata. Per molti lo sport ha una grande valenza per poter avere una vita come altri, per acquisire quell’autonomia di base che serve per vivere quando il papà e la mamma non ci saranno più”.

Polisportiva Olimpia Onlus, tra le tante avventure ce n’è una che ti è rimasta particolarmente impressa?

“Quella dal 14 al 21 aprile in Brasile. Abbiamo organizzato un’attività di beach soccer, c’era Marcelo Bueno del Cagliari Soccer, tre volte campione del mondo, con personaggi come Serginho e Ronaldinho. Ho portato i miei ragazzi a giocare a Copacabana. Collaboro anche con altre due realtà internazionali: a Barcellona si chiama Special Barça e hanno Messi come testimonial, l’altra è Monaco dove hanno la Principessa Charlène come testimonial. Mi stanno dando le linee guida per portare su questa scia anche la Sardegna. Spero anche io di trovare prima o poi un personaggio influente che possa dargli l’opportunità di lavorare la mattina, giocare nel pomeriggio e avere una vita relazionale”.

Qual è l’approccio che ti ha maggiormente spaventato all’inizio di quest’avventura?

“L’approccio delle istituzioni. Purtroppo l’Italia non lavora sull’autonomia, ma sull’assistenzialismo. Per le istituzioni è meglio se le persone sono disabili e si aggravano, così hanno bisogno di assistenti o una struttura. Non c’è un percorso di riabilitazione per rendere i ragazzi autonomi o autosufficienti. Le pensioni di invalidità, di accompagnamento servirebbero per le persone disabili e invece servono per le persone che ci devono lavorare. L’istituzione vuole lavorare sulla disabilità. Sto cercando di uscire da questa situazione, sto trovando molti sponsor che mi stanno aiutando e danno un’opportunità a questi ragazzi di fare qualche esperienze che altrimenti non avrebbero potuto fare”.

Quali sono i programmi futuri per la tua associazione?

“Cercare di creare, oltre a una sinergia europea con Barcellona e Monaco – si sta aggiungendo anche la Spagna con una manifestazione dal 5 all’8 dicembre – tante opportunità per questi ragazzi. Grazie allo sport questi ragazzi escono tutti i giorni, fanno due sport, uno di mattina e uno di pomeriggio. Hanno cambiato la loro vita. Ho iniziato il mio intervento chiedendo ai bambini chi di voi ha fatto questa cosa alzi la mano destra: chi di voi è andato in Brasile? I miei hanno alzato la mano e i loro niente, lo stesso quando ho chiesto chi fosse andato a Coverciano, a Torino etc.

“Menzionando questi posti in cui siamo stati negli ultimi 40 giorni gli ho fatto capire perché siamo diversi. La diversità è che grazie allo sport stiamo girando il mondo, quello che ci sta differenziando è questo. L’handicap può fermare tutto tranne la voglia di vivere”.