Perché la New York dell’influenza spagnola di ieri non è quella del coronavirus di oggi

Un ospedale durante la pandemia dell'influenza spagnola - Foto Flickr

Beh grazie, era il 1918 direte voi. E invece no. Partiamo subito con un chiarimento: non è a causa del periodo storico diverso e dei cento anni di differenza che separano quella pandemia lì da questa pandemia qui, che la New York di ieri non è la New York di oggi.

L’influenza spagnola, che ha ucciso decine di milioni di persone in tutto il mondo, dopo la fine della prima guerra mondiale, e ha fatto più di ventimila vittime anche a New York nel giro di pochi mesi, viene spesso presa a paragone con il coronavirus nostrano. Un po’ per capirne similitudini e differenze. Un po’ anche per criticare il regime di distanziamento fisico e di chiusura dei business non essenziali imposta dal governatore dello Stato di New York, tra le poche aree del Paese che ancora non ha allentato le sue misure di contenimento del COVID.

Perché la metropoli di allora non si fermò, per nulla, nonostante la Spagnola: le scuole rimasero aperte, la metropolitana continuò a funzionare ventiquattr’ore su ventiquattro, gli uffici non chiusero, i business rimasero attivi, i teatri continuarono a produrre spettacoli. Mentre questa New York qui, invece, è congelata dallo scorso ventidue marzo e il prezzo pagato è già altissimo: uffici chiusi, metropolitana sospesa di notte, Broadway in trepidante attesa almeno fino a ottobre, scuole chiuse fino a data da destinarsi.

Ma perché questa differenza?

Partiamo dalle cose simili

Partiamo dalle cose simili, che ci accomunano. Nelle splendide e affascinanti, a loro modo, foto d’archivio di quella New York, quella in bianco e nero che affrontò l’influenza spagnola con coraggio e a testa alta, c’è un elemento ricorrente che stiamo vedendo anche oggi: le mascherine. Le mascherine venivano utilizzate da quasi tutti coloro che furono fotografati e che oggi possiamo rivivere attraverso quegli scatti. Bambini e anziani, lavoratori essenziali e non essenziali. Portare una mascherina sembrava fosse normalità.

Non solo. Le campagne pubbliche erano un elemento simile a quello di oggi. Nessuno poteva fingere che il virus non ci fosse. Quello che oggi è rappresentato dal numero 692692, la centralina della città di New York che invia sms ai cittadini, con tutte le misure di precauzione da prendere e le novità sulle decisioni prese dalle istituzioni, ieri questa comunicazione passava attraverso i poster appesi sulle pareti degli edifici. Poster che spiegavano come non starnutire, come non tossire e come non sputare per terra, per evitare di infettare gli altri. Poster che raccontavano come riconoscere i sintomi dell’influenza, con team di Boy Scouts newyorkesi intenti a passeggiare per le vie di Manhattan e riprendere le persone che non rispettavano le regole.

E simile è stata anche la violenza con cui l’influenza spagnola si è abbattuta sulla città. Il numero di casi è arrivato a toccare cinquecento persone al giorno, in quel drammatico inverno del 1918. E la pandemia esplose letteralmente da un momento all’altro, dopo una lenta diffusione nei primi giorni, seguita da un picco spaventoso in cui gli ospedali andarono al collasso.

Vi ricorda qualcosa?

E continuiamo con le cose diverse

Le similitudini però, finiscono sostanzialmente qui, secondo i racconti riportati da vari media americani, pubblicati in queste settimane. E tutte queste differenze sono legate a una ragione, principale, e a una seconda, successiva.

La principale: l’influenza spagnola non colpiva le persone in modo asintomatico. Chi si prendeva la Spagnola subiva i danni collaterali dell’influenza sostanzialmente subito. Febbre alta, se non altissima, entro 24 ore dalla contrazione del virus e apice del decorso entro due o tre giorni. Le persone sane non erano un potenziale pericolo, per giorni o persino settimane, come accade oggi. E chi si ammalava non poteva non accorgersene, come spesso è successo durante il coronavirus per decine di persone con sintomi lievi o nulli. In un periodo storico dove gli spostamenti erano molto minori, questo fattore ha fatto e sta facendo la differenza più di altri.

