30 anni dalla Caduta del Muro di Berlino: la fine del sogno di un mondo altro

30 anni di retorica sulla Caduta del Muro hanno cancellato il sogno di un "mondo altro". Riprenderlo è la sfida del presente.

Una delle ammonizioni filosoficamente più fortunate sull’utilità e il danno della storia per la vita (1874) trova paternità in Friedrich Nietzsche che, nella Seconda Inattuale, distingue la storia come azione storica (Geschichte) da storia (Historie) come interpretazione della Geschichte.

In merito alla seconda, con riferimento alla caduta del muro di Berlino, ha lavorato un’immane opera di semplificazione ideologica, che ha conservato nel tempo il carattere simbolico-museale della caduta del muro fisico, così come la finzione manichea della distinzione tra regno della libertà e regno dell’oppressione.

Niente più di una favola per bambini, ratificata una volta per tutte e sigillata – dopo la caduta dell’Urss – in un sarcofago impermeabile a qualunque tentativo di revisionismo storico.

I muri oltre Berlino

Nel mondo, intanto, altri muri – all’insegna della libertà – sono stati eretti. Alcuni, come in Cisgiordania, di un cemento più solido di qualunque appello alla fratellanza tra popoli. Altri di filo spinato hanno recentemente sbarrato la strada a famiglie e bambini in transito verso il sogno di una vita migliore. Tra Messico e Usa, così come tra Ungheria e Serbia, ma anche anche via mare, con la politica dei porti chiusi, si è sancita l’esistenza di migranti come vite di scarto. Prodotti che la retorica vorrebbe collaterali, ma in realtà essenziali del capitalismo contemporaneo.

La vera lezione storica del crollo

Già, a vedere la storia a partire dai suoi effetti, la sparizione del termine capitalismo dalle mappe mentali della narrazione dominante è uno dei principali prodotti della caduta del muro di Berlino. Quello che non si è capito per tempo – a distanza di trent’anni dalla caduta – è che più che rappresentare un limite per chi viveva ad Est, quel muro rappresentava un argine a quell’ordine liberal-liberista che iniziava ad imporsi ad Ovest. Caduto il quale, la gabbia d’acciaio di un mondo totalmente disincantato, non ha avuto più alcuno scrupolo nel macinare le proprie vittime sociali.

Dal Welfare State al finanz-capitalismo

Inutile oggi ricordare la lezione di Eric Hobsbawm sull’età d’oro del capitalismo novecentesco. Che negli anni ’70 con il welfare state a pieno regime insieme produceva crescita e teneva a freno la spinta centrifuga della disuguaglianza di mercato. Proprio perché la concorrenza sovietica rendeva inevitabile dotarsi anche in Occidente di importanti misure di protezione sociale. Quell’argine è svanito assieme al checkpoint Charlie, distopia incarnata del “sogno di una cosa”. Così come sono svanite, poco a poco, tutte le difese ideali di un socialismo reale troppo diverso da quello immaginato sulla carta, alle porte della Rivoluzione d’Ottobre.

Prima che una burocrazia troppo ingombrante ingrassasse tra le maglie di una lotta di classe solo pretestuosamente binaria, prendendo il potere che si voleva – sempre per ideologia – appartenere al proletariato. Quella burocrazia ha vinto – a Occidente come a Oriente – e si è riciclata in modalità diverse nello Stato Minimo occidentale così come nella Russia post-sovietica. Nel segno del minimo comune denominatore dell’elité finanz-capitalista.

Prima e dopo il crollo: la burocrazia al potere

Proprio per questo sarebbe altrettanto errato vedere, dietro la forma dell’esperienza sovietica, la sostanza di un’alternativa credibile al capitalismo. Quel sistema è capitolato – non a seguito della crisi economica – ma proprio a partire dai timidi tentativi di flessibilizzazione interna introdotti dalla perestroika di Gorbacev. Spinto il popolo a mettersi gli occhiali con lenti non distorte, è apparso subito chiaro che il surplus di oppressione del regime non era il necessario scotto da pagare per salvaguardare i risultati della rivoluzione d’Ottobre. Ma l’arma in possesso della classe burocratica per frenare e sopprimere la spinta socialista dal basso.

Dalla spinta socialista alla spinta sovranista

E oggi, ripulire quella stessa tendenza populistica che anima il sovranismo di mezza Europa, pur assorbito da fosche pretese nazional-sciovinistiche, rappresenta la più grande sfida del presente: mettere un altro muro – quello dello Stato sociale abbandonato nel Secolo Breve – tra l’impotenza dell’individuo singolo e l’onnipervasività del mercato.

Pier Paolo Tassi
33enne laureato in filosofia a Torino, da quattro anni si occupa della gestione di centri di accoglienza per richiedenti asilo. Nel tempo che resta, scrive di politica e sociale per il quotidiano Libertà, per il settimanale Corriere degli Italiani e per il blog Generazione Antigone. Ostinatamente dalla parte degli ultimi, verso i quali ha sempre nutrito curiosità e grande rispetto. Anche se a volte lo fanno veramente dannare.