Poco, a volte male, spesso da un seminterrato: la strana campagna di Joe Biden

Joe Biden sorride con il presidente Barack Obama durante gli anni alla Casa Bianca

L’inizio della pandemia COVID ha cambiato anche l’andamento della campagna elettorale per le elezioni, negli Stati Uniti, previste il prossimo tre novembre. Da una parte mettendo a nudo tutti i limiti gestionali della crisi coronavirus del Presidente Donald Trump, che ha ripetutamente negato la presenza del problema nel Paese, almeno fino a metà marzo, muovendo in ritardo la straordinaria macchina operativa statunitense. Dall’altra, stravolgendo le modalità degli eventi elettorali, costringendo i due candidati principali, Donald Trump per i Repubblicani, e Joe Biden per i Democratici, a fare campagna da un ufficio o su Twitter. O, nel caso di Biden, da un seminterrato, quello di casa sua in Delaware.

Il risultato? In un primo momento i nuovi equilibri avevano regalato tutti i riflettori a The Donald, relegando Biden a figura meno pesante politicamente persino del governatore Dem di New York Andrew Cuomo. Poi, però, i riflettori puntati su Trump hanno finito per mettere in luce i limiti del Presidente. E così i sondaggi che stanno uscendo in queste settimane hanno spiazzato anche i sondaggisti più moderati. L’ex vice presidente di Obama infatti è sopra, e con grande vantaggio, ovunque sul Presidente uscente. Anche in molti degli Stati chiave che decideranno le elezioni come Michigan, Wisconsin, Pennsylvania, Florida e persino Arizona.

E Biden sembra essere riuscito in questa parziale impresa facendo poco, a volte male e rimanendo sostanzialmente fermo e in silenzio, il più possibile.

Quando Biden ha fatto poco

Dopo l’inizio della crisi, quando le conferenze stampa quotidiane sulla crisi coronavirus di Trump hanno iniziato a danneggiare mediaticamente il Presidente, Biden è stato cauto. In pubblico ha parlato poco. In pubblico si è fatto vedere ancora meno.

La prima occasione si è concretizzata nel Memorial Day, la sua prima uscita pubblica di persona dal seminterrato del Delaware da metà marzo: mascherina nera a coprirgli il volto, si reca con la moglie Jill al Delaware Memorial Bridge Veteran’s Memorial Park, il 25 maggio, per rendere omaggio ai caduti con un mazzo di fiori.

Si tratta, e Biden non lo poteva sapere perché stava accadendo quasi in contemporanea, anche del giorno della morte di George Floyd, che porterà l’ex vice presidente fuori di casa per un secondo appuntamento, una settimana dopo. A Wilmington, Delaware, Biden incontra alcuni rappresentanti della comunità afroamericana e si inginocchia con loro prima di un incontro in una chiesa.

Nel mezzo la terza iniziativa, un discorso in streaming alla nazione dove affronta il tema della discriminazione razziale e della violenza delle forze dell’ordine negli Stati Uniti dopo l’uccisione del cittadino afroamericano a Minneapolis. Poi una quarta iniziativa: Biden vola a Houston per un colloquio di un’ora con la famiglia di Floyd, nei giorni della sua ultima cerimonia funebre.

Il contenuto delle sue uscite pubbliche è quello di sempre. Sobrietà, moderazione, qualche sorriso, un tono di voce a metà tra la predica solene del parroco e la preoccupazione umana del nonno che vede il mondo che ha conosciuto in pericolo, il look presidenziale vecchio stampo, quello che non sembra andare più così di moda. “Voglio ripristinare l’anima di questo Paese”, ripete in tutte le salse Biden, da mesi. Lo ripete ancora di più anche in un altro discorso alla nazione, il ventisei giugno quando agli americani che si sentono privi e privati di una guida presidenziale, dice: “Non vi lascerò soli”.

Quando Biden ha fatto male

L’ultima è del venticinque giugno, in un incontro pubblico ripreso dall’emittente ABC: “Negli Stati Uniti ci sono stati centoventi milioni di morti da COVID”, dice Biden. Si corregge subito, ma è troppo tardi. Il video finisce online e diventa virale perché i morti sono stati centoventi, sì, ma centoventimila. Non milioni. Quella che sembra una semplice sbavatura, è in realtà un tratto distintivo che accompagna Biden come politico da decenni e come candidato fin dal primo dibattito della scorsa estate: quello delle gaffe.

In uno dei dibattiti moderato da CNBC, Biden dice per rimarcare il fatto che la comunità nera è dalla sua parte: “L’unica donna afroamericana senatrice di oggi mi supporta”. Non è vero, perché un’altra ce l’ha di fianco mentre lo dice: si tratta di Kamala Harris dalla California, in quel momento sua rivale alle primarie. Qualche tempo dopo, in New Hampshire dice a una studentessa che lo critica a un evento elettorale: “Sei una bugiarda dalla faccia da cavallo”, traduzione letterale di una frase tratta da un film di John Wayne. Il ventidue maggio, durante un’intervista a CNBC, sembra dire: “Sconfiggerò Joe Biden”, invece di “Sarò Joe Biden”. Sono le ore in cui durante un evento in streaming dal suo seminterrato, afferma: “Se sei un afroamericano e non voti per me ma per Trump, allora non sei davvero nero”.  

Seguono scuse. Seguono sempre delle scuse, in genere. Ma le gaffe non sembrano fermarsi, con o senza pandemia. E la sensazione di molti anche tra i suoi sostenitori, quando Biden inizia un discorso, sembra sempre la stessa: si sa da dove il candidato parte, ma non si sa come finisce, né soprattutto si capisce come lo svilupperà.

A.A.A. base cercasi

Anche questo poco e questo male, tra gaffe e poche apparizioni, però, al momento bastare a Joe Biden che guida tutti i sondaggi. Le uscite di Donald Trump delle ultime venti settimane sono state talmente madornali (ha detto che il virus uccide meno degli incidenti stradali), così grossolane (ha suggerito di provare con il disinfettante spray per far sparire il virus negli esseri umani) ed esageratamente estreme (ha invocato l’uso dell’esercito e dei militari per spegnere le proteste dopo la morte di George Floyd), che persino i moderati repubblicani sembrano essersi svegliati tutto a un trappo da un tepore durato almeno quattro anni.

Fino ad ora, l’immagine di un Biden canuto che si presenta in giacca blu e camicia bianca a righe celesti, composto nei toni e solenne nei modi, è apparsa stranamente vincente. E molte organizzazioni, come il The Lincoln Project, gruppo di repubblicani che sostiene Biden e raccoglie per lui fondi per la campagna elettorale, hanno iniziato ad attaccare duramente e frontalmente Trump facendo il lavoro sporco di cui l’ex vice di Obama non si sporca.

La debolezza di Biden è però legata a due aspetti. Innanzitutto il fatto che parlare il meno possibile e nel meno peggio possibile non è una strategia. L’altro aspetto è invece relativo alla base elettorale. Non esiste presidente vincente senza una base leale, vasta e solida, che vota quel candidato o quella candidata perché vuole lui o lei alla Casa Bianca, non per evitare che l’avversario ci vada. 

Biden non sembra poter contare su questo genere di supporter. A oggi continua a rappresentare sempre di più il candidato utile, da 6 in pagella, meno peggio dell’altro che corre e pasticcia. Ma proprio il fatto che molto nei prossimi mesi dipenda da Trump, potrebbe spianare la strada proprio alla sua rimonta. Non è ancora troppo tardi. Almeno per ora.