Farmaco gender, l’Aifa dice sì ma la patata bollente arriva in Commissione sanità

È partito il ciclo di audizioni in Commissione Sanità del Senato sul caso della triptorelina, il farmaco approvato dall'agenzia italiana che blocca la pubertà

Farmaco gender
Farmaco gender

È partito il ciclo di audizioni in Commissione Sanità del Senato sul caso della triptorelina, il farmaco approvato dall’agenzia italiana che blocca la pubertà degli adolescenti che abbiano manifestato la disforia di genere, che cioè si sentano intrappolati in un corpo a cui non corrisponde la sessualità che percepiscono.

Insomma, quella medicina blocca lo sviluppo in attesa della riassegnazione di genere che una persona dovesse decidere, maturando la scelta e stoppando l’orologio biologico, di cambiare sesso.

Divisione netta sul tema

Le implicazioni etiche del caso non hanno bisogno di particolari analisi. Il ciclo di audizioni sta esaminando giusto in queste ore il caso, anche sulla scorta del si convinto che l’Aifa aveva dato alla commercializzazione del farmaco in Italia.

Sul tema – e non poteva essere altrimenti – c’è una divisione netta quanto manichea, soprattutto sugli aspetti morali e in virtù di un radicamento della cultura cattolica ortodossa sul suolo italico che, piaccia o meno, resta dato imprescindibile per ogni faccenda legata alla sfera della sessualità. Ma esistono anche aspetti più empirici, di carattere medico sanitario, che investono la questione e ne irrobustiscono la portanza sociale.

Favorevoli e contrari

La società di adolescentologia, ad esempio (fonte Avvenire) è contraria all’utilizzo del farmaco in virtù di controindicazioni più o meno marcate. L’utilizzo contingente a singoli casi sotto assoluta tutela psicologica del percorso pare invece essere la via seguita dalla società di andrologia e medicina della sessualità dell’Osservatorio nazionale sull’Identità di genere.

La statistica sembra venire incontro alla linea dell’utilizzo: nel Regno Unito, dove pure la vicenda aveva diviso moltissimo società e mondo della medicina, si è passati dai 94 casi del 2010 agli oltre 2.500 del 2018. Tutto questo a fronte di dati che indicano la disforia di genere censita in una forbice fra il 12 ed il 27% dei post adolescenti.

La via, al di là dell’aspetto prettamente farmacologico, pare essere quella di un severo (nel senso di incisivo) approccio psicologico con il soggetto che volesse cambiar sesso e che, in sincrono, esprimesse consenso giuridicamente valido ad assumere un farmaco che, “mentre decide”, gli blocchi lo sviluppo di una sessualità che non viene recepita come propria.

Resta il problema delle tendenze al suicidio che spesso si accompagnano ai casi di riassegnazione di genere fallita perché non “incentivata” dall’uso di un farmaco che, chimicamente, blocca un processo irreversibile e pone alcune persone di fronte alla prospettiva di convivere con una “sessualità coatta”. Fra etica, medicina e politica, il caso è e resta spinosissimo.

Redazione CiSiamo
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