Il coronavirus negli USA e la sindrome di Kawasaki che di Kawasaki forse non è

Foto da: Flickr/Official U.S. Navy Page

Febbre ed eruzioni cutanee, occhi rossi e dolori addominali. Ma niente tosse e niente carenza di ossigeno. La sindrome misteriosa, che ricorda quella di Kawasaki ma che in realtà quella di Kawasaki non sembrerebbe essere, è arrivata in questi giorni anche a New York. Ed è arrivata con modalità simili a quelle viste in Italia: colpisce i bambini e, da quel poco che è emerso fino ad ora, il coronavirus ne aiuterebbe la diffusione nell’organismo.

Il campanello d’allarme è suonato due giorni fa negli Stati Uniti, con i primi casi. Poi, ieri, i dati aggiornati dal Dipartimento della Salute di New York, che hanno evidenziato come il numero complessivo di episodi riportato sia di 64. Mentre la malattia è stata contratta anche da una manciata di minorenni in Louisiana, Mississippi e California e il bilancio in Europa, fino ad ora, è di circa cinquanta casi.

La nuova malattia non ha ancora nome

Quella che sta colpendo i bambini viene accostata spesso in queste ore alla sindrome di Kawasaki, una malattia che attacca il sistema immunitario dei bambini d’età inferiore ai cinque anni e i cui segni includono febbre, eruzioni cutanee, arrossamenti e infiammazioni di vario genere alla bocca, alle labbra e alla gola. In realtà, per quanto alcuni dei sintomi siano condivisi, diversi medici negli Stati Uniti stanno concordando sul fatto che la malattia misteriosa contratta dai bambini d’America in queste ore sia un po’ diversa.

Il motivo? Lo ha spiegato al New York Times il dottor Steven Kernie, a capo del reparto di medicina intensiva dell’ospedale pediatrico Presbyterian Morgan Stanley di New York, secondo cui questa nuova sindrome attaccherebbe il sistema cardiaco e il cuore in modo più aggressivo, mai visto prima. Se la malattia di Kawasaki può produrre aneurismi coronarici, la nuova sindrome sembrerebbe coinvolgere principalmente l’infiammazione delle arterie e degli altri vasi sanguigni, anche durante il trattamento medico.

Per dottori come Steven Kernie, quindi, potrebbe rappresentare una forma più rara e complessa della malattia di Kawasaki. Ancora senza un nome vero, visto che è stata rinominata genericamente con il termine Pediatric Multi-System Inflammatory Syndrome. E già capace, comunque, di costringere molti dei bambini colpiti ad affrontare episodi di bassa pressione sanguigna e di insufficienza d’ossigeno all’interno del sangue. Anche se, ha assicurato il dottore, “non si vedono effetti e conseguenze sui polmoni, né sulle vie respiratorie”, nonostante si tratti di una sindrome legata in qualche modo alla contrazione del coronavirus.

L’età è diversa dalla Kawasaki

C’è un’altra differenza. Se secondo il Centers for Disease Control americano, la sindrome di Kawasaki colpisce i bambini di età inferiore ai cinque anni, qui gli episodi registrati sembrerebbero essere al momento più omogenei. L’unica vittima ad esempio è avvenuta in Inghilterra e secondo la testata inglese Lancet ad aver perso la vita è stato un ragazzino di 14 anni.

“La maggior parte dei bambini con COVID-19 affrontano solamente pochi e lievi sintomi, ma in alcuni casi si può sviluppare questa sindrome infiammatoria”, ha dichiarato in una nota ufficiale il dottor Howard Zucker, commissario del dipartimento della salute dello Stato di New York. Una sindrome di cui si sa poco e di cui non se ne conosce la propagazione, non è certo se colpisca potenzialmente tutti i bambini o solo coloro che già avevano condizioni di salute precarie prima del coronavirus.

“È ancora una malattia molto rara, ma c’è stata un’ondata di casi ultimamente. Dottori e scienziati stanno lavorando duramente per capirne i meccanismi e gli andamenti e il motivo per cui alcuni bambini siano colpiti dalla malattia in modo così severo e altri no”, ha evidenziato ad esempio la cardiologa Jane Newburger alla National Public Radio americana.

Secondo Newburger, che è professoressa di pediatria alla Harvard Medical School e direttrice, all’interno dell’ospedale pediatrico di Boston, del Kawasaki Program, “ora abbiamo bisogno che i dottori da ogni Paese si parlino per condividere le informazioni”. Per farlo però “abbiamo bisogno che ci siano strutture e linguaggi che tutti noi possono interpretare allo stesso modo”. Tradotto: che metodo di studio e standard combacino ovunque, per far sì che l’incrocio dei dati possa avvenire in modo virtuoso, considerato anche il fatto che questa nuova malattia sembra riuscire a colpire una fascia d’età più ampia di quella della kawasaki.

Perché c’entra il COVID

In questa fase della ricerca, dicono diversi medici e ricercatori, siamo ancora soltanto alle ipotesi. Ma i primi dati dicono che la maggior parte dei 64 casi all’interno dello Stato di New York abbia riguardato bambini o minorenni già testati positivi al COVID, che questi fossero stati tamponi diagnostici o test degli anticorpi. Mentre i casi negativi erano comunque di bambini entrati in contatto con qualcuno che, in passato, era stato positivo al coronavirus.

“Una teoria è che siano gli anticorpi stessi che l’organismo sviluppa contro SARS-COV-2 a provocare poi questo genere di risposta nel sistema immunitario del paziente”, ha spiegato ancora Newburger a NPR. Tradotto: potrebbero essere gli anticorpi COVID, dopo giorni o settimane dalla fine del coronavius, a generare questa nuova malattia così simile alla Kawasaki, e solo nei giovani o giovanissimi.

Non è chiaro se gli effetti della malattia possano presentare un conto a chi ne guarisce anche dopo il trattamento, che solitamente è basato sulla somministrazione di aspirina, antibiotici e immunoglobina per via endovenosa. È possibile infatti, lo confermano gli specialisti americani, che il sistema cardiaco di alcuni bambini possa subire le conseguenze della sindrome anche a distanza di tempo.

“Questo accade solo in soggetti sensibili i cui sistemi immunitari sono costruiti in un modo particolare. Non succede in tutti. È ancora un evento davvero insolito nei bambini”, ha però tranquillizzato la dottoressa Newburger a NPR. Nonostante infatti, come ha spiegato Steven Kernie al New York Times, i bambini ne sarebbero affetti in quanto protetti da un sistema immunitario ancora non pienamente sviluppato, la sindrome rimane una rara.

Senza nome, certo. Con un parente, la Kawasaki, decisamente scomodo. Ma ancora molto poco rara e, per questo, poco diffusa.

Davide Mamone
Nato a Milano, giornalista pubblicista, Davide Mamone vive e lavora a New York, dove è collaboratore del quotidiano milanese Mi-Tomorrow. I suoi reportage dall’America sono stati pubblicati su 7 Corriere, L'Espresso e InsideOver - Il Giornale. Appassionato di politica nazionale e internazionale, si occupa anche di diritti umani e scrive dall'ONU. Di origini palermitane, sogna la California.