L’ex Ministro Paolo De Castro (Pd): “Se non ci fosse l’Europa saremmo schiacciati”

In vista delle elezioni europee del 26 maggio, CiSiamo propone un'intervista all'europarlamentare Paolo De Castro del Partito Democratico

Paolo De Castro
In vista delle elezioni europee del 26 maggio, CiSiamo propone un'intervista all'europarlamentare Paolo De Castro del Partito Democratico

In vista delle elezioni europee del 26 maggio, CiSiamo propone una serie di interviste agli europarlamentari italiani uscenti, per dare un punto di vista “interno” sul funzionamento del Parlamento Europeo.

Paolo De Castro è stato docente universitario presso l’Università degli Studi di Bologna. E’ stato tre volte Ministro dell’Agricoltura, e siede al Parlamento Europeo dal 2009 come eurodeputato del Partito Democratico.

ne parliamo in pausa pranzo

Quale futuro ci sarà per l’Europa dopo queste elezioni?

Una cosa che dobbiamo dire: non c’è questa ondata di sovranisti in avvicinamento. Esiste certamente in Italia e in Francia, ma non c’è questo dilagare. Tra l’altro abbiamo avuto anche segnali opposti, basta citare l’esempio delle elezioni vinte dall’europeista Caputova in Slovacchia. Ma ci sono state anche altre importanti elezioni, c’è stato un importante segnale che viene dalla Germania, dove le elezioni in Baviera non hanno visto una straordinaria crescita di Alternative für Deutschland, e lo stesso vale per i sovranisti spagnoli.

Stiamo parlando di movimenti che certamente crescono ma che nella più rosea delle loro previsioni non arriveranno a quel 18, 19%, mettendoli tutti insieme, con tutto il gruppo dell’Ecr, che come noto non è un gruppo antieuropeo sebbene sia eurocritico. Come d’altra parte lo siamo anche noi, del resto, ma questo non significa essere contro l’Europa. Quindi non mi aspetto che nel prossimo Parlamento Europeo una maggioranza sovranista. Ci sarà una chiara e netta maggioranza di forze europeiste. E faranno capo al partito popolare Europeo, il Ppe, al gruppo dei socialdemocratici europei, il gruppo dei liberali, l’Alde, che saranno accresciuti dai seggi, forse 22 o 23, dei nuovi deputati del gruppo di Macron, e i Verdi, che vengono dati in crescita.

Questi sono i quattro grandi gruppi europeisti, che vedranno una modifica al loro interno, ma nella somma complessiva dei parlamentari europei avranno una larga e chiara maggioranza. Bisogna ricordare che nel metodo comunitario, in Europa, non c’è una maggioranza e un’opposizione. Da che esiste il Parlamento Europeo le maggioranze si formano sui provvedimenti. Per questo non potrebbe esistere un’Europa a maggioranza e un’opposizione.

Detto ciò, non possiamo non rilevare che questa drammatica fotografia che ci sta dando il Regno Unito con la Brexit, un Paese pragmatico ed efficiente che sta facendo una brutta figura di livello planetario, dimostra come i populismi non paghino. Lì purtroppo il popolo inglese è stato raggirato dalle forze antieuropee che hanno promosso il referendum, raccontando che uscendo dall’Europa ci sarebbero state tante opportunità. Ma uscendo dall’Europa ci sono solo lacrime e sangue, disoccupazione, e aziende che scappano. Questo ormai è sotto gli occhi di tutti e si sta trasformando in quello che io chiamo lo “spot dell’Europa” più straordinario che potesse essere inventato.

Quali sono le politiche che il Pd porterà in Europa?

Si tratta delle battaglie che abbiamo portato avanti in questi anni, e che continueremo a portare avanti. Economia circolare, Europa più attenta all’ambiente, con la battaglia ad esempio contro la plastica monouso. E abbiamo combattuto per tanti successi che spesso i nostri cittadini danno per acquisiti ma sono stato frutto di grandi battaglie… basta pensare al roaming, che è acqusito come se fosse normale, ma è una vittoria dell’Europa.

E per quanto riguarda la riforma della Politica agricola comune (Pac), di cosa si tratta?

