Corte Suprema, Bolton, il flop di Tulsa: è finita la pessima settimana di Trump

È stata una delle settimane più complicate del duemilaventi per il Presidente americano Donald Trump. Due sentenze della Corte Suprema a lui avverse, il libro di John Bolton in uscita, il comizio flop a Tulsa in Oklahoma. E nel mezzo una serie di sondaggi a lui avversi.

Lunedì: la Corte Suprema e i diritti LGBTQ

Ha avuto tutto inizio lunedì, quando la Corte Suprema degli Stati Uniti ha fatto la storia e si è espressa con un verdetto a sorpresa. La legge sui diritti civili del 1964, ha deciso la Corte, è applicabile anche per proteggere dal licenziamento per discriminazione le persone appartenenti comunità LGBTQ. E a votare a favore è stato anche il giudice Neil Gorsuch che proprio Trump aveva nominato non più tardi di tre anni fa.

È un verdetto che non va giù a tanti, nella base elettorale del Presidente. Prima di tutti all’ala evangelista che ha votato letteralmente in massa per lui nel duemilasedici, che è ancora pronta a farlo il prossimo novembre, ma che su questa decisione proprio ha storto il naso anche perché Gorsuch sarebbe uomo di Trump. E perché da Gorsuch ci si attende l’esatto opposto di quello che alla fine, Gorsuch, ha deciso di fare. La settimana del Pres, alle prese con dei sondaggi a lui troppo sfavorevoli per sembrare veri, inizia a complicarsi. E quando le cose si complicano, Trump inizia a twittare a raffica. Ne pubblica più di cento nella settimana, tra tweet e retweet, seguendo il solito schema di sempre: attacchi ai Dem, attacchi ai media mainstream rei di pubblicare fake news, e attacchi all’ex di turno che ha deciso di pubblicare un libro contro di lui.

Giovedì: il libro di John Bolton

In questo caso si tratta di John Bolton, ex senior adviser di Trump, costretto al licenziamento lo scorso settembre. Dei suoi mesi al fianco del Presidente, Bolton ha scritto, The Room Where It Happened. Tradotto: la stanza dove tutto è successo. Il libro che l’amministrazione sta provando a bloccare perché conterrebbe informazioni riservate. Un giudice federale sabato ha negato lo stop alla pubblicazione ma ha evidenziato il comportamento illegittimo di Bolton, che ha rivelato informazioni potenzialmente riservata.

La sua uscita è prevista il ventitrè giugno ma molte anticipazioni sono già fuori. L’accusa più grossa è che secondo Bolton, Trump avrebbe cercato di convincere il presidente cinese Xi Jinping, in piena guerra dei dazi, a comprare una gran quantità di prodotti agricoli dagli Stati Uniti, con lo scopo di aumentare i propri consensi negli stati rurali, come l’Iowa, in vista delle elezioni di novembre.  

Trump ha risposto twittando. Scagliadosi contro Bolton definendolo un pazzo, un matto. Una personna di cui non vuole più sentir parlare. E provocando la reazione di una reporter alla Casa bianca, durante una conferenza stampa, che gli chiede: Presidente, ma perché continua ad assumere persone che poi licenzia e definisce matte?

Giovedì, parte II: la Corte Suprema e il programma DACA

Giovedì, la Corte Suprema fa un nuovo sgambetto al Presidente. E definisce illegittimo il tentativo dell’amministrazione Trump di cancellare il programma DACA, in vigore da otto anni quando presidente era Obama, e che protegge dall’espulsione tutti quei giovani arrivati nel Paese illegalmente quando erano minorenni. Sono più di settecentomila e pagano quasi due miliardi di tasse all’anno. Sono laureati, molti lavorano negli ospedali. La maggior parte fa ormai parte del tessuto americano. Ma stralciare il DACA è una promessa elettorale che Trump ha fatto e vuole mantenere. Quindi non ci sta.

Avete l’impressione anche voi che non piaccia alla Corte Suprema? Si domanda in modo ironico il Presidente, che si sente ormai sotto attacco da tutti. Dai giudici conservatori che in parte ha lui stesso nominato. Dai suoi ex alleati che durante l’Impeachment lo hanno sfiorato ma che ora scrivono libri contro di lui. E dai…tiktoker.

Sabato: il comizio flop a Tulsa

Eh sì, perché sabato doveva essere il giorno di Trump in Oklahoma. Secondo il suo campaign manager, quasi un milione di biglietti era stato registrato per il suo rally alla BOK Center Arena di Tulsa. È finita per non essere così. Ad attendere il Presidente che aveva definito questo evento il rilancio della sua campagna elettorale, sono stati appena in diecimila persone, metà della capienza dell’arena. E fuori, dove Trump avrebbe dovuto partecipare con il vice Mike Pence, a un evento pre-comizio per tutti coloro che non erano riusciti a entrare nel BOK Center, il palco mobile è stato smantellato in fretta e furia per mancanza di fans.

La campagna di Trump ha dato la colpa agli estremisti di sinistra avversi al Presidente rei, secondo gli uomini di The Donald, di non aver permesso ai suoi fans di entrare nel BOK Center. Ma le immagini raccontano una narrativa molto diversa: di persone, semplicemente, non ce n’erano quanto ci si attendesse. E le dimostrazioni contro Trump e i suoi supporter sono state poche, sporadiche e tendenzialmente pacifiche nel pomeriggio di sabato.

Qual è quindi il motivo del flop? In parte è legato alla crisi coronavirus, con i numeri dei contagi che continuano a crescere pericolosamente in diverse parti del Paese, tra cui proprio a Tulsa in Oklahoma. Ma la ragione per la quale la campagna di Trump abbia annunciato quasi un milione di biglietti registrati per poi diventare spettatrice di un evento seguito da appena diecimila fan, sembra sia diversa. E pare sia legata a TikTok: negli scorsi giorni infatti sono partite diverse iniziative sul social media utilizzato da giovani e giovanissimi. L’obiettivo? Registrarsi al comizio di Trump a Tulsa, con l’obiettivo dichiarato poi di non andare.

Una campagna che ha spiazzato il Presidente e il suo entourage. Che ora si preparano ad affrontare le prossime settimane in chiaro-scuro. L’oscurità è rappresentata dai sondaggi: non ce n’è uno, al momento, che dà Trump vincente, nemmeno negli Stati-chiave, nemmeno in Stati tendenzialmente conservatori come l’Arizona. Ma la luce che Trump può vedere è legata al ruolo che ora, in questa campagna, può ricoprire. ll ruolo che da quando è sceso in politica più gli aggrada, da sempre: quello dell’outsider.

Davide Mamone
Nato a Milano, giornalista pubblicista, Davide Mamone vive e lavora a New York, dove è collaboratore del quotidiano milanese Mi-Tomorrow. I suoi reportage dall’America sono stati pubblicati su 7 Corriere, L'Espresso e InsideOver - Il Giornale. Appassionato di politica nazionale e internazionale, si occupa anche di diritti umani e scrive dall'ONU. Di origini palermitane, sogna la California.