Maduro pronto a scappare ma Putin lo incatena alla poltrona

A bloccare la fuga del presidente bolivariano e a fermare il tutto Vladimir Putin, che avrebbe letteralmente ingiunto a Maduro di restare al suo posto.

Nicolas Maduro
Nicolas Maduro

Una regia precisa alla presa del potere di Guaidò in Venezuela cominciata con un accordo con gli uomini forti di Maduro e culminata con il presidente che stava lasciando Caracas con un volo predisposto per Cuba. A bloccare la fuga del presidente bolivariano e a fermare il tutto Vladimir Putin, che avrebbe letteralmente ingiunto a Maduro di restare al suo posto giunto mentre Donald Trump, informato delle decisione di Maduro di trovare rifugio a Cuba, minacciava l’embargo totale all’isola e faceva terra bruciata dietro ogni velleità di fuga del presidente chavista.

Maduro e Putin

Lo scenario è stato chiaramente descritto dal Segretario di Stato Usa Mike Pompeo proprio nelle ore in cui l’Operazione Libertad lanciata da Juan Guaidò prosegue nella giornata del Primo Maggio. Dopo gli scontri di ieri, nei quali Maduro aveva lamentato il ferimento di 54 suoi fedelissimi e la controparte aveva esibito i video dei blindati governativi che falciavano i dimostranti, si definisce ancor meglio il contesto internazionale della questione venezuelana, dove il paese amerindo e il suo appeal politico e petrolifero sono al centro di trame da spy story.

Un Maduro che scappa è un leader che abbandona il suo popolo, questo Pompeo lo sa benissimo e calcare la mano sull’aereo pronto ad accogliere “El Presidente” in fuga è un’azione di alta strategia politica. Ma Putin, che di quel messaggio aveva intuito il valore negativo ancor prima che se ne palesassero gli effetti empirici, ci aveva messo rimedio con un “ukase” di quelli che solo l’inquilino numero uno del Cremlino sa mandare: telefonata secca e perentorio “Tu resti” erano stati un tutt’uno.

Governo Usa

Secondo le dichiarazioni di Pompeo alla CNN, il governo Usa e la diplomazia di Guaidò avevano già intascato, dopo un lavorio ai fianchi di alta chirurgia politica, la disponibilità a mollare Maduro da parte dei suoi uomini forti più in vista: il ministro della Difesa Vladimir Padrino López e il presidente della Corte di giustizia Suprema chavista, Maikel Moreno.

Quest’ultimo si era anche reso disponibile a guidare il paese in un momento di transizione che facesse accedere il Venezuela a quel voto tanto auspicato da Unione Europea e Organizzazione degli Stati Americani che potesse dare una patente istituzionale alla presidenza di Guaidò e dare sollievo un po’ a tutti, visto che sulla questione Venezuela le prese di posizione del mondo sono per lo più un inno all’ambiguità e all’attendismo.

“Tu resti”

Pompeo ha affermato che a un certo punto non c’era stato neanche bisogno di fare le cose “carbonare”, dato che “Maduro aveva accettato di lasciare il potere. Lui [Maduro] aveva un aereo in pista di rollaggio, era pronto a partire stamattina (ieri amttina – ndr), per quanto ne sappiamo, ma i russi (leggasi il Vladimiro furioso) gli hanno detto che doveva restare”.

Obiettivo della fuga, L’Habana. A quel punto serviva un’azione che bruciasse la via di fuga nel paese amico a trazione socialistese e Trump in persona aveva tweettato che se solo Diaz si fosse azzardato a dare ospitalità all’esiliando gli Usa avrebbero embargato pure l’aria intorno ai Caraibi.

Juan Guaidò

In tutto questo bailamme ha intanto fatto capolino anche il presidente ad interim Juan Guaidò, che ha pubblicato un video sulle sue reti per annunciare che le proteste sarebbero continuate oggi. I primi assembramenti si stanno già registrando nella zona nord est di Caracas e la sorveglianza sul ponte di Tienditas, al confine con la Colombia, è triplicata da sei ore.

Mentre il leader dell’opposizione Leopoldo Lopez, liberato con un “perdono presidenziale” di Juan Guaidó dagli arresti domiciliari ai quali scontava una condanna a 14 anni, trova rifugio nell’ambasciata spagnola a Caracas, la cronista Kylie Atwood pone sul tavolo la questione dei “golpisti mancati”. Padrino Lopez, che tiene la strategicissima Difesa, aveva infatti fatto un capriolone da urlo dopo la mancata fuga del suo capo aveva “ribadito la lealtà dell’esercito a Maduro”, il tutto mentre i generali da lui contattati per il voltafaccia riponevano frettolosamente nei cassetti i loro proclami di fedeltà a Guaidò.

A quel punto Il consigliere per la sicurezza della Casa Bianca John Bolton ha rotto gli indugi e ha fatto quello che agli Usa a trazione repubblicana riesce da sempre meglio: lo sceriffo. Ha chiamato tutti i “traditori” e ha carinamente ricordato loro che quella “era la loro ultima possibilità di fuggire prima che la nave affondasse”. Come a dire “la sola che ci avete rifilato non ce la scordiamo. Dormite preoccupati”.

Giampiero Casoni
Giampiero Casoni, 50enne nato a Cassino, è da sempre un cronista di giudiziaria. Ha collaborato ed operato in redazione per Ciociara Oggi, La Provincia, di cui ha curato anche l'edizione nazionale e Provincia quotidiano, che ha recentemente accompagnato in esequie editoriali. Ha partecipato alla fondazione e vita di numerosi free press e pubblicato pezzi per agenzie dell'Alto Casertano aventi a tema soprattutto la camorra aversana. Autore di numerose inchieste sulla camorra domitia dei La Torre, si è cimentato anche con la scrittura, pubblicando romanzi sui clan secondiglianesi e sillogi poetiche. Appassionato di storia e umorista a tempo perso, cura con molta approssimazione e svogliatezza il blog Bignè all'aceto, di cui intende, da qui a qualche secolo, riesumare i fasti potenziali assieme alla compagna, la scrittrice Monia Lauroni, moderna eroina martirizzata dal suo perenne borbottare.