Goodbye, von Hayek!

Oggi si parla sempre di “neoliberismo” con un’accezione positiva, ma è un sistema economico per preservare l'attuale squilibrio di potere

Le settimane passano e le proteste non si fermano. Quelle proteste che avevo rinominato “Rivoluzioni di Ottobre” sono sempre più insistenti, inarrestabili, incessanti e hanno finito per caratterizzare non solo questa stagione, ma tutto l’anno.

L’anno delle proteste

Se il 1919 è passato alla storia per l’apertura dei negoziati di pace della Conferenza di Parigi post-guerra mondiale e per la nascita di un nuovo sistema globale, possiamo dire che il 2019 verrà ricordato come un anno di transizione per le proteste dal basso che stanno attraversando il globo, dall’America Latina all’estremo Oriente passando per Africa, Europa e Medio Oriente. Perché per quanto distinte sembrino, le rivolte che scuotono la Bolivia, il Libano, Il Cile, ma anche il movimento dei Gilet Gialli in Francia, e le proteste in decine di altri Paesi condividono tutti un tema comune, ed è questo il nodo che renderà il 2019 un momento di svolta.

Nelle settimane scorse si sono riversate centinaia di persone per le strade della Colombia e prima ancora in Iran, in circa 100 città della Repubblica Islamica. Le vittime tra i manifestanti sono almeno 100, ma è difficile venire a conoscenza di cosa stia succedendo esattamente nel Paese dato che il Governo degli Ayatollah ha chiuso internet il secondo giorno delle proteste. Ma anche nei luoghi in cui c’è una connessione stabile, è difficile mettere tutto insieme: le proteste si sono susseguite in Algeria, Bolivia, Cile, Colombia, Ecuador, Egitto, Francia, Germania, Guinea, Haiti, Honduras, Hong Kong, India, Indonesia, Iran, Iraq, Libano, Paesi Bassi, Spagna, Sudan, Regno Unito, e Zimbabwe.

Le manifestazioni

Alcune si sono caratterizzate per essere manifestazioni violente circoscritte ad un’esigenza specifica, come a Parigi, Praga o Barcellona. Altre sono vere e proprie rivoluzioni in grado di rovesciare regimi, come in Sudan, dove le mobilitazioni dal basso hanno destituito la dittatura trentennale di Al-Bashir, o come le proteste pacifiche dei giovani algerini, che hanno portato alle dimissioni di Bouteflika la scorsa primavera.

Sta succedendo qualcosa. Negli ultimi tre mesi, le proteste hanno attraversato i cinque continenti da Londra e Hong Kong a Tegucigalpa e Khartoum. Sono talmente disparati geograficamente da apparire eterogenei, ma non è così. Fanno parte di un fenomeno omogeneo e unificato, anche in superficie non sembra.

In Iran l’annuncio di un aumento del 50% del prezzo del carburante ha dato il via alla protesta che si diffusa rapidamente in tutto il Paese. In Germania, nei Paesi Bassi e in Francia, gli agricoltori hanno bloccato le autostrade per protestare contro le nuove norme ambientali che vanno a tutela del pianeta. Il casus belli delle manifestazioni che stanno scuotendo Hong Kong da giugno è la proposta di legge che avrebbe permesso l’estradizione verso la Cina continentale. In Cile la scintilla è stata un aumento del costo della metropolitana, in Indonesia un’oppressiva legge criminale, in Libano l’annuncio di nuove tasse su tutto, dalla benzina a WhatsApp.

Le caratteristiche

Quasi la totalità di questi movimenti è di tipo orizzontale e senza leader. Nessuna ideologia rivoluzionaria globale li unisce. Nessun partito d’avanguardia si precipita al fronte. La tradizionale dicotomia “destra vs sinistra” che ha caratterizzato la divisione del mondo per la maggior parte del XX secolo non è più utile a spiegare cosa stia succedendo.

Le destre, e il governo degli Stati Uniti, hanno incoraggiato le aspirazioni democratiche dei manifestanti di Hong Kong, Iran e Bolivia – prima del Colpo di Stato che ha comunque rovesciato Evo Morales – mentre li scoraggiava o li ignorava più o meno nel resto del mondo. I partiti di sinistra hanno percepito l’interventismo imperialista dietro le proteste di Hong Kong e dell’Iran criticando le proteste, affermando, invece, la legittimità di quasi tutti gli altri movimenti di protesta.

I punti in comune

Non c’è quindi un’univoca presa di posizione da parte dei partiti tradizionali nei confronti di questi moti. Perché? Se si osserva con attenzione ogni singola protesta, i punti in comune cominciano ad emergere. In Cile la rabbia per l’aumento del 3% delle tariffe della metropolitana ha rivelato che la popolazione non si è riversata nelle piazze “solo” per un problema economico – l’aumento delle tariffe ha alzato i costi del trasporto al 21% dello stipendio mensile di un lavoratore che guadagna il salario minimo – ma è così esausta dall’austerità, così schiacciata dai salari bassi e dai debiti, così stanca dell’avidità e della cecità dei pochi ricchi che gestiscono il Paese che è pronta a bruciare tutto. Ancora oggi la miope élite governativa non è in grado di vedere la condizione di disagio economico in cui vive la maggior parte dei cileni.

Se ci spostiamo in Nord Africa, non molto tempo lo scoppio degli scontri tra la polizia e le migliaia di persone che hanno osato manifestare in settembre, il Ministro delle Finanze del Cairo ha lamentato che la popolazione non ha colto e compreso i vantaggi dell’ultima riforma economica del Paese. Le misure imposte dal Fondo Monetario Internazionale hanno, infatti, faranno salire l’inflazione del 60% in tre anni, facendo precipitare milioni di persone nella povertà assoluta. E c’è chi ha avuto il coraggio di affermare che questa sia stata la migliore riforma economica nella storia del Medio Oriente.

Lo scollamento tra la percezione elitaria e l’esperienza di massa è tanto diffuso quanto fondamentale: tutti i Paesi che di recente hanno vissuto rivolte popolari sono stati governati per decenni da un unico modello economico, in cui l’apparente crescita è celebrata dai pochi detentori dei mezzi di produzione, e nel quale i flussi di capitali riversano nei conti americani ed europei con la stessa affidabilità dei flussi fognari in discesa.

Il Cile è stato un primo laboratorio noto: le squadre di assassini di Pinochet hanno lavorato in tandem con gli economisti formati da Chicago per creare il famoso “miracolo economico” che solo i fortunati, gli spregiudicati e i non vedenti hanno potuto apprezzare.

Il neoliberismo

Oggi si parla sempre di “neoliberismo” con un’accezione positiva, ma questo è il suo vero significato: è un sistema economico applicabile a livello globale per preservare l’attuale travolgente squilibrio di potere. Funziona sul piano micro a livello comunale – pensando a sistemi di trasporto pubblico in decadenza con un budget apparentemente senza fondo per l’applicazione di tariffe che non tengono conto del potere di acquisto della popolazione, mentre i miliardari si spostano senza problemi con i loro jet privati, come in Cile, e macro su scala mondiale, in cui le élite nazionali colludono con le multinazionali e le istituzioni finanziarie internazionali per mantenere il lavoro a basso costo e la ricchezza e le risorse confinate in canali consolidati. Insomma, il neoliberismo è quel sistema nel quale la ricchezza è nelle mani di pochissimi che continuano ad arricchirsi a discapito della stragrande maggioranza della popolazione mondiale che si impoverisce sempre più.

Il caso cinese

Per la maggior parte dei primi anni 2000, l’abbondanza di capitali cinesi e i prezzi elevati di materie prime come petrolio, gas, minerali e prodotti agricoli hanno fatto sì che alcuni Stati poveri, ma ricchi di risorse, potessero scegliere a chi affidarsi e non dovessero obbligatoriamente chiedere fondi alle istituzioni economiche internazionali.

Per un po’ di tempo hanno potuto evitare le trappole della riforma legate ai prestiti del Fondo Monetario: la solita ricetta di austerità con tagli al settore pubblico, la privatizzazione delle risorse statali e lo smantellamento del sistema del welfare e della protezione del lavoro in nome della liberalizzazione del mercato. In America Latina, i Governi di sinistra hanno conquistato terreno e la povertà e la disuguaglianza sono crollate. Ma l’economia cinese si è fermata e il FMI è tornato ad essere l’unica opzione, con le stesse vecchie e screditate soluzioni, soluzioni che strizzano l’occhio alle élite dei Paesi emergenti, ma non alla popolazione nel suo intero.

Lo stesso modello si applica anche nei Paesi in cui al FMI e alla Banca mondiale è vietato fare affari a causa delle sanzioni internazionali come l’Iran. Teheran, in ginocchio per colpa delle sanzioni statunitensi quarantennali, ha impostato per anni la propria politica sulla solita serie di misure di austerità.

