Elisabetta Gualmini: “Il mio sogno è quello di un’Europa che include le persone”

Elisabetta Gualmini, candidata per la circoscrizione Nord-Est alle elezioni europee 2019 con il Pd racconta in un'intervista a Ci Siamo il suo sogno di un'Europa sociale

Elisabetta Gualmini (Facebook)
Elisabetta Gualmini, candidata per la circoscrizione Nord-Est alle elezioni europee 2019 con il Pd racconta in un'intervista a Ci Siamo il suo sogno do un'Europa sociale

Elisabetta Gualmini è vicepresidente della Regione Emilia Romagna e la sua candidatura con il Partito Democratico alle elezioni europee viene dal sogno di un’Europa più vicina ai cittadini, un’Europa “sociale” che racconta in un’intervista a Ci Siamo.

Come ha percepito lei l’Europa negli ultimi 5 anni?

Io penso che l’europa sia un progetto da mantenere, mantenere e difendere con le unghie e con i denti. Negli ultimi, non dico cinque, ma dieci anni l’Europa ha sbagliato nello spingere troppo sul versante dell’austerity e delle politiche regolatrici e ed economiche. Penso che oggi la grande sfida sia quella di costruire un’Europa sociale, dello sviluppo sostenibile, che sia veramente un’Europa delle persone. Quindi ci sono delle cose da correggere sicuramente, ma il rischio che venga disgregato tassello dopo tassello un progetto di pace e democrazia sarebbe una sciagura ben peggiore per il nostro Paese, perché ci porterebbe ad un isolamento completo che non possiamo assolutamente permetterci.

Io avevo apprezzato durante i governi di centro-sinistra il tentativo di Letta, Renzi e Gentiloni di essere credibili e contare di più in Europa. Oggi vedo una scarsissima autorevolezza e credibilità del nostro Paese nel contesto europeo. Con un governo che di fatto critica l’Europa per poi farsi scrivere la manovra dagli stessi europei o che vota contro la revisione del Trattato di Dublino. Sono preoccupata e penso che queste elezioni siano le vere prime elezioni europee. Penso che siano una grande prova per mantenere il sogno di una società aperta, di pace rispetto alle chiusure e alla regressione dei diritti che predicano i cosiddetti sovranisti.

Secondo lei che Europa Uscirà da Queste elezioni?


Io non penso che i partiti più estremisti faranno il boom. Abbiamo una Lega chiaramente forte tra quei partiti ma non supererà i 10, 12%, quindi penso che questo possibile exploit sia molto più enfatizzato rispetto alla realtà. Spetterà ai partiti che hanno fatto la storia dell’Unione Europea, i progressisti con i socialisti democratici il partito popolare, a provare a descrivere in maniera ancora più comune l’Europa.

Il problema adesso è che siamo ancora l’Europa delle Nazioni, è ancora un’Europa intergovernativa dove contano gli Stati nazionali più che le istituzioni sovranazionali. Abbiamo un Parlamento europeo che ha troppi pochi poteri, anche se è l’istituzione di fatto eletta e che rappresenta i cittadini. Ma i Consigli di stato e di governo sono ancora le istituzioni che contano. Si tratta di costruire politiche comuni: penso all’accoglienza dei richiedenti asilo, o alla difesa comune. Bisogna lavorare per avere un’Europa più vicina alle persone, che non sia il frutto di Stati che litigano tra loro e fanno la prova per vedere chi è più forte.


Il problema quindi non è che c’è “troppa” Europa ma che ce n’è troppo poca?

Paradossalmente è così. Poi è chiaro che va spiegato, perché non siamo così ingenui da pensare che l’Europa così com’è anche con questa parte iper burocratica vada bene. Ma paradossalmente c’è bisogno di una maggiore e vera cessione di sovranità da parte dei governi all’Europa, perché su alcune materie si arrivi davvero ad un coordinamento europeo. Penso al’armonizzazione fiscale, ad esempio: non è possibile che ci siano squilibri giganteschi nei diversi Stati tra le tasse che le imprese devono pagare. O la tutela dei lavoratori, cioè il fatto che in alcuni Paesi europei i lavoratori vengono sfruttati, perché hanno un costo del lavoro bassissimo. Questo crea tutta una serie di squilibri: quindi bisogna agire sul dumping sociale sull’armonizzazione fiscale, e sull’Europa dei diritti. Penso per esempio a sussidio di disoccupazione minimo o a una misura di contrasto alla povertà minima per tutti i paesi. Si tratta di cedere più sovranità e farlo con intelligenza.

Come mai ha deciso di candidarsi?

