Troppi, divisi e litigiosi: l’affanno dei moderati Dem, nell’era del Sanders pigliatutto (anche in Nevada)

Il 74% del voto degli ispanici, il 66% degli elettori Under 30, il 56% degli elettori Under 45. Sono questi i dati, sorprendenti e schiaccianti dell’incredibile vittoria di Bernie Sanders in Nevada. Il Senatore del Vermont ha letteralmente dominato su tutti, andando oltre ogni più rosea previsione, staccando il secondo classificato Joe Biden e conquistando i caucus in Nevada, terzo banco di prova delle Primarie dei Dem che decreteranno chi dovrà provare a sconfiggere Donald Trump a novembre.

Se la vittoria di Sanders era stata prevista da tutti i sondaggi, nessuno si sarebbe potuto immaginare tali proporzioni. E ora il panico tra i moderati, in affanno in Nevada, litigiosi in campagna elettorale e divisi nei fatti e nelle fazioni, si fa sempre più concreto.

“Non siamo socialisti”

È l’unico aspetto su cui il fronte moderato in America sembra andare d’accordo oggi. “Non siamo socialisti”. Da Joe Biden a Pete Buttigieg, da Amy Klobuchar a Mike Bloomberg, tutti hanno detto almeno una volta questa frase, sia in campagna elettorale in Nevada, sia prima, alle porte dei caucus in Iowa. Ma non basta più.

L’assenza di una serie di proposte alternative a quella ricetta che “è stata già provata e non ha funzionato da nessuna parte”, come ha ricordato in modo sacrosanto Bloomberg parlando del socialismo, in uno dei rari guizzi del primo dibattito disastroso a Las Vegas, è una delle ragioni per cui Sanders però sta andando così forte e così in alto.

I moderati non sembrano infatti sapere di cosa parlare, non hanno alcun messaggio-chiave forte, non colpiscono la pancia dell’elettorato, non attraggono (per ora) giovani e minoranze. In primis Biden, che sta utilizzando una strategia simile a quella di Clinton (“Tra noi e il baratro ci sono io, scegliete me”), rivelatasi fallimentare nel 2016. E si sa che in America, senza il supporto dei giovani e delle minoranze, e senza una propria agenda, lontano ci vai poco.

Nel 2016 vinse Hillary

“Non sono un socialista, sono un Democratico. E ne vado fiero”, ha detto Biden nel suo discorso in Nevada stanotte, non a caso. Un discorso serio, molto pragmatico, con sprazzi di entusiasmo, da parte di un vice presidente che si è ripreso – per quel poco che vale in termini percentuali stavolta – la leadership moderata del partito.

Anche se c’era ben poco da essere entusiasti: nonostante l’ex vice presidente di Barack Obama sia arrivato in seconda posizione (dopo le deludenti prestazioni elettorali in Iowa e New Hampshire dov’era finito dietro persino a Amy Klobuchar), la distanza con Sanders è stata vastissima: più di 20 punti percentuali, in uno Stato che Sanders aveva perso contro Hillary Clinton nel 2016.

E a fare eco a Biden, nella notte in cui la stessa Klobuchar ha alzato bandiera bianca dopo la brillante prova di forza in New Hampshire, è stato Pete Buttigieg, il volto giovane dei moderati Dem pesantemente dimenticato dai giovani che avrebbe dovuto rappresentare, proprio lui 38enne, al meglio: “Sanders crede in una inflessibile rivoluzione ideologica che tiene fuori la maggior parte dei Democratici”, ha detto nel suo discorso dove ha concesso la vittoria al Senatore del Vermont, proseguendo: “Dobbiamo parlare a Democratici, Indipendenti e Repubblicani”. E lasciando il monito: “Sanders non vincerà contro Trump”.

“Intergenerazionale”

Se i moderati come Buttigieg continuano a puntare sul fatto che si debba attrarre il voto della classe media e degli elettori indipendenti, Bernie Sanders sta puntando su un altro genere di trasversalità. Quella che non riuscì ad avere nel 2016 e che gli costò le primarie contro Clinton. E quella su cui invece Obama ha potuto contare per due elezioni in fila: la trasversalità tra generazioni diverse e razze differenti.

“Abbiamo creato una coalizione multigenerazionale e multirazziale, che non vincerà solo in Nevada, ma in tutto il Paese”, ha detto Sanders ai suoi sostenitori durante un comizio a San Antonio, in Texas, dove ha proclamato la vittoria e dove non a caso proprio in quel passaggio è stato applaudito di più di tutti gli altri. Per la prima volta, infatti, Sanders sembra riuscire ad attrarre le preferenze delle minoranze, aspetto mai registrato fin qui. Se nel 2016 Bernie era solamente l’uomo dell’elettorato bianco, oggi Sanders punta a coprire le voragini lasciate dall’establishment del Partito Democratico anche con le minoranze dimenticate, colmandole con messaggi mirati – e pure costosi.

Sanders ha investito infatti qualcosa come 407.000 dollari in pubblicità in lingua spagnola in Nevada, secondo solo al miliardario Tom Steyer. Se Steyer ha deluso estremamente le aspettative – portando diversi addetti ai lavori a chiedersi per quale motivo un moderato così debole sia ancora in corsa alla presidenza – a Bernie è andata bene. Ed è andata bene anche per la sua capacità di non perdere il voto dell’elettorato bianco (il 28% è suo) attutendo fortemente il colpo sull’elettorato afroamericano (vinto da Biden con il 36%, ma dove Sanders si è piazzato secondo con il 27%).

Il sindacato dimezzato

Negli scorsi giorni si pensava che Sanders potesse andare meno bene di quanto previsto dai sondaggi a causa della polemica esplosa con il sindacato “Culinary Union”, la sigla che si è scagliata contro il Senatore del Vermont per la sua proposta “Medicar for All”.

Il sindacato, il più potente dello Stato e che rappresenta i lavoratori impegnati nella refezione dei grandi centri commerciali e dei casinò in centro città a Vegas, ha visto la proposta di Sanders di cancellare il sistema sanitario privato come un attacco ai propri diritti acquisiti: la maggior parte dei suoi tesserati, infatti, può contare su ottime coperture sanitarie negoziate con i datori di lavoro in via privata. La riforma di Sanders spazzerebbe via tutto questo.

Nonostante la presa di posizione dei vertici del sindacato, però, Sanders ha stra-vinto anche in 5 dei 7 distretti della Las Vegas Strip di Las Vegas, cuore pulsante dell’elettorato iscritto alla “Culinary Union”. Segno di come le basi delle organizzazioni politiche e sindacali tradizionali si stiano allontanando sempre di più dai loro capi, anche negli Stati Uniti.

E di come i moderati, con le loro divisioni e i loro messaggi deboli, con i loro litigi (gli ultimi quando Biden e Buttigieg si sono scagliati contro Bloomberg) e le loro invidie (nessuno dei fanalini di coda sembra ritirarsi), continuino ad apparire in affanno e senza idee alternative.

Bloomberg permettendo.