Migranti in Messico, l’inferno vissuto da un 18enne americano “per errore”

Chiuso per 23 giorni in un carcere in quanto ritenuto uno dei migranti in arrivo dal Messico: la denuncia del giovane 18enne.

Migranti in Messico, la denuncia di un giovane arrestato per errore
Migranti in Messico, la denuncia di un giovane arrestato per errore (foto repertorio)

Accompagna il fratello ad un provino di calcio per fargli ottenere una borsa di studio e con esso la speranza di cittadinanza Usa e viene incarcerato. Incarcerato perché creduto un immigrato irregolare messicano. Un giovane americano ha vissuto 23 giorni di inferno, in condizioni così terribili da perdere 12 chili e quasi il lume della ragione.

Migranti in Messico, la vicenda

È stata raccontata dai media del Texas l’odissea del 18enne Francisco Erwin Galicia, incappato in un blitz dell’Immigration service al confine con il Messico sfociato in un abbaglio maiuscolo da parte del poliziotti, che non hanno creduto ai suoi documenti di cittadino statunitense e lo hanno sbattuto in un centro di contenimento.

Subito dopo essere stato rilasciato, questo martedì scorso, Galicia era corso a raccontare la sua surreale vicenda al Dallas Morning News. Il giovane era stato arrestato assieme al fratello Marlon, 17enne non in possesso della cittadinanza americana, lo scorso il 27 giugno. I due erano incappati in un posto di blocco mentre si dirigevano verso un campo di scouting di calcio nella speranza di ottenere una borsa di studio universitaria.

In carcere per 23 giorni

“Dovremmo diplomarci al liceo il prossimo anno e volevamo fare qualcosa per garantire la nostra istruzione”, aveva detto Galicia ai giornalisti. Al momento dei controlli però, il fratello e altri passeggeri nell’auto non avevano lo status di immigrati irregolari ed erano stati messi in stato di arresto. A quel punto Francisco aveva rivelato agli agenti di essere un cittadino americano e aveva presentato loro un “documento di identità del Texas, una carta di sicurezza sociale e un certificato di nascita delle dimensioni di un portafoglio”.

E poi ancora, rilasciando la sua intervista al DMN: “Ho detto loro che avevamo i diritti e abbiamo chiesto di fare una telefonata”. Ma ci hanno risposto: “Tu non hai diritti”. Due giorni dopo l’arresto, Marlon ha deciso di accettare volontariamente la deportazione a Reynosa, una città di confine messicana tristemente nota per essere snodo dei magheggi di droga dei cartelli, allo scopo di assecondare i suoi aguzzini e trovare un po’ di benevolenza per telefonare alla madre e raccontarle dove si trovavano e, soprattutto, come ci erano arrivati.

La posizione della Polizia di Frontiera

In una dichiarazione congiunta rilasciata mercoledì scorso, la pattuglia doganale e di frontiera degli Stati Uniti (CBP) e l’Ufficio stampa dell’immigrazione e l’applicazione della dogana (ICE) hanno difeso la loro scelta di arrestare Francisco Galicia. “In generale, situazioni che includono rapporti in conflitto tra singoli e certificati di nascita multipli possono e dovrebbero richiedere più tempo per la verifica – si legge nella nota –. Sia il CBP che l’ICE si impegnano a garantire un trattamento equo dei migranti in custodia”.

La denuncia del giovane

Di tutt’altro parere il giovane detenuto, che ha affermato come durante la permanenza nella struttura di detenzione di CBP nella Rio Grande Valley, nel sud del Texas, “non ho potuto mai fare la doccia e sono stato alloggiato in una cella di detenzione comune con altri 60 uomini. Ci hanno dato solo coperte di alluminio e siamo stati costretti a dormire sul pavimento. Alcuni uomini dovevano dormire praticamente abbracciati ai servizi igienici”.

“Il modo in cui ci hanno trattato è stato disumano. Ero arrivato al punto in cui, pur essendo americano, ero pronto a firmare perfino un documento di espulsione solo per non soffrire più in quell’inferno. Avevo solo bisogno di uscire di lì”.

Giampiero Casoni
Giampiero Casoni, 50enne nato a Cassino, è da sempre un cronista di giudiziaria. Ha collaborato ed operato in redazione per Ciociara Oggi, La Provincia, di cui ha curato anche l'edizione nazionale e Provincia quotidiano, che ha recentemente accompagnato in esequie editoriali. Ha partecipato alla fondazione e vita di numerosi free press e pubblicato pezzi per agenzie dell'Alto Casertano aventi a tema soprattutto la camorra aversana. Autore di numerose inchieste sulla camorra domitia dei La Torre, si è cimentato anche con la scrittura, pubblicando romanzi sui clan secondiglianesi e sillogi poetiche. Appassionato di storia e umorista a tempo perso, cura con molta approssimazione e svogliatezza il blog Bignè all'aceto, di cui intende, da qui a qualche secolo, riesumare i fasti potenziali assieme alla compagna, la scrittrice Monia Lauroni, moderna eroina martirizzata dal suo perenne borbottare.