L’intervista della settimana: MATTEO MARANI

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    L’intervista della settimana: MATTEO MARANI
    L' INTERVISTA DELLA SETTIMANA

     
     
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    Terza puntata della nostra rubrica L’intervista della settimana, ospite Matteo Marani, vice Direttore di Sky Sport e responsabile dell’area eventi calcio. Questa volta siamo andati direttamente dall’ospite in questione per parlare dell’ultimo episodio della rubrica Storie creata da Matteo Marani insieme ad Andrea Parini e Fabio Fiorentino. Sono, infatti, passati 40 anni dall’omicidio Paparelli e il team di Sky ha voluto realizzare un docufilm che racconta quel maledetto 28 ottobre del 1979 attraverso cronaca, documenti, interviste e tanta, tanta emozione.

    L’intervista della settimana: Matteo Marani

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    Ho notato una continua evoluzione dal punto di vista produttivo nei vari docufilm di Storie, come siete partiti?

    «C’è da dire che abbiamo avuto una difficoltà iniziale, cioè dovevamo fare una traduzione televisiva della mia scrittura. Non ero abituato a scrivere per questo media. Ho scritto per i giornali, per i libri, ma la televisione è una cosa diversa e poi si tratta di storia e per evitare che l’argomento diventi pedante o noiosa abbiamo avuto bisogno di trovare un attimo la quadra. Per fortuna l’incontro con Andrea Parini e Fabio Fiorentino (montatore e regista), che sono le due figure che lavorano a stretto contatto con me. Loro mi sono venuti incontro e io ho provato ad avere delle accortezze a livello di scrittura. È un lavoro di concerto e il prodotto ne esce migliorato, più omogeneo ed è un lavoro di tutti, non solo mio. Storie porta il mio nome, ma è diviso per tre. Tutti abbiamo il 33% del programma».

    Come scegliete le varie storie da raccontare?

    «Partiamo dal fatto che bisogna scegliere la storia giusta. Non è facile capire quella che può avere un respiro. La tendenza è di scrivere per se stessi, quindi fare qualcosa che sai che piacerà a te, ma non è quello il lavoro da fare. Ad esempio, che senso è essere il centesimo a raccontare George Best. Oppure Puskas, dopo che lo ha raccontato Federico Buffa, basta. Cosa vuoi fare di più? Nulla. L’unica eccezione l’abbiamo fatta su Maradona, ma trovando un aspetto che non era stato raccontato, ossia la trattativa che portò l’argentino in Italia. Bisogna sempre cercare dei tempi un po’ particolari, laterali, a volte dimenticati, come in questo caso Paparelli, che ha acceso una grande attenzione sulla sua storia, sulla vicenda, sul dolore del figlio, sul dopo. L’altra parte decisiva è trovare i documenti. Perché se racconti una storia che si basa e cita una documentazione reale, vera, percepibile, è un’altra cosa. Costa fatica, sacrificio, sudore, tempo, ma non puoi farne a meno per fare qualcosa di davvero significativo. Poi, sono Laureato in Storia Contemporanea quindi ho avuto a che fare con le fonti, con gli archivi, eccetera e saper mettere le mani nel modo e nel posto giusto accorcia drasticamente i tempi. E quando hai i documenti, la tua storia acquisisce autorevolezza, diventa più forte. E poi ci vuole fantasia nella ricerca. Nel senso che, a volte, devi andare a cercare laddove non ti aspetteresti di trovare qualcosa».

    Tu hai qualche ricordo di quegli anni?

    «Io mi ricordo qualcosa legato al 77. Ero piccolo, avevo solo sette anni, ma ricordo che ero in centro con mia madre e vedevo Bologna piena di carri armati. Era la Bologna delle contestazioni, del Cossiga scritto con la kappa, della rivolta dopo l’uccisione di Francesco Lorusso (militante di Lotta Continua). Poi io quel periodo lo sento vicino perché lo studiato molto, sia in Università, sia poi dopo per approfondire la storia di Aldo Moro e gli anni di Piombo».

    Questo docufilm ha dei messaggi secondari nei confronti della Federazione?

    «No, non ha secondi fini. L’unico messaggio che esce da questa storia è che dopo ogni tragedia c’è un’altra tragedia che nasce che è quella riferita al dolore di chi rimane. Credo ci sia l’obbligo da parte di tutti di ricordarsene. È chiaro che la Federazione, ma ancora di più la pubblica sicurezza, hanno di fronte un tema molto importante davanti. Secondo me si son fatti dei grandi passi in avanti dentro gli stadi. Il problema rimane fuori dallo stadio, dove ancora ci sono ancora troppi episodi. Ma credo che lo sport sia veramente lontano da queste situazioni qui, è solo un pretesto per… In questa storia quello che abbiamo voluto raccontare è la morte di un uomo normale che muore per essere andato a vedere una partita di pallone».

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    Questo Storie ha riscosso un buon successo, sei orgoglioso di questo risultato?

    «Io sono molto contento per il figlio, per Gabriele. Perché sento che gli abbiamo restituito qualcosa. Lui, anni dopo, da solo col motorino a cancellare le scritte. Questa è la follia del tifo, che per sua natura è irrazionale, porta a oltraggiare anche i morti. È demenziale. Io spero che questo docufilm possa chiudere una pagina. Paparelli è e dev’essere di tutti, non solo della Lazio. È morto un uomo che amava il calcio, con una moglie e due figli, a 33 anni».

    Tu intervieni anche sulla parte produttiva o ti occupi solo della scrittura e della ricerca delle fonti?

    «Diciamo che ormai siamo talmente affinati nel lavorare che sappiamo già cosa ci piace e cosa no. Io inizio a guardare le prime immagini con Andrea Parini. Prima scrivevo, punto. Adesso scrivo a seconda dell’archivio e del materiale che abbiamo a disposizione. Cambia tutto. Io poi entro poco in salta, quello è roba loro, di Andrea e Fabio Fiorentino. Io ho la mia grammatica, quella giornalistica, di scrittura, loro quella televisiva. Storie funziona perché ognuno di noi lavora per il fine senza prevaricare l’altro. Ogni puntata è migliorata perché tutti e tre sentiamo nostro il prodotto e la loro componente è tantissima. Loro hanno libertà e fiducia totale».

    Quando la nipotina di Paparelli guarderà questo prodotto, cosa speri che possa pensare?

    «Credo che Gabriele gli farà vedere questo docufilm più avanti, ma credo che la figura del nonno entrerà piano piano nella sua vita e dovrà farlo nel modo giusto. C’è un ricordo indelebile e lei tra qualche anno capirà cos’è successo, capirà l’Italia dell’epoca, e riacquisirà la figura del nonno».

    Qual è l’obiettivo di Storie?

    «È un lavoro storico. Quella è la pretesa. Il lavoro giornalistico già lo faccio io. E l’Accademia ha sempre bistrattato lo sport. A me piacerebbe dargli una dignità storica che dagli accademici non ha mai avuto».

    Fabio Fagnani
    Giornalista e docente, in quest'ordine. Mi piacciono le discussioni, il calcio, il motorsport, il cinema, le serie TV, i fumetti, la tecnologia. Amo la politica e odio i politici. Guardo verso il futuro con un occhio sul passato. Sono stato Coordinatore Editoriale di Urban Magazine, Soccer Illustrated e Riders; contributor per Rolling Stone, Wired.it, Linkiesta.it, Moto.it, Dueruote e voce della MotoGP per Radio Sportiva. Oggi alle prese con la direzione di Cisiamo.info.