Il pastore e la passante, la mamma e il poliziotto: quattro volti del razzismo negli USA in cinque giorni

Nelle ultime ore si continua a parlare dell’episodio avvenuto a Minneapolis lunedì, quando un uomo afro-americano, George Floyd, è morto dopo che un agente di polizia, per diversi minuti, gli ha premuto con forza il ginocchio sul collo a seguito di un arresto.

La morte di Floyd, deceduto poco dopo aver implorato l’agente, per interi minuti, di togliere quel ginocchio perché non riusciva più a respirare, ha fatto scoppiare le proteste in tutta la città e nel Paese. È l’ennesimo episodio in cui a essere vittima delle forze dell’ordine è stato un cittadino americano di colore.

Episodi come questi, però, non sono nuovi. E soltanto nel weekend del Memorial Day, la festa che dà inizio ufficialmente al periodo estivo negli Stati Uniti, il Paese è stato spettatore di quattro nuovi capitoli che hanno visto come protagonisti quattro profili diversi.

Un catechista e una passante, una mamma e un poliziotto.

Il pastore dei giovani in Georgia

Il suo nome è Christopher Keys, ha cinquantasei anni, vive in Georgia in una cittadina di nome Macon. È insegnante in una scuola cristiana e catechista (youth pastor, in gergo). È sposato con una donna ma gli piace intrattenere relazioni anche con uomini.

Un giorno, come tanti altri giorni da gennaio a oggi, il signor Keys si reca al Regency Inn & Suites hotel a Macon, dove ha l’appuntamento con un gigolò contattato su Craiglist. Entra nella sua camera e aspetta l’arrivo della persona. Tutto a un tratto, sente bussare alla porta. La apre senza controllare ma al posto del suo appuntamento trova due uomini mascherati che gli puntano addosso una pistola. I due uomini lo derubano e poi scappano.

Cosa c’entra con il razzismo, vi chiederete voi? C’entra. Perché Keys, sotto shock, chiama la polizia e agli agenti dice solo una parte della verità: che è stato rapito mentre si trovava in hotel, senza spiegare perché fosse nella stanza d’hotel. Alla famiglia e ai suoi amici, però, non racconta nemmeno questo: si inventa una bufala e dice che è stato rapito, sequestrato per strada e portato di forza nell’hotel da due afro-americani, che lo avevano minacciato con una pistola.

La storia, quella dei due afro-americani che lo sequestrano, diventa virale anche se è falsa. Anche perché Keys non ha solo detto di essere stato rapito per strada, ma ha precisato che i due rapitori sono di colore. Si scoprirà solo dopo, grazie al lavoro dello sceriffo di Bibb County, tutta la verità.

E oltre il danno, la beffa: oggi Keys è anche accusato di aver pagato il gigolò su Craiglist in cambio di prestazioni sessuali, cosa che negli Stati Uniti non è legale.

La passante a Central Park

È il 25 maggio, una mattinata grigia a New York. A Central Park, una donna di nome Amy Cooper passeggia con il suo cane Henry senza utilizzare il guinzaglio. Lo fa in un’area dove il guinzaglio è obbligatorio per salvaguardare la fauna del parco. Un uomo afro-americano, di nome Christian Cooper, glielo fa notare chiedendole di rispettare le regole. La donna non lo ascolta, così l’uomo inizia a registrare un video.

La passante gli si avvicina intimandogli di smettere. Poi perde la testa, prende il cellulare e dice all’uomo: “Chiamo la polizia e dico che c’è un afroamericano che sta minacciando la mia vita”. L’afroamericano con cui la Cooper parla è un birdwatcher, laureato ad Harvard. E continua imperterrito a girare il video della donna che lo accusa, in diretta, di minacce di morte.

Il video continua, la sceneggiata di Amy Cooper pure. La donna chiama il 911, strattona il cane sempre più agitato e urla a voce sempre più alta contro Christian Cooper, chiedendo alla polizia di mandare “subito gli agenti” perché si sente in pericolo. La polizia arriva, dopo un po’. Il video girato da Christian Cooper viene pubblicato sui social media subito, e fa il giro del mondo.  

La donna travolta dalle polemiche chiede scusa. Dice di aver sbagliato ma di non essere razzista. Tutto questo però non le basta. Viene licenziata da Franklin Templeton, società di Wall Street per cui la Amy Cooper lavora. Viene criticata dal sindaco Bill de Blasio. E viene costretta a restituire il cane, Henry, all’associazione da cui l’aveva adottato.

