Accordi commerciali, prove tecniche fra Trump e Johnson

Donald Trump e Boris Johnson stanno studiando il futuro degli accordi commerciali tra Usa e Regno Unito in seguito alla realizzazione della Brexit.

Donald Trump e la forza dei tweet sui mercati finanziari
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Prove di “struscio” fra Donald Trump e Boris Johnson per raggiungere una serie di accordi commerciali post Brexit che creerebbero un asse di straordinaria potenza non solo in termini economici ma anche legati alla politica del “divide et impera” con cui l’attuale inquilino della Casa Bianca corteggia il regno Unito in funzione non proprio europeista.

Al lavoro Trump e Johnson

Trump ha affermato in queste ore alla BBC che “sono in corso colloqui su un accordo commerciale molto concreto con il Regno Unito. Un accordo bilaterale post-Brexit potrebbe portare a un aumento da tre a quattro, cinque volte degli attuali scambi”, roba esponenziale che creerebbe, in potenza, veri disallineamenti nella politica economica mondiale.

Anche se non ci sono ancora dettagli precisi su natura e modalità dell’accordo, lo storico di queste ore ci conferma che dopo una lunga telefonata con Boris Johnson, Trump ha dichiarato che il nuovo primo ministro è “una persona fantastica”.

Accordi commerciali tra Stati Uniti e Regno Unito

E se non è amore questo. Il presidente Usa ha poi calato l’asso, spiegando che “il commercio tra Stati Uniti e Regno Unito era stato precedentemente ostacolato dall’adesione della Gran Bretagna all’UE. Una volta che il Regno Unito avrà lasciato definitivamente l’Europa – ha detto lo statista tycoon – il Regno Unito può aspettarsi di fare volumi commerciali molto più ampi con gli Stati Uniti”. A breve i due avvieranno negoziati formali. La “conditio sine qua non” è che Albione lasci il Vecchio Continente al più presto. Su questo Trump non ha intenzione di transigere né, come suo costume, di nascondersi dietro sofismi.

Infatti mentre il Regno Unito è ancora nell’UE, non può firmare i propri accordi commerciali, non prima della definitiva Brexit che dovrebbe scattare, nel nuovo scacchiere anglosassone, il prossimo 31 ottobre. Il motivo non è solo di “tigna” politica, ma ha una sua polpa legale. Le leggi doganali europee vietano ai membri di negoziare accordi commerciali separatamente dall’UE. Per legge quelli vanno negoziati sempre e solo collettivamente. Tutto questo allunga i tempi in maniera biblica e poco adatta a cavalcare l’onda dei velocissimi flussi economici del terzo millennio.

I precedenti sui negoziati

Il precedente c’era ed era anche illustre. Nel 2013, con Barack Obama al 1600 di Pensylvania Avenue, gli Stati Uniti e l’UE avviarono un programma di negoziati noto come Transatlantic Trade and Investment Partnership, o TTIP. Quella proposta venne bloccata poi dagli Stati Uniti dopo l’elezione di Trump. Recentemente l’UE aveva approvato nuovi colloqui. Una “finestra” di dialogo vista di cattivo occhio dallo sbrigativo e non proprio europeista Trump. Il numero uno della Casa Bianca ha così deciso di “giocare a rompere” e corteggiare non l’Ue, ma chi dalla medesima sta uscendo.

D’altronde i tempi sono quelli che sono. Per concludere un accordo commerciale tra l’UE e un blocco di paesi sudamericani, incluso il Brasile, ci erano voluti 20 anni. L’accordo UE-Canada – che ha rimosso il 99% delle tariffe – è in preparazione ormai da sette anni (fonte BBC).

L’obiettivo di Trump

L’idea di Trump è quella di abbattere i tempi biblici dovuti alla necessità di prendere decisioni collegiali con l’Unione Europea. Essa deve via via tarare gli stessi sulle esigenze dei singoli membri e delle loro riottose governance nazionali, ed avviare un negoziato singolo con un paese non (più) membro, con battage linguistico simile, che ha già negli Usa un partner commerciale di elezione ed affinità storiche consolidate.

Alla fine, l’obiettivo è fare quello che tutti i capitalisti del mondo hanno da sempre in animo e dna. Fare più soldi, in meno tempo e con il minor numero possibile di intoppi burocratici. E si, burocraticamente parlando l’Unione Europea è ancora una palla al piede, o quanto meno considerata tale.

Giampiero Casoni
Giampiero Casoni, 50enne nato a Cassino, è da sempre un cronista di giudiziaria. Ha collaborato ed operato in redazione per Ciociara Oggi, La Provincia, di cui ha curato anche l'edizione nazionale e Provincia quotidiano, che ha recentemente accompagnato in esequie editoriali. Ha partecipato alla fondazione e vita di numerosi free press e pubblicato pezzi per agenzie dell'Alto Casertano aventi a tema soprattutto la camorra aversana. Autore di numerose inchieste sulla camorra domitia dei La Torre, si è cimentato anche con la scrittura, pubblicando romanzi sui clan secondiglianesi e sillogi poetiche. Appassionato di storia e umorista a tempo perso, cura con molta approssimazione e svogliatezza il blog Bignè all'aceto, di cui intende, da qui a qualche secolo, riesumare i fasti potenziali assieme alla compagna, la scrittrice Monia Lauroni, moderna eroina martirizzata dal suo perenne borbottare.