Si tratta di una riforma di cui abbiamo appena iniziato la discussione. Questa legislatura si conclude soltanto con il voto in Commissione, che non è impegnativo per chi verrà dopo di noi. Però il dibattito è iniziato, del resto la proposta è arrivata solo nel giugno del 2018, quindi il tempo non ci sarebbe stato per concludere la riforma entro questa legislatura.

Ci sono molte cose positive che abbiamo evidenziato, che vanno nella direzione di una maggiore flessibilità verso gli Stati membri, di un criterio di sussidiarità più spinto, in direzione di una maggiore attenzione ambientale. Ci sono però anche cose che destano preoccupazione, e che hanno portato molti deputati a votare contro anche in Commissione agricoltura. La preoccupazione è quella di un’architettura istituzionale che disegna questa riforma attribuendo troppo potere agli Stati membri svuotando le istituzioni europee.

Quindi una sorta di rinazionalizzazione della politca agricola che a noi non piace, proprio perché potrebbe essere l’anticamera di distorsione di concorrenza tra gli Stati membri, di confinanziamento di tutta la Pac, quindi una riduzione dei sostegni a questa politica. E’ una riforma che centralizza nelle mani dello Stato i piani strategici. Così si toglierebbe alle regioni quello spazio di manovra che invece in tanti anni attraverso i piani regionali ha costituito e costituisce un’opportuinità di legare le politiche al territorio, di avvicinare e politche ai bisogni dei cittadini e delle imprese sui territori. Tutto questo ci preoccupa e riteniamo che debba essere ulteriormente rafforzato e corretto nei dibattiti e nei negoziati che dovranno riprendere nella prossima legislatura europea.

Parlando del contrasto alle pratiche commerciali sleali, in cosa consiste il provvedimento?

Questa legislatura verrà ricordata per questo importante provvedimento legislativo. Aspettavamo da oltre dieci anni che la Commissione mettesse sul nostro tavolo una proposta di direttiva che affrontasse il tema del potere commerciale all’interno della catena agroalimentare. Questo potere è molto sbilanciato: ci sono attori che hanno molto più forza di mercato di altri, in particolare sono i grandi centrali d’acquisto, i grandi ipermercati e supermercati, penso a catene come Carrefour, Auchan, Lidle… e le nostrane Coop, che sono senz’altro più piccole dei colossi europei, ma sono comunque più grandi delle imprese agricole alimentari e industriali.

E in questo sbilancio di potere si sono nascoste tante pratiche commerciali sleali: pagamenti ritardati, per servizi non richiesti, per prodotti invenduti. O ancora annullamento di ordini all’ultimo minuto, e in chiave italiana anche le aste doppio ribasso. Tutte pratiche che fino ad ora erano in qualche modo subite dai fornitori, senza possibilità di difendersi anche perché: chi si mette contro l’acquirente che compra magari tutta la produzione di un’azienda?

Da questo punto di vista la direttiva introducendo l‘anonimato nella denuncia e obbligando gli Stati membri a costituire delle autority di garanzia, ha creato le condizioni perché l’effetto paura venga superato attraverso la denuncia anonima. La speranza è che questa direttiva sia veramente un primo importante passo per riequilibrare il potere all’interno della catena agroalimentare.

Oggi infatti l’azienda fornitrice che subisce una pratica sleale può in maniera anonima far arrivare la sua denuncia, da cui scatta un’immediata ispezione in tempi ragionevoli da parte dell’autorità di contrasto. E l’autorità di contrasto può, secondo i poteri che abbiamo conferito con la direttiva, intervenire sul cliente per richiedere tutte le informazioni relative all’aspetto commerciale. Se dovesse avere conferma scatta un’immediata richiesta di mediazione. Ese poi non ci si mette d’accordo c’è anche l’erogazione delle multe, che potranno essere anche molto salate, fino all’1% del fatturato.

Naturalmente è una direttiva, quindi deve essere recepita nel nostro ordinamente. L’italia vuole essere il primo Paese europeo a recepirla, quindi ci auguriamo che appena pubblicata in Gazzetta ufficiale immediatamente l’Italia parta nella manovra di recepimento. E ci auguriamo che entro quest’anno possa finire questo iter e arrivare al primo gennaio del prossimo anno con una novità concreta, grazie all’Europa a favore delle nostre imprese.

Come è possibile, invece, tutelare il Made in Italy?

Grazie alle norme europee noi abbiamo una tutela molto forte dentro i confini dell’Unione. E’ grazie all’Europa che le denominazioni DOP IGP esistono. Queste produzioni hanno una valenza giuridica efficace sul territorio europeo. Quindi non possono più essere messi sullo scaffale prodotto come il “Parmesan”, o come tanti prodotti a denominazione controllata copiati con simbologie dell’Italia:bandierine, monumenti…

Grazie alla norma europea i suoi Stati membri che dovessero individuare prodotti sullo scaffale con queste caratteristiche devono – non possonointervenire ritirando i prodotti dal mercato e garantendo quindi una tutela del Made in Italy, del Made in France e di tutti i prodotti di qualità legati ai territori europei.

Cosa diverse se si parla di tutela del Made in Italy nei mercati extraeuropei. E’ ovvio che le norme europee valgono all’interno dei confini europei. In questo caso ci stiamo lavorando, e l’Europa ha fatto passi avanti anche in questa direzione, perché grazie agli accordi internazionali si cerca di estendere il più possibile queste tutele anche fuori dai confini europei. Naturalmente non tutti gli accordi internazionali hanno successo, noi siamo qui per vigilare e fare in modo che questo straordinario sistema inventato dall’Unione delle denominazioni d’origine possa essere il più rispettato e presente nei vari Paesi dove noi esportiamo il nostro Made in Italy agroalimentare.

Cosa ha significato per lei impeganrsi in prima persona in Europa?

Ha significato tutto. Avendo fatto tante esperienze nel mio Paese e avendo avuto responsabilità primarie come Ministro dell’Agricoltura in tre diversi governi, questa esperienza europea la considero un po’ un completamento di quell’esperienza fatta nel mio Paese. E rappresenta anche l’occasione per portare avanti queste battaglie che per anni hanno caratterizzato la mia attività prima di docente universitario e poi impegnato nelle istituzioni. Battaglie che mi ha segnato tanto grazie anche alla stima che riscontrato in tanti colleghi qui a Bruxelles, dando l’opportunità di avere un’incidenza a livello legislativo europeo, e questo è motivo di grande soddisfazione per cui certamente.

Credo che l’Europa sia una delle speranze del nostro futuro, pensare che i nostri problemi possano essere risolti senza l’Europa significa non conoscere né la dimensione né la difficoltà di questi problemi che l’umanità deve affronatare. Davanti alla Cina e alla Russia, se non ci fosse l’Europa saremmo schiacciati. Nessun Stato membro può avere la forza di competere in un mondo così dominato da superpotenze.

Se l’Europa fosse un unico grande Paese noi saremmo la prima potenza mondiale, la più grande quota di ricchezza prodotta al mondo, i più grandi esportatori mondiali, l’Europa dei diritti, la democrazia… sono tutte cose che ci sembrano banali perché le abbiamo conquistate e grazie all’Europa le abbiamo difese, ma senza l’Europa non è detto che riusciremmo a garantirle ancora.

Paolo De Castro ospite di Ci Siamo in Europa.

L’On. Paolo DE Castro è stato ospite, insieme all’On. Stefano Maullu, di una puntata di Ci Siamo in Europa, in onda tutti i martedì e giovedì dalle 14 alle 15.


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Elisabetta Riboldi
Nata il 15 luglio 1992, ho seguito il tipico cursus honorum della letterata milanese: diploma al liceo classico G. Berchet, laurea triennale in Lettere Moderne e magistrale in Filologia Romanza presso l'Università degli Studi di Milano. Fervente appassionata di tutte le arti, curioso nelle librerie, alle mostre, nei musei; per quasi dieci anni ho seguito corsi di teatro e, in seguito, di danza ottocentesca. Ma quella stessa curiosità che mi porta a indagare l'arte e la storia mi àncora fortemente all'attualità, di cui cerco di indagare processi e retroscena.