La mamma in Florida

È giovedì 21 maggio. Ci troviamo a Miami, in Florida. Una mamma di nome Patricia Ripley, chiama la polizia e dice che suo figlio Alejandro è stato rapito da due uomini che l’hanno costretta ad accostare la sua auto in un’area vicina al parcheggio di un centro commerciale. Il piccolo Alejandro, nove anni, è autistico. I due uomini, nella ricostruzione della donna, sono due persone dalla pelle nera su una berlina blu. E che le avevano chiesto della droga prima di portarle via il figlio.

Il giorno dopo, il corpo di Alejandro viene trovato senza vita nel canale Southwest Miami-Dade, ore dopo un’intensa operazione di polizia. Ma mentre l’indagine va avanti, alla polizia la ricostruzione di Patricia Ripley non torna. Secondo una fonte vicina alle indagini ripresa da IBT Times, una telecamera a circuito chiuso in un deposito domestico dove sarebbe avvenuto il rapimento del bimbo mostra la Ripley seduta per venti minuti in macchina prima di chiamare la polizia. E un altro filmato, ripreso da un’altra telecamera a circuito chiuso, mostra la donna mentre spinge e annega intenzionalmente il bambino nel canale.

La Ripley viene arrestata e il 23 maggio entra nel carcere Turner Guilford Knight Correctional Center. È accusata di omicidio di primo grado e omicidio preterintenzionale, dopo aver ammesso di essersi inventata la storia dei due uomini di colore. Una tragedia umana indescrivibile, in una cornice già complessa: secondo le carte della Miami-Dade County court, infatti, la scuola che il piccolo Alejandro frequentava aveva fatto causa alla Ripley per non essere riuscita a pagare la retta di $4,100, nel 2016.

Il poliziotto a Minneapolis

“Non riesco a respirare”. “Non respiro”. “Aiuto”. “Mamma”. Sono queste le ultime parole pronunciate da George Floyd, uomo afro-americano di Minneapolis che lunedì 25 maggio è stato fermato da due agenti di polizia. Una delle prime versione dei fatti, divulgata dalla polizia, dice che l’uomo avrebbe opposto resistenza ai poliziotti e al fermo. Un video apparso online nella giornata di oggi e che mostra Floyd scendere dalla macchina eseguendo gli ordini degli agenti, però, sembrerebbe non confermare questa versione.

Che abbia opposto resistenza o meno, quelli di Floyd sono gli ultimi momenti della sua vita. Uno degli agenti che sta eseguendo l’operazione lo costringe a terra, volto sull’asfalto. Poi con il ginocchio spinge il collo dell’arrestato, forzandolo a terra. Floyd non respira, è il momento in cui pronuncia quelle parole implorando l’agente di non ucciderlo.

Nonostante a un certo punto Floyd non si muova più e sembri aver perso conoscenza, l’agente non toglie il ginocchio: alcuni passanti iniziano ad assistere alla scena e gli chiedono di lasciarlo respirare. Non succede. Solo all’arrivo dell’ambulanza, il poliziotto lascia la presa. E poco dopo, Floyd perde la vita.

Nella versione ufficiale della polizia di Minneapolis, l’ambulanza era stata chiamata perché l’uomo si era sentito poco bene, prima che l’agente fosse intervenuto in quel modo. Dopo che i video dell’arresto, dove si vede in modo chiaro e netto l’agente di polizia che spinge il ginocchio sul collo dell’arrestato, diventano virali, però, la stessa polizia spefica che l’FBI aprirà un’indagine. Il poliziotto coinvolti, al momento, è in congedo amministrativo ma continuerà a percepire lo stipendio.  

Non il primo, nella storia del Paese. Uno dei quattro che, negli ultimi cinque giorni, ha mostrato il volto razzista di un’America che su questo aspetto ha ancora tanta strada da fare.

Davide Mamone
Nato a Milano, giornalista pubblicista, Davide Mamone vive e lavora a New York, dove è collaboratore del quotidiano milanese Mi-Tomorrow. I suoi reportage dall’America sono stati pubblicati su 7 Corriere, L'Espresso e InsideOver - Il Giornale. Appassionato di politica nazionale e internazionale, si occupa anche di diritti umani e scrive dall'ONU. Di origini palermitane, sogna la California.