Elezioni europee 2019, il Pd rinuncia al simbolo

Carlo Calenda è soddisfatto dalla proposta di Nicola Zingaretti che ha avanzato la possibilità di una lista aperta. Tra le novità spicca la disponibilità a rinunciare al simbolo del Pd per un progetto aperto.

Congresso Pd, mai così pochi partecipanti
Congresso Pd, mai così pochi partecipanti

Elezioni europee 2019, Carlo Calenda è soddisfatto dalla proposta di Nicola Zingaretti che ha avanzato la possibilità di una lista aperta. Tra le novità spicca la disponibilità a rinunciare al simbolo del Pd per un progetto aperto. La questione del simbolo è secondaria specifica Calenda. Per l’ex Ministro dello Sviluppo Economico quello che importa è che si arrivi a costruire “una lista unitaria delle forze europeiste. Sono assolutamente disponibile a candidarmi alle elezioni europee qualora si formi una lista unitaria delle forze europeiste. La questione se insieme al nome delle lista rimangano o meno i simboli dei partiti che la comporranno non mi appassiona”.

L’opinione di Ricchetti

Matteo Richetti definisce la proposta di Zingaretti “un punto aperto sul quale abbiamo già dato ampia disponibilità. Oggi la scena politica italiana e internazionale richiede davvero una ripartenza che segni anche un nuovo inizio, anche sulle forme della politica. È un percorso che non si chiude il 26 maggio, ma le europee sono una tappa fondamentale e anche lì va messa in campo la disponibilità a costruire qualcosa di più largo del solo Pd”.

ne parliamo in pausa pranzo

Il senatore dem ha parlato della necessità di dare via a “uno spazio di coinvolgimento più ampio del solo Pd, a partire dalle europee, dove è fondamentale unire tutti coloro che fanno dell’europeismo e della democrazia un riferimento contro chi sta posizionando l’Iitalia contro e fuori dall’Ue, indebolendone democrazie e istituzioni”.

“Facciamo rete”

Richetti riferisce di “grande interesse sulla proposta di Calenda, sul movimento “Facciamo rete” di Becchetti e Magatti. Ma, oltre alle europee, c’è una riflessione che dice si vada verso la prossima Assemblea del Pd eletta alle primarie come Assemblea costituente di qualcosa di più ampio, di un grande movimento dei democratici italiani”.

Affrontare il tema del simbolo del Pd è una naturale conseguenza, dice Richetti. “Come con l’Ulivo, nel dare forma alla coalizione ci fu una gradualità anche rispetto alla presenza dei partiti. Credo si possa immaginare un simbolo nuovo che contenga le forze politiche che lo compongono ma non solo, anche movimenti e dinamiche associative. Ma il simbolo va di pari passo con il progetto: se il progetto è nuovo e ampio, sarebbe improbabile pensare a non modificare e innovare la forma oltre che la sostanza”.

D’accordo anche i sondaggisti

Sull’ipotesi di un cambio per le elezioni europee 2019 si trovano d’accordo anche i sondaggisti. “Può essere accantonato per le europee e anche sostituito. Si tratta di una operazione che può funzionare solo se la leadership del partito diviene forte e autorevole” dicono.

Per Renato Mannheimer la questione di cambiare simbolo non comporta i rischi di un tempo. “Una volta – sottolinea il fondatore di Isponella prima repubblica, il simbolo era essenziale con gli elettori che votavano il simbolo più che il leader. Quindi cambiarlo  sarebbe pericoloso ma non disastroso” visto che oggi “conta più il leader. E se Zingaretti fosse capace di assumere una leadership forte, la cosa potrebbe andare ma bisogna veder che progetto c’è dietro“.

Per Maurizio Pessato di Swg, “la cosa si può fare e potrebbe avere senso. Bisogna vedere se c’è tempo, se trovano accordo nel Pd, se si arriva a una proposta condivisa. E si deve vedere se si sposta poi il problema dal logo, dal simbolo alla proposta politica ampia. Per funzionare all’interno del Pd non deve esser vista come una cosa che faccio ‘io contro di te’ o ‘tu contro me'”.

Di certo, il cambio di simbolo “è una cosa che in funzione del voto europeo potrebbe essere una strada da intraprendere, mentre la vedo più difficile sul piano nazionale continua il sondaggista di Swg. “A favorire questa svolta potrebbe essere il fatto che il 26 maggio si vota con il proporzionale e non si vota per il governo nazionale, diminuendo così la necessità di mostrare una identità forte, come forza politica”.

“La questione è semplice. Se si tratta di costruire un fronte allargato, se l’idea del cambio di simbolo presuppone questo fronte nuovo, come sembra, allora è una cosa che va bene”, continua Luca Comodo di Ipsos. “La leadership è importante e centrale, ci deve per questo essere una certa capacità di Zingaretti, ammesso che sia lui il vincitore delle primarie”.

Le opinioni contrarie

Non tutti però sono della stessa opinione sul cambio di simbolo. Maurizio Martina, avversario di Zingaretti nella corsa alla segretaria Pd, puntualizza: “Dobbiamo promuovere una lista aperta che si rivolga ai tanti democratici e riformisti che vogliono battersi per la nuova Europa” ma “per me non si tratta di rinunciare al simbolo Pd” che “è un patrimonio di cui andare orgogliosi” ma semmai “di concorrere a una proposta più larga”.

La replica di Antonello Giacomelli

E dalle parti dell’area renziana arriva da Antonello Giacomelli, sostenitore di Martina, un commento al vetriolo su Zingaretti: “Zingaretti di fatto propone di sciogliere il Pd per una Cosa nostalgica con D’Alema, Bersani, Fratoianni. Magari per allearsi con i ‘compagni che sbagliano’ del M5S. Lecito? Certo. Ma perché si candida a guidare un partito di cui non condivide il progetto e di cui si vergogna?”.

Le puntualizzazioni di Francesco Boccia

Per Francesco Boccia, candidato al congresso dem, la lista unitaria è un progetto da perseguire. Però specifica: “Prima di parlare di liste dobbiamo capire quali sono i valori con cui il Pd esce dal congresso. Le liste si fanno sui valori”. E quelli di Boccia guardano a sinistra. “Il problema non è se facciamo una lista, ma per cosa la facciamo. Se è per unire o se è per prendere qualche voto in più con quelli che poi il giorno dopo si dividono da noi, non ha senso”. E alla domanda che riguarda la presenza dei fuoriusciti Pd per una lista unitaria Boccia ha le idee chiare. “Chi è uscito ha sbagliato. Ma a me hanno insegnato che la politica guarda al futuro, non al passato. Io guardo alla possibilità di mettere insieme i Verdi tedeschi, Corbyn, Podemos, i socialisti portoghesi. Una lista ampia e unitaria in Europa. Se fai questo, metti dentro tutti nel Pd. Lo sanno Vendola, Civati, Laforgia, Bersani, Bonelli dei Verdi. Per me non ha senso che stiamo in partiti diversi. Il Pd può essere il partito di tutti“. E sul simbolo, la posizione è quasi nostalgica: “Non lo so, vedremo. Il simbolo del Pd e quello dell’Ulivo ce li ho nel cuore”. 

 

 

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