Coronavirus: effetto annientamento su piccole e medie imprese cinesi

L'effetto del coronavirus su piccole e medie imprese cinesi si sta rivelando devastante. Specie con riferimento alle piccole aziende il ripercuotersi dell'epidemia senza un ridimensionamento dell'attuale portata potrebbe rivelarsi fatale, alterando così lo scenario finanziario mondiale.

sesta vittima
Fonte foto: https://cinainitalia.com/

L’effetto del coronavirus su piccole e medie imprese cinesi si sta rivelando devastante. Specie con riferimento alle piccole aziende – storicamente in grado di guidare l’economia del Paese – il ripercuotersi dell’epidemia senza un ridimensionamento dell’attuale portata potrebbe rivelarsi fatale, alterando così lo scenario finanziario mondiale.

Mentre alcune tra le più grandi compagnie stanno riaprendo i battenti proprio in queste ore, dopo settimane di stallo forzato al fine di contenere l’epidemia, piccole e medie imprese del territorio chiudono. Spesso non riescono a rispettare le rigide norme sanitarie adesso richieste, e molte non hanno la possibilità di permettere ai dipendenti di lavorare da casa. Vista una simile situazione, le somme tirate da diversi analisti sono più che pessimiste: queste società potrebbero avere solo poche altre settimane di sopravvivenza.

Secondo quanto comunicato dalla banca d’investimento China International Capital Corp, su 163 società di diverse dimensioni meno della metà è stata in grado di tornare in attività questa settimana. Ma l’elemento ancora più allarmante è che almeno un terzo delle circa 1.000 piccole e medie imprese interpellate dalle Università di Tsinghua e di Pechino ha dichiarato di essere in grado di sopravvivere solo per un altro mese stando alle attuali possibilità economiche.

Coronavirus: a rischio il 60% del PIL cinese

Un’azienda su tre tra le piccole e medie ha dichiarato autonomia per un solo mese se le cose dovessero restare come ora. Si tratta di una consapevolezza terribile per gli imprenditori cinesi, e di una realtà ancora peggiore per l’economia del Paese. Va infatti evidenziato che circa 30 milioni di piccole e medie imprese contribuiscono per oltre il 60% al PIL della Cina; sono numeri che arrivano direttamente dalle statistiche del governo, pubblicate lo scorso settembre. Le tasse pagate da queste realtà rappresentano più della metà delle entrate, e impiegano l’80% dei lavoratori cinesi.

Non è chiaro quante di queste aziende subiranno il pieno impatto del virus; per il momento, i sondaggi coprono solo una porzione del settore e la portata complessiva delle conseguenze è ancora impossibile da determinare. È certo però che molte piccole imprese erano già in estrema sofferenza prima del coronavirus.

La seconda maggiore economia al mondo sta rallentando a causa di una combinazione di fattori, tra cui l’aumento del debito, il crollo della domanda interna e la guerra commerciale con gli Stati Uniti. Affrontare un simile scenario arrestando la produzione per settimane può dare esiti catastrofici.

Zhao Jian, direttore dell’Atlantis Research Institute, ha definito il coronavirus come “la pagliuzza in grado di spezzare la schiena del cammello”. Interpellato in merito dalla CNN, Jian ha dichiarato che l’epidemia potrebbe generare la chiusura di un rilevante numero di imprese, far schizzare alle stelle il tasso di disoccupazione e generare una serie infinita di pignoramenti immobiliari; una pericolosa serie di conseguenze a catena in grado di aggravare i problemi economici del Paese.

Cina, imprenditori disperati: “Moriremo”

Dopo settimane di analisi e uscite moderate, diversi imprenditori del territorio hanno cominciato a esprimere pubblicamente tutto il loro sconforto. Wu Hai, uno dei più importanti businessman di Pechino, ha scritto che l’epidemia potrebbe distruggere una catena che comprende più di 50 bar-karaoke sparsi in tutto il Paese. Si tratta di una delle attività ricreative di maggior successo in Cina, ma al momento sospesa vista la volontà del governo di mantenere chiusi i luoghi di intrattenimento più popolari, in cui i rischi di infezione sono elevati.

Wu Hai ha cercato di far luce sui numeri reali delle chiusure e ha dichiarato che un mercato in stallo fa sì che i suoi 1.500 dipendenti siano a rischio. Per la sua azienda, MeiKTV, ha parlato di circa 12 milioni di yuan attualmente nelle casse societarie; questo – ha specificato – vuol dire appena due mesi di sopravvivenza se la situazione dovesse restare quella attuale:

“Questo vuol dire che moriremo ad aprile, a meno che gli investitori non estendano i loro finanziamenti”.

Anche Shu Congxuan, presidente della catena di fast-food Home Original Chicken, ha fatto luce sulla chiusura di oltre 400 ristoranti da inizio dell’epidemia. Come riportato anche dalla CNN, per Congxuan il rischio che le casse della compagnia restino vuote si fa sempre più alto, con ripercussioni sulle più strette incombenze come affitto e stipendio dei dipendenti. 

Si uniscono al coro molte altre società, impegnate a delineare contro-mosse disperate al fine di recuperare almeno parte delle loro perdite. La famosa catena di ristoranti Meizhou Dongpo di Pechino ha autorizzato i suoi dipendenti ad allestire banchi di verdure fresche da vendere per strada. La compagnia non ha mai dato ufficialmente spiegazioni sulla circostanza, che secondo la stampa locale è da qualificare come il tentativo di ammortizzare le perdite derivanti da tutti i prodotti acquistati per le festività del capodanno lunare, annullate proprio a causa dell’epidemia.

Coronavirus: 9 aziende su 10 a rischio chiusura?

Le conseguenze per molte aziende potrebbero essere terribili se la situazione non migliorasse rapidamente. Secondo il già citato sondaggio condotto dalle università di Tