Prendere un volo interno da New York a Phoenix durante il coronavirus: com’è, cosa succede

La sensazione all’aeroporto di JFK a New York, quello che un tempo ospitava migliaia e migliaia e migliaia di passeggeri ogni giorno e che ora sembra un deserto dei tartari in salsa americana, non è la sensazione di sempre. Anzi. Oltrepassare la soglia del terminal otto alle sei del mattino, il terminal che porta ai voli interni di alcune delle compagnie più conosciute tra cui American Airlines, è un po’ come entrare in un’area dove ci si sente sorvegliati.

Sorvegliati dagli agenti muniti di mascherina che fanno lo screening dei bagagli e che ai viaggiatori chiedono di abbassare la mascherina, per riconoscere la foto del passaporto o del documento di identità.

Sorvegliati dagli altri passeggeri che fanno un altro genere di screening: E se questo tossisce di fianco a me? Quello starnuto che ha fatto quel ragazzo è per l’allergia o è per il COVID? Ma come si fa a tenere la mascherina così male come fa quella lì?

Sorvegliati da se stessi. Perché chi entra in un aeroporto americano ai tempi del coronavirus e ha piena coscienza della pericolosità della pandemia tende a sorvegliare ogni suo passaggio, che un tempo si faceva quasi senza pensarci. E tende a controllare ogni suo movimento, di cui in genere nemmeno si faceva caso.

Niente misurazione della febbre                 

Partiamo dalla risposta a una domanda che in molti si fanno: negli aeroporti americani provano la febbre durante i voli interni? Risposta: tendenzialmente no. Né da New York a Phoenix, né da Phoenix a New York, gli agenti dei due aeroporti, seppur coperti da mascherina e guanti, hanno controllato la febbre ai viaggiatori. Diversa la situazione per alcuni voli internazionali, ma non per tutti: ogni tanto la temperatura viene misurata, ogni tanto no.

Il controllo non è infatti tipico degli spostamenti interni, nonostante spesso si tratti di voli molto più lunghi e impegnativi rispetto a quelli che si pensa di poter fare in Europa. Per raggiungere l’Arizona, nuovo epicentro coronavirus del Paese assieme a Florida, Texas e Georgia, da New York ci vogliono qualcosa come tra le quattro e le cinque ore, passando per due fusi orari diversi. Chi atterra a Phoenix dalla città che non dorme mai e viceversa, è come se volasse tra due Paesi differenti per molti versi.

E che ci siano due sensibilità diverse sul tema COVID lo si denota anche dal numero di mascherine nei rispettivi aeroporti. Se a New York la sensazione era quella di trovarsi in un posto potenzialmente pericoloso per la diffusione del coronavirus, in Arizona si vedono molte meno mascherine e molta meno volontà di utilizzarne una.

Il sacchettino del volo aereo

L’aspetto positivo degli imbarchi, negli Stati Uniti, è che già prima del coronavirus avvenivano per zone, anche per l’economy. Questo ha spesso permesso una scrematura della fila e in questo caso ha aiutato ad evitare la diffusione del virus tra i passeggeri. Sia nell’aeroporto di JFK a New York che in quello di Phoenix in Arizona, non si sono visti però segnali sul pavimento per garantire il distanziamento sociale tra le persone in fila, né poltroncine chiuse tra un posto e l’altro. Ci si affida al buon senso e a quel sentimento di paura dell’altro, che si prova già prima del check-in.

Una volta sull’aereo, però, si capisce che qualcosa sia cambiato dal servizio a bordo. Le hostess e gli steward, spesso con doppia mascherina e sempre con guanti, su voli come quello tra New York e Phoenix tendono a consegnare un sacchettino bianco con all’interno tutto il necessario – secondo loro: una bottiglia d’acqua, una dose monouso di igienizzante per le mani e un pacchettino di biscotti o di noccioline. L’assenza di passaggio del personale di bordo è uno dei tratti distintivi dei voli interni negli USA, durante la pandemia coronavirus.

E se alcune compagnie come Delta Airlines hanno garantito in queste settimane il rispetto della capacità ridotta all’interno del volo per garantire il distanziamento sociale, non è stato così per diverse altre, tra cui American Airlines. Le due tratte tra New York e Phoenix e tra Phoenix e New York erano entrambe piene almeno al 75 per cento, con intere file da tre occupate da altrettante persone. Un fatto che ha destato diverse reazioni e polemiche nei media USA, nelle scorse settimane ma che non è stato ancora regolamentato. Così come non c’è, per la maggior parte delle compagnie aeree in America, una regolamentazione sull’utilizzo dei bagni: niente turni, ma le solite mini-file come se il virus non ci fosse.

Mentre un altro aspetto che colpisce l’attenzione di chi vola è il silenzio. Pochi battiti sulle tastiere del computer, che si tende a lasciare in borsa per evitare ogni possibile contaminazione. Nessuno scambio verbale con il personale di bordo, che sta seduto dove si trova a meno di procedure d’emergenza o di singole richieste. Pochissime chiacchiere tra le persone in aereo. Perché con il COVID anche respirare è un rischio e le ultime buone notizie giunte dagli studi sulla qualità dell’aria all’interno degli aerei non sembrano bastare a tranquillizzare chi vola.

L’aneddoto della mascherina a Phoenix

È un giovedì di giugno a Phoenix, Arizona. Sono le ore in cui i casi positivi e i decessi di coronavirus all’interno dello Stato stanno aumentando con un andamento che intimorisce. Fuori dall’edificio per il noleggio delle auto, un piccolo pulmino è pronto a portare i passeggeri al terminal di riferimento. Nessuna delle persone ha la mascherina addosso. Quando però l’addetto al pulmino inizia ad alzare la voce per spiegare le regole di accesso al terminal, tutto cambia.

Il tono di voce è alto, quasi inquietante. Non possono entrare più di otto persone su questo mezzo. Chiunque provi a salire senza una mascherina verrà lasciato giù e non avrà accesso al pulmino. Mettetevi la maschera altrimenti non salite. Lo dice, lo ripete, l’addetto, con la sua di mascherina che copre solo la bocca ma non copre il naso. Tanto basta, però, per assistere a una scena inattesa: tutte le venti persone in fila, prima senza mascherina, iniziano con le loro mani a cercarla nelle tasche. Dalle tasche ne escono venti, giuste giuste.

Perché ci vogliono sempre le minacce quando basterebbe un po’ di buon senso?