Le conseguenze delle proteste

Ma la dignità e la libertà sono qualcosa di umanamente meraviglioso, che vanno ben oltre l’economia: una volta che le si reclamano, è ancora più difficile arrendersi e tornare indietro. Le richieste dei manifestanti si sono quasi ovunque estese ben oltre la causa originale che li ha fatti scendere in piazza. A Hong Kong i dimostranti hanno rapidamente stabilito che il ritiro della legge sull’estradizione non era più sufficiente: la richiesta ora è il suffragio universale. In Cile le rivendicazioni dei manifestanti si sono ampliate, chiedendo la demolizione della Costituzione dell’epoca di Pinochet del paese.

In Libano i manifestanti stanno ora discutono se il loro movimento conta come una vera e propria rivoluzione. Ad Haiti, come in Sudan, le proteste sono iniziate più di un anno fa, quando il presidente Jovenel Moïse ha precipitosamente aumentato i prezzi del carburante per compiacere il FMI. I manifestanti hanno presto chiesto le dimissioni dello stesso Presidente, sostenuto dagli Stati Uniti, e da allora continuano a riversarsi in strada ogni settimana.

Il ruolo del FMI

È difficile non notare che non solo ad Haiti, ma in almeno una mezza dozzina di paesi, dall’Ecuador allo Zimbabwe, le proteste sono state scatenate dall’aumento del prezzo della benzina. Non è un segreto che dobbiamo cominciare a svezzarci immediatamente dall’utilizzo dei combustibili fossili se vogliamo avere qualche speranza di preservare qualche versione sopportabile della vita umana sulla terra. Tuttavia, anche se quasi tutti questi Paesi sono stati colpiti dalla crisi climatica, gli aumenti dei prezzi dei carburanti non hanno nulla a che fare con la riduzione delle emissioni. Ogni aumento è legato a una richiesta del Fondo Monetario, nonostante detenesse l’intera ricchezza, non è stata in grado di gestire il prestito. Infatti, il FMI lega spesso i prestiti ai tagli ai sussidi energetici, e le tasse sul carburante sono un modo facile, seppur regressivo, per ripianare il debito pubblico: far pagare ai poveri i danni dell’élite ristretta che nonostante detenesse l’intera ricchezza, non è stata in grado di gestire il prestito.

Dall’altro lato del divario globale, i ricchi Paesi europei sono stati il palcoscenico delle proteste direttamente collegate alla politica climatica, o perché i Governi stanno facendo troppo poco, come nel Regno Unito, o perché le misure che stanno prendendo intaccano iniquamente le conseguenze, come nei Paesi Bassi e in Germania, dove gli agricoltori hanno protestato contro le restrizioni sull’utilizzo di pesticidi e azoto, bloccando le autostrade con migliaia di trattori, o in Francia, dove la tassa sui carburanti, in questo caso imposta come azione contro i cambiamenti climatici – abbinata ad agevolazioni fiscali per i ricchi, ha fatto nascere il movimento dei Gilet Gialli che si riversa nelle strade d’oltralpe ogni weekend da più di un anno.

Cosa possiamo trarne?

Le lezioni che possiamo trarre sono quindi molto chiare. In primo luogo, qualsiasi tentativo di affrontare la crisi climatica che non soddisfi anche i bisogni fondamentali della stragrande maggioranza degli abitanti del pianeta fallirà catastroficamente. In secondo luogo, questi bisogni primari includono non solo cibo, assistenza sanitaria e alloggio, ma anche dignità, libertà e forme di solidarietà che il sistema attuale tenta di distruggere. Terzo, l’orizzontalità della ventata di proteste esplosa attraverso il globo è la dimostrazione di un malcontento generalizzato che supera i confini, di giovani senza speranza, che non vedono nessuna possibilità di realizzarsi nel proprio futuro.

Il 1919 è passato alla storia per l’apertura dei negoziati di pace della Conferenza di Parigi post-guerra mondiale e per la nascita di un nuovo sistema mondiale, possiamo dire che il 2019 verrà ricordato per essere l’anno della rivolta globale contro il neoliberismo: “Good bye, von Hayek !”

Leila Belhadj Mohamed
Laureata con lode in Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Milano Durante il suo percorso accademico ha avuto modo di specializzarsi in Geopolitica e nel Diritto Internazionale della Tutela dei Diritti Umani, completato con la redazione di una tesi focalizzata sulla geopolitica dell’acqua e il diritto di accesso alle risorse idriche. Appassionata da sempre alla scrittura, ha collaborato con diverse piattaforme online legate all'ateneo milanese.