E la seconda ragione è in un certo senso legata alla prima, alla natura del virus. Contrariamente a oggi, infatti, l’influenza spagnola non si accanì sulle persone anziane come sta facendo il COVID. Aveva come obiettivo giovani ragazze e giovani ragazzi, persone sulla trentina sane, persone di mezza età nel pieno delle loro energie. Il che da una parte portò diversi minorenni a perdere uno dei due genitori nel giro di pochi giorni, o a diventare orfani nel giro di poche ore. Ma dall’altra diede la possibilità a parecchi newyorkesi nel pieno delle loro forze di rimettersi, in un periodo di tempo molto meno esteso rispetto a quanto stiamo vedendo oggi con il COVID.

Tutto aperto allora, tutto chiuso oggi    

Un newyorkese che doveva andare al lavoro, secondo quanto raccontato in queste settimane nel ricostruire la città di allora, seguiva una routine semplice. Si alzava, si vestiva e si metteva la mascherina prima di uscire. Usciva e prendeva la metropolitana o un pullman, ambienti tappezzati dai poster anti-influenza, piene però di pendolari come se la Spagnola nemmeno ci fosse. E si recava al lavoro.

Chi andava in ufficio, lavorava dalle 8:40 del mattino alle 4:30 del pomeriggio, secondo quanto riportato in questo pezzo del New York Times. Chi era impiegato in negozi di alimentari, iniziava prima dell’ordinario e finiva prima. Chi faticava nelle fabbriche, iniziava dopo e finiva dopo. Una divisione degli orari che permise la suddivisione del traffico delle persone e un alleggerimento, almeno teorico, della cosiddetta rush hour, l’ora di punta.

Tutti questi uffici e tutte queste fabbriche, tutte queste metropolitane e tutti questi pullman, però, non si sono mai fermati. Così come non chiusero bar e ristoranti. Così come non chiusero i teatri, anche se prima degli spettacoli non mancavano i moniti da parte del Dipartimento dell’Igiene Pubblica, guidato dall’eccentrica figura di Royal S. Copeland. L’uomo che si oppose alla chiusura delle scuole della New York di allora, per aver capito qualcosa che nella New York di oggi non sembra esistere, o quantomeno non nelle modalità come venne registrato all’epoca: che le scuole fossero ambienti estremamente più puliti ed igienizzati della maggior parte degli appartamenti del tempo.

“I ragazzi lasciano il loro appartamento, spesso poco sicuro e molto affollato, con i genitori impegnati a portare a casa il cibo necessario alla sopravvivenza della famiglia. Lasciano le loro case, spesso non igienizzate, per andare in edifici scolastici grandi, puliti e ariosi, dove viene applicato un rigido controllo e una rigida ispezione ogni giorno”, disse lo stesso Copeland alla stampa americana di allora, a più riprese.

Nella New York di oggi, complice il fatto che i bambini possono trasmettere il coronavirus ad adulti, senza che questi se ne accorgano per settimane e complice le recenti complicazioni proprio ai danni dei minorenni, legate alla sindrome misteriora simile alla kawasaki, questo ragionamento non è mai stato applicato.

I numeri di allora e i numeri di oggi

A New York, allora, nel dramma della pandemia andò bene. E la strategia pensata da Copeland, in un certo senso, funzionò. Furono 4.7 ogni 1,000 newyorkesi, a perdere la vita di Spagnola. Una media più bassa sia di Boston, 6.5 ogni 1,000 abitanti, che di Philadelphia, 7.4 ogni 1,000 residenti. “Ci fu un vigoroso movimento nel segno della salute pubblica e a sostegno della salute pubblica”, ha commentato di recente per il New York Times Paul Theerman, direttore della biblioteca della New York Academy of Medicine.

Nell’aggiungere un altro elemento importante: “La fortuna”. La New York di allora, nello sconfiggere l’influenza spagnola, fu anche fortunata. E se questo elemento dovesse ripetersi anche oggi, cento anni dopo quella pandemia, la città potrebbe ricominciare presto a vivere. Non dovesse ripetersi, però, costringerebbe l’intera metropoli ad aggiornare il bollettino delle vittime, già così drammatico (27,290 solo nello Stato di New York), inesorabilmente.

E a posticipare l’inizio della fine sempre un po’ più in là.