Cina e Africa, come la prima sta letteralmente mangiando la seconda

Il nuovo colonialismo è cinese e punta alla giugulare dell'Africa, che ha fame di infrastrutture e di denaro fresco ma si sta inesorabilmente trasformando nel primo e unico debitore del Dragone.

Cina e Africa
Cina e Africa

Il nuovo colonialismo è cinese e punta alla giugulare dell’Africa, che ha fame di infrastrutture e di denaro fresco ma si sta inesorabilmente trasformando nel primo e unico debitore del Dragone, che ha ormai mezzo mondo in tasca. Ne hanno parlato un po’ tutti ma la questione africana pare passata sottotono, come a non voler ammettere che chi matura crediti con il Continente Nero si espande nel pianeta e mette il piede nella porta del controllo globale. Vediamo come e cosa sta accadendo.

Cina colonizza l’Africa

I paesi africani, dopo la fase colonialista “classica” di fine secolo scorso e gli esperimenti abortiti di socialismo più o meno reale e più o meno tracimato in dittature assassine come poche, hanno scoperto una nuova America, che parla mandarino però.

ne parliamo in pausa pranzo

Cedono importantissimi asset sia nel campo dell’energia che della strategia infrastrutturale alla Cina che si offre, con missioni diplomatiche a go go, di aiutare quelle economie al lumicino. E sono economie atipiche perché sono allo zero assoluto in quanto a strutture e fluidità economica ma alle stelle in quanto a materie prime.

Missioni diplomatiche

Negli ultimi 36 mesi da Pechino sono partite più di cento missioni diplomatiche verso i paesi africani, con al seguito investitori privati in grado di movimentare uomini, mezzi e liquidità cash per miliardi di dollari.

Diritti di sfruttamento del sottosuolo, petrolio, dislocazioni di siti produttivi, i cinesi prendono tutto e pagano talmente tanto che quei “regali” fanno la gioia anche di quei paesi che hanno superato la logica del foraggiamento di sistemi totalitari con un bisogno di budget senza fondo e strampalati.

La Cina “arrazza” anche i paesi con una impalcatura democratica e parlamentare perché offre un miraggio che da quelle parti è ancora solo un concetto: il benessere del ceto medio o l’incentivo primo a crearne uno.

Lo studio

A compiere un primo studio serio sul fenomeno era stata Deborah Brautigan, di “Cina-Africa Research” e il risultato era stato sconcertante: i paesi africani che avevano ceduto asset alla Cina avevano non aumentato, ma diminuito le proprie entrate. Come è possibile? Semplice quanto esiziale: quello che sembrava un regalo, una filantropica mission con cui Pechino si accredita come nazione patentata per la grandi scommesse del neoliberismo occidentale dopo l’abboffata socialistoide, è in realtà un debito contratto dagli aiutati.

Pian pianino il Dragone batte cassa e applica interessi insostenibili per quelle economie giovani e inesperte, fagocita ogni settore produttivo e infrastrutturale et voilà, i paesi africani si ritrovano come la middle class americana che fa il mutuo per la casa figa credendo al promoter tutto pacche ed amicizia e si ritrova un pacco di cambiali alto come l’albero in giardino.

Solo che i paesi africani non hanno scappatoie sociali o welfare strutturati. Nella fascia subsahariana sono 41 i paesi indebitati che rischiano l’insolvenza, di essere in pratica bollati come “cattivi pagatori” e dover pagare amaramente la loro iniziale esposizione.

I debiti verso Pechino

In pochi anni la Cina si è accaparrata: il 57% del debito estero del Kenya, tre quarti del debito pubblico del Camerun e ben il 69% delle esportazioni petrolifere dell’Angola, ognuno degli abitanti della quale (28 milioni) è indebitato con Pechino per oltre 750 dollari.

Gli oneri debitori del Ghana sono passati, per meccanismi anatocistici, dal 32 al 36% in meno di sei anni. La Cina in pratica compra i debiti che essa stessa ha creato intervenendo sui debiti iniziali, decuplicandoli con un samaritanesimo squaleggiante e facendoci politica internazionale a tutto tondo dopo aver messo in bacheca il fior fiore delle economie africane.

Le caratteristiche di Pechino

Le caratteristiche di Pechino sono uniche, come d’altronde rivela un interessante articolo de L’Inkiesta: non è paese gravato da un passato coloniale che creerebbe imbarazzo nei suoi partner, che dal colonialismo europeo sono stati vampirizzati per decenni e non chiede quelle cambiali democratiche di facciata che tanto ingarbugliano le trattative commerciali con i paesi dell’Europa e con gli Usa, che devono verniciare di progresso civile ogni loro appetito e incravattare di piacionismo politico ogni loro team.

In Africa fare affari con i cinesi è facile perché anche il più trucido dei tiranni non ha l’ingombro di dover concedere libertà civili o costituzionali per accedere al credito e fare affari. Non gli viene chiesto, mai. A Pechino non frega un beneamato della democrazia, vuole risorse e le vuole subito. Basta accettare la delegazione, aprire un credito, cedere “qualcosina” e vedere il popolo che si mette la tuta da operaio e il doppio petto da manager di media caratura, salvo poi vedere lo stesso per strada dopo la chiusura dei cantieri e vagonate intere di diamanti grezzi che, in forma di cambiale vanno a foraggiare i sistemi ottici dei missili cinesi.

Tutto facile, così facile che la Cina, non a caso molto defilata dal casino venezuelano dove in gioco c’è un petrolio che tutto sommato le interessa poco, si sta mangiando l’Africa sotto gli occhi del mondo. Buon appetito.

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Giampiero Casoni
Giampiero Casoni, 50enne nato a Cassino, è da sempre un cronista di giudiziaria. Ha collaborato ed operato in redazione per Ciociara Oggi, La Provincia, di cui ha curato anche l'edizione nazionale e Provincia quotidiano, che ha recentemente accompagnato in esequie editoriali. Ha partecipato alla fondazione e vita di numerosi free press e pubblicato pezzi per agenzie dell'Alto Casertano aventi a tema soprattutto la camorra aversana. Autore di numerose inchieste sulla camorra domitia dei La Torre, si è cimentato anche con la scrittura, pubblicando romanzi sui clan secondiglianesi e sillogi poetiche. Appassionato di storia e umorista a tempo perso, cura con molta approssimazione e svogliatezza il blog Bignè all'aceto, di cui intende, da qui a qualche secolo, riesumare i fasti potenziali assieme alla compagna, la scrittrice Monia Lauroni, moderna eroina martirizzata dal suo perenne borbottare.