Crisi ma non troppo: perché Renzi deve camminare sul filo

Il rischio calcolato di Renzi, che cammina sul filo di una 'crisi, ma non troppo' perché in ballo c'è la sua sopravvivenza politica

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Matteo Renzi

Camminare sul filo, ovvero far ballare il governo senza provocare con la crisi lo scioglimento delle camere. Ci sono dei perché nella condotta di Matteo Renzi, che non è impazzito ma, al contrario, sta giocando con un rischio calcolato. Da quando è nato, alla fine di settembre, il suo nuovo partito Italia Viva quasi mai è arrivato al 5% nei sondaggi. Nell’ultima supermedia Agi/YouTrend è al 4,2, mentre soprattutto dopo la vittoria in Emilia-Romagna il Pd sta vedendo un leggero incremento. La nuova legge elettorale che ha in mente la maggioranza, il Brescellum, ha lo sbarramento al 5%; quella attuale, ovvero il Rosatellum, al 3%. In più c’è l’effetto della riforma che ha tagliato della metà i parlamentari. Si capisce insomma che alle prossime elezioni Iv rischia il massacro. Questo il dato numerico, al quale si combina quello politico.

Camminare sul filo, far ballare il governo senza provocare lo scioglimento delle camere. I perché nella condotta di Matteo Renzi

Che ci dice che, nell’equilibrio che regge il governo giallorosso, che pure Renzi ha voluto, Iv non tocca palla. Certamente al premier Giuseppe Conte, che tra l’altro ha qualche velleità di occupare lo spazio centrista, chissà se con una sua formazione politica, interessa poco il destino dei renziani. Al segretario del Pd Nicola Zingaretti invece interessa, nel senso che per ovvie ragioni preferirebbe non ce ne fosse alcuno. Impedire a Salvini di andarsi a prendere i pieni poteri la scorsa estate per il Pd ha avuto un prezzo: ha dovuto accettare, per tenere dentro l’indispensabile M5S, una sostanziale continuità con le misure ‘SalviMaio’ a suo tempo avversate del precedente esecutivo gialloverde. Se per quanto riguarda i decreti sicurezza del ‘capitano’ la cosa può stridere alle orecchie degli elettori di sinistra, se la prescrizione non sposta consensi e semmai ci penserà la Corte costituzionale, se delle trivellazioni non frega nulla a nessuno salvo ai dirimpettai dell’Adriatico che brindano, la situazione è diversa su economia e welfare.

Quota 100 e reddito di cittadinanza, che il Pd non votò e denunciava, ora vanno tutto sommato bene per un partito che è tornato su posizioni classiche. Quelle della redistribuzione ad ogni costo, anche in assenza di crescita, come architrave del consenso. Prova ne sia che la settimana scorsa, a Bruxelles, persino Paolo Gentiloni ha provato a far passare il Rdc come motore di crescita. E se il Pd sale nei sondaggi e magari alla prova delle elezioni locali, e il M5S sprofonda in entrambi, ecco il punto di caduta secondo l’attuale segreteria dem, in cui è tornato a dire la sua un Totem del Pci-Pds-Ds-Pd romano, milieu da cui viene Zingaretti, ossia Goffredo Bettini: si mette in piedi un’alleanza organica e alla fine il primo fagocita il secondo. Il che riporterà al bipolarismo, visto che dall’altra parte c’è il centrodestra salviniano: un bipolarismo a impronta populista come richiedono i risultati del voto del 2018, e in quest’ottica in mezzo deve esserci più o meno niente. Un quadro che per Renzi, che tentò di costruire una sinistra che immaginava ‘blairiana’, significa irrilevanza nel futuro e anche nel presente, dato che è in questo quadro che nascono i provvedimenti del Conte bis.

I colpi di coda dell’ex rottamatore

Renzi dunque reagisce destabilizzando una maggioranza che di suo sarebbe stabile, essendo nata per durare whatever it takes. Prova a ottenerne visibilità, certo. Ma soprattutto dovrà ottenerne altro. Ieri l’ex premier ha annunciato che la prossima settimana incontrerà Conte. Dopo le imboscate è naturale che ci si trovi faccia a faccia, e Renzi l’ha fatto capire: vediamo se dopo saremo ancora dentro o fuori. Pare che sul tavolo l’ex rottamatore metterà le nomine e un abbassamento della soglia di sbarramento del Brescellum. Vedremo cosa Conte potrà o vorrà dare. Può essere che ci sia il colpo di scena con i baci e gli abbracci. In caso contrario, Renzi potrebbe ricominciare a camminare sul filo, uscendo dalla maggioranza consapevole che con tutta probabilità questo non causerà le elezioni anticipate perché in troppi, responsabili o meno, hanno troppi motivi per non volerle. Così facendo non restituirà a Salvini il favore che questi gli fece al Papeete, ma libero da un governo che non gli piace e che probabilmente non piace agli elettori ai quali si rivolge avrà tempo di dedicarsi all’impasto di una cosa centrista. Le regionali in Puglia e in Veneto, con l’intesa tra Iv e +Europa di Emma Bonino e Azione di Carlo Calenda, sono l’antipasto. Aspettando che l’esplosione di Forza Italia regali Mara (Carfagna) e chissà chi altro.