Il caso Segre: il populismo e l’odio come fattore politico

Ha fatto rumore la decisione del centrodestra di astenersi sul voto in Senato per l’istituzione della commissione anti-odio a prima firma Liliana Segre, la senatrice a vita vittima, da bambina, del delirio nazista.

Un’astensione in blocco – a cui è seguita la dura reprimenda della vicepresidente della Camera Mara Carfagna (FI) – che apre le porte a disquisizioni sulla natura e i limiti del discorso politico, chiamando in causa le basi liberali del nostro ordinamento democratico.

 Si tratta – come vorrebbe la Segre, rimasta amareggiata dall’astensione – di mancata attenzione al contrasto di odio e razzismo o – come vorrebbero a destra – di una censura di stampo orwelliano su cosa si può dire e cosa no nel dibattito pubblico?

Il momento populista

 Nel mezzo, è il contesto storico-politico a fornire un quadro chiaro di una progressiva trasformazione dei gusti e delle percezioni dell’elettorato, sempre più esposto – e dunque meno critico – a contenuti social al limite, dai video contro l’invasione dei richiedenti asilo in Italia ad episodi di microcriminalità, passando per l’assegnazione delle case popolari a utenti di etnia Rom. In tutto questo, Meloni (Fdi) e Salvini (Lega), sono stati maestri, investendo – specie il secondo in campagne targhettizzate sui giovani proprio per veicolare questo tipo di contenuti – facendo leva, come denunciato da Report, proprio sulla rabbia sociale come fattore politico.

Ma, si sa, dalla rabbia all’odio il passo è breve e le recenti elezioni in Umbria, con Lega al 37% e Fdi al 10,4% hanno certificato l’efficacia di un certo tipo di comunicazione.

La lezione del voto umbro

Definirla di pancia sarebbe riduttivo: le elezioni – insegna la psicologia politica –si vincono sempre attraverso il linguaggio emotivo più che attraverso quello razionale. Quello che manca, piuttosto, in un’epoca di evidente difficoltà del liberalismo, è piuttosto la mancanza di un populismo di sinistra che possa contrastare con la stessa forza emotiva le compagini identitario-fidelistiche di estrema destra. Il M5S che, archiviata l’esperienza al governo con la Lega, avrebbe potuto farsi interprete privilegiato di questo “momento populista”, ripartendo dall’ideologia anti-sistema, ma così come il Pd ha fallito nell’identificazione di un nemico chiaro, prossimo e visibile, che a destra ha fatto le fortune di Lega e Fdi. L’oscillante posizionamento nei confronti dell’Ue, l’ondivago allearsi prima con Lega e poi con Pd, hanno fatto perdere drasticamente i consensi portando il movimento italiano anti-sistema per eccellenza alle soglie del 7,4% in Umbria. Ed è in questa debacle che si inserisce l’istituzione della Commissione Segre. Che vista da una prospettiva lata, non rappresenta altro che la sconfitta storica di una proposta politica liberale che pur facendo leva su rispetto, diritti civili e uguaglianza formale, nulla ha garantito agli elettori italiani in termini di protezione sociale e contrasto a salari da fame.

Spostare dunque, la lotta al pregiudizio e all’odio (sia esso razziale o di altro tipo) dal piano politico a quello etico, è la fotografia precisa del momento populista in cui viviamo. Un momento che può essere assorbito solo attraverso politiche attive determinanti. Non certo, con appelli morali che suonano tanto di falsa coscienza.