Tra i sommersi e i salvati: il naufragio di Lampedusa che cambia la storia del fenomeno migratorio

Prima le donne e i bambini. Nel binomio caro a Primo Levi, che ne fece i due poli di un preziosissimo saggio sulla Shoah, i Salvati della tradizione diventano i primi dei Sommersi. E questa volta nemmeno in senso metaforico. Il naufragio al largo di Lampedusa nella notte di lunedì non è la prima e non sarà l’ultima delle tragedie della rotta del Mediterraneo, ma segna una di quelle differenze di grado talmente evidenti da sconfinare in un mutamento di essenza.

L’essenza di un fenomeno migratorio (qualcuno lo chiamerebbe più volentieri traffico) che vede a pochi mesi di distanza e senza neanche troppo girarci intorno, i primi effetti del Decreto Salvini fuori dai confini nazionali. Primo: donne e bambini, primo obiettivo tradizionale dei soccorsi, sono oggi le categorie più esposte ai rischi connessi alla traversata nel Mediterraneo. E le 21 vittime di Lampedusa, 13 donne e 8 bambini dispersi, lo confermano. Secondo: la nuova joint-venture libico-tunisina che segna al nascita – sul solco del potenziamento dei servizi di Guardia Costiera libica – di un parallelo mercato illegale e probabilmente contiguo, di trafficanti internazionali.

Il naufragio di Lampedusa

Il gioco è semplice: i migranti vengono portati in mare e – a differenza di quanto accadeva quando in campo c’erano le Ong – le operazioni di salvataggio vengono portate avanti dai libici che riportano i migranti sulle coste africane invece che su quelle italiane. Un paradosso se si pensa che nella stragrande maggioranza dei casi, gli esuli scappano proprio dai centri di detenzione libici o, nel migliore dei casi, hanno pagato con tutti i soldi a loro disposizione il viaggio della speranza.

Per i trafficanti, il ritorno in Libia dei migranti è un doppio guadagno

Ma è un paradosso solo per noi, che guardiamo da fuori. Per chi vive di queste commesse illegali (spesso in connivenza con le milizie), si tratta solo di un doppio guadagno. Più sono i migranti che rientrano, più sono quelli che vorranno ripartire. Estorsione doppia, zero svantaggi. Terzo: il carattere sempre più precario e insicuro delle imbarcazioni. Anche qui, il gioco è noto: poiché i soccorsi non avvengono più automaticamente semplicemente comunicando di essere alla deriva in zona Sar, le imbarcazioni vengono danneggiate appositamente.

Ma poiché l’imbarcazione poi sarebbe destinata all’affondamento, si usano materiali sempre più poveri. E dai gommoni si è passati alle barchette di legno. Quarto: se i morti in mare sono – in termini assoluti – figli del numero degli sbarchi, la percentuale dei morti sugli arrivi totali, è figlia della qualità dei soccorsi. Ed è aumentata da 1:40 a 1:6 quando le navi delle Ong, per effetto del Decreto Salvini, non pattugliano più il mare.

Oscar Camps, fondatore di Open Arms, su Repubblica accusa: “La nostra nave era a sole 20 miglia di distanza (dall’imbarcazione con a bordo 50 migranti che si è ribaltata a largo di Lampedusa, n.d.r.). E’ orribile che una nave come la nostra non sia stata attivata per potere intervenire”. A fargli eco, Mediterranea: “Se non volete fare voi i soccorsi, liberate le nostre navi bloccate in porto da provvedimenti assurdi e lasciateci salvare vite umane”. Nel frattempo, si moltiplica il fenomeno degli sbarchi fantasma. Nessuno li registra, nessuno li conta. Ma poi – a Lampedusa – il cimitero di migranti senza nome, fa incetta di nuove bare. Otto di queste, oggi, saranno un po’ più piccole. E allora sarà ancora più difficile fare finta di niente.  

Pier Paolo Tassi
33enne laureato in filosofia a Torino, da quattro anni si occupa della gestione di centri di accoglienza per richiedenti asilo. Nel tempo che resta, scrive di politica e sociale per il quotidiano Libertà, per il settimanale Corriere degli Italiani e per il blog Generazione Antigone. Ostinatamente dalla parte degli ultimi, verso i quali ha sempre nutrito curiosità e grande rispetto. Anche se a volte lo fanno veramente dannare.