Si guarisce dal Coronavirus? Decisivi i primi 15 giorni di contagio

L'esito della malattia dipenderebbe da tre elementi: l'esposizione virale, la debolezza immunitaria o uno sforzo fisico intenso nei giorni dell'incubazione

guarire dal Coronavirus
Foto: Pixabay

Guarire dal Coronavirus è possibile? Le vittime in Italia sono ormai più di 25 mila, ma come sappiamo non mancano le persone che hanno superato brillantemente la malattia, pur avendo vissuti momenti difficili. Tra i casi con esito positivo ce ne sono diversi anche di ultracentenari, a conferma di come l’età possa non essere un elemento decisivo in vista di un finale infausto.

Ma c’è chi pensa che sia possibile “prevedere” in anticipo cosa potrebbe accadere durante il decorso. Come andrà a finire potrebbe essere infatti già scritto nei primi 10-15 giorni della malattia. L’esito finale, favorevole o sfavorevole, dell’infezione da Covid-10 si decide infatti nei primi 10-15 giorni dal contagio. E tutto si giocherebbe su tre elementi cruciali: l’esposizione virale, la debolezza immunitaria o uno sforzo fisico intenso nei giorni dell’incubazione. A dimostrarlo è uno studio dell’Istituto superiore di sanità (Iss), che mette insieme il puzzle delle manifestazioni cliniche del virus, dalle forme asintomatiche alla morte.

Si può guarire dal Coronavirus? Gli elementi che possono essere decisivi

Il modello scientifico è elaborato da tre ricercatori italiani: Paolo Maria Matricardi (Charité Universitätsmedizin Berlin), Roberto Walter Dal Negro (National Centre of Pharmacoeconomics and Pharmacoepidemiology Verona) e Roberto Nisini (Reparto Immunologia, Istituto Superiore di Sanità) e proposto per la pubblicazione alla rivista Pediatric Allergy and Immunology, dove è attualmente in fase di revisione.

E’ pubblicato come pre-print sul sito preprints manuscript. Secondo il modello, dunque, l‘esito della malattia si decide nelle prime 2 settimane dal contagio e dipende dal bilancio tra la dose cumulativa di esposizione virale e l’efficacia della risposta immunitaria. Il virus può superare questo primo round se: l’immunità innata è debole (questa condizione si realizza in molti anziani e nei soggetti privi di anticorpi per difetti genetici), l’esposizione cumulativa al virus è enorme (questa situazione si realizza per esempio tra medici e operatori sanitari che hanno curato molti pazienti gravi senza le opportune protezioni) e si compie un esercizio fisico intenso e/o prolungato, con elevatissimi flussi e volumi respiratori, proprio nei giorni di incubazione immediatamente precedenti l’esordio della malattia, facilitando così la penetrazione diretta del virus nelle vie aeree inferiori e negli alveoli.

Dunque, spiegano i ricercatori, se SarsCov2 supera il blocco della immunità innata e si diffonde dalle vie aeree superiori agli alveoli già nelle prime fasi dell’infezione, allora può replicarsi senza resistenza locale, causando polmonite e rilasciando elevate quantità di antigeni. La successiva risposta immunitaria è ritardata e, incontrando grandi quantità di virus nel frattempo già replicato in moltissime copie, provoca una grave infiammazione che porta a complicazioni che spesso richiedono terapia intensiva e, in alcuni pazienti, causano il decesso.

Questo modello, rileva l’Iss, “potrà contribuire a meglio orientare provvedimenti mirati alla gestione della seconda fase della pandemia nel nostro Paese ed a stimolare la ricerca clinica”. Si tratta di “un importante passo avanti nella lotta al virus, perché mette insieme tutte le tessere di un enorme puzzle e offre ai medici, ai ricercatori e agli amministratori – conclude l’Istituto superiore di sanità – il primo ‘navigatore’ per meglio orientarsi nella prevenzione, diagnosi, sorveglianza e provvedimenti di salute pubblica“.