È la mia prima candidatura e lo rivendico con molto orgoglio. E soprattutto è la mia prima campagna elettorale: io non vengo da un percorso politico ma vengo dall’Università. Ho deciso perché ho sempre vissuto e studiato in ambienti internazionali: parlo tre lingue e mi sembra di avere un profilo adeguato e competenze robuste da mettere in campo proprio nell’area Europea.

Nello specifico mi interessa dare un contributo al Parlamento Europeo anche perché durante gli anni della vicepresidenza della regione Emilia-Romagna, che è stata la mia prima esperienza di politica attiva, ho davvero potuto fare molte cose mettendo in pratica le competenze che avevo acquisito durante gli anni di studio. E ho capito che se fai delle cose risolvere i problemi dei cittadini o ad andare incontro alle loro esigenze alla fine ne guadagnano tutti. Io ho messo in piedi un reddito di solidarietà cittadini dell’Emilia-Romagna, ho lavorato molto sulle politiche per i bambini, per le famiglie e avendo questo bagaglio di esperienze molto pragmatiche ho pensato di continuare in una fase molto delicata e dare un contributo all’Unione Europea.

Se lei dovesse venire eletta di cosa vorrebbe occuparsi in particolare?

Io mi occuperei principalmente di pilastro sociale: l’Europa dei diritti e delle persone. Che vuol dire lavorare per elaborare una legge sulla non autosufficienza, ad esempio, che è il problema numero uno di un continente che già invecchiato clamorosamente come il nostro. E lavorerei molto sul minimo di livelli essenziali delle prestazioni o sulle misure per il contrasto alla povertà, quindi ad esempio per armonizzare tutti i redditi minimi di inclusione che sono presenti nei diversi Paesi europei ma molto diversificati. E lavorerei per i diritti alla riduzione delle disparità che riguardano le donne, e ancora per il terzo settore quindi per la valorizzazione di quella economia civile che rappresenta tanto dei nostri territori. Dunque principalmente lavoro e sociale i due sentieri di azione.

Secondo lei ci sono dei diritti sociali che al momento sono messi particolarmente in discussione?

Sicuramente il clima politico e culturale che stiamo respirando è un clima di chiusura e grande oscurantismo. Abbiamo un Ministro dell’Interno che si fa fotografare insieme a paesi come l’Ungheria, con un leader come Orban che predica proprio la supremazia dell’etnia bianca. E penso che siamo proprio in una fase in cui alcune forze in Europa vogliono escludere e chiudersi sempre di più. Quindi molti diritti sono in pericolo: penso ai diritti delle donne, ai diritti delle persone in maggiore disagio economico, ai diritti degli anziani. Ma anche ai diritti degli stranieri che hanno le condizioni per spostarsi dal loro paese e venire accolti. Non tutti ovviamente, ma con responsabilità.

Quali sono i diritti delle donne che vanno maggiormente tutelati e come si può farlo?

Il problema numero uno è il basso tasso di occupazione femminile. E’ indubbio che in alcuni Paesi, soprattutto del nord Europa, il tasso di occupazione sia sopra gli obiettivi fissati dall’Europa, quindi sopra al 60%. Ma in realtà in molti Paesi, come l’Italia,soprattutto in alcune regioni, l’occupazione femminile è ancora troppo bassa. Le donne hanno problemi di conciliazione tra vita familiare e lavoro, e molto spesso sono costrette a scegliere soprattutto nei paesi del Sud Europa. E c’è il problema numero due: quando finalmente si riesce a lavorare o ad entrare nel mercato del lavoro persiste un gender gap salariale. A parità di mansioni c’è differenza di compenso tra uomini e donne e questo è intollerabile. E poi persiste la difficoltà delle donne di raggiungere i vertici delle diverse carriere. Insomma, sono tante le cose su cui si può lavorare.

Qual è il suo sogno di Europa?

Il mio sogno è quello di un’Europa che include le persone. E’ quello di una cittadinanza europea piena e non solo libertà di circolazione, come adozione di una stessa moneta e grande mobilità culturale. Ma di un’Europa che fa sentire la sua presenza sulla pelle dei cittadini con istanze molto concrete. E’ un’Europa in cui diversi cittadini si arricchiscono tra di loro nella diversità senza chiusure e senza paure.

Elisabetta Riboldi
Nata il 15 luglio 1992, ho seguito il tipico cursus honorum della letterata milanese: diploma al liceo classico G. Berchet, laurea triennale in Lettere Moderne e magistrale in Filologia Romanza presso l'Università degli Studi di Milano. Fervente appassionata di tutte le arti, curioso nelle librerie, alle mostre, nei musei; per quasi dieci anni ho seguito corsi di teatro e, in seguito, di danza ottocentesca. Ma quella stessa curiosità che mi porta a indagare l'arte e la storia mi àncora fortemente all'attualità, di cui cerco di indagare processi e retroscena.