Settore aereo, è la crisi peggiore della storia

Stiamo assistendo a una crisi del comparto aereo che non ha precedenti storici e potrebbe segnare per sempre il settore

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La domanda è secca, diretta: per il settore aereo è la crisi peggiore della storia?
La risposta, purtroppo, lo è altrettanto: sì, per il settore aereo stiamo assistendo alla crisi peggiore della storia. La sofferenza innescata dall’emergenza coronavirus è infatti di sicuro tra le più gravi del periodo, e non ha precedenti storici per il comparto.

I conti relativi al primo trimestre delle compagnie – in molti casi destinati ad arrivare nei prossimi giorni – restituiranno in numeri precisi la dimensione di questa crisi, dando indicazioni importanti agli investitori. Ma soprattutto – come ha di recente evidenziato la CNN – potrebbero fornire un verdetto sospeso sul seguente, drastico dilemma: il settore aereo riuscirà a ripartire?

I conti relativi ai primi tre mesi del 2020 sono pronti a presentarsi come il periodo peggiore di sempre per l’industria. La pandemia tuttora in corso ha fatto sì che la domanda scendesse “sostanzialmente a zero”, per dirla con le parole arrivate dai vertici della United Airlines.

Le previsioni stilate dalla maggior parte degli analisti parlano di entrate in calo di oltre 200% nel primo trimestre, vale a dire miliardi di dollari di perdite per ogni compagnia. Per fare un confronto, nello stesso periodo dello scorso anno gli utili medi avevano fatto registrare quota +1,8 miliardi di dollari.

Crollo del turismo

Proprio la United Airlines ha già avvertito gli investitori che la sua perdita netta toccherà quota 2,1 miliardi di dollari, mentre la perdita operativa sarà pari a circa 1 miliardo. Anche il coro di analisti e osservatori di settore è unanime: ogni singola compagnia segnerà perdite, invertendo un trend caratterizzato dai numeri ampiamente in positivo negli ultimi 8 anni, vale a dire il più ampio periodo di redditività nella storia del comparto aereo. L’ultimo decennio ha infatti mostrato un netto consolidamento del settore, favorito da un’economia sempre più forte in molti scenari: si sono così moltiplicati viaggi e di conseguenza i profitti.

Anche per questo il confronto con la situazione attuale restituisce il crollo di un più ampio settore, quello turistico. Secondo Adam Sacks, alla guida della società di ricerca Tourism Economics, quella turistica è nel complesso la realtà economica più importante al mondo:

“Se si misura per intero l’impatto del settore viaggi e turismo ci si rende subito conto che è maggiore rispetto a quello di qualsiasi altra industria al mondo. Nessun altro settore può dire di impiegare un lavoratore su 10. Questo succede perché è una realtà estremamente diversificata: include molte suddivisioni ed elementi a cui non penseremmo neanche. Oltre alle compagnie aeree e agli hotel, ne è interessato il commercio al dettaglio, la ristorazione, la tecnologia e una serie infinita di realtà”, ha spiegato Sacks.

È una crisi irrecuperabile?

Le compagnie aeree non sono estranee a problemi di natura commerciale; molti tra i principali vettori sono nati da fallimenti e fusioni nei primi anni 2000, si pensi a Delta e United. Eppure, l’attuale calo registrato dal trasporto aereo è di gran lunga peggiore persino del post-11 settembre 2001. Per ora, a salvare almeno in misura parziale il primo trimestre c’è un gennaio ancora forte, e il fatto che molti voli nazionali siano proseguiti normalmente fino a inizio marzo.

Ma lo stallo quasi totale va avanti da almeno un mese e mezzo, e le compagnie di tutto il mondo stanno già ridimensionando i loro volumi di lavoro di maggio fino al 90%, mettendo in conto un calo generalizzato dei viaggi che durerà fino al 2021.

Non sono mancati gli interventi statali, ma un crollo del traffico pari al 70% e il rischio di perdite per 25 milioni di posti di lavoro rappresentano – come spiegato dalla Iata, Associazione Mondiale del Trasporto Aereo – “una situazione mai vista prima”, con l’Europa la regione più colpita, per voli in calo del 90%. Proprio dalla Iata è anche arrivata una quantificazione di quelli che dovrebbero essere i finanziamenti in arrivo dai governi per salvare il comparto, ovvero circa 200 miliardi di dollari; ma sembra improbabile sperare che nel breve periodo possano arrivare dai vari stati prestiti o agevolazioni per una cifra simile.

Ecco perché per Jamie Baker, analista di JPMorgan, i conti relativi al primo trimestre rappresenteranno una prima “resa dei conti”,che darà indicazioni importanti su quante tra le realtà minori finiranno per non farcela.

Un unico, amaro punto fermo però resta secondo Baker: sarà “impossibile evitare licenziamenti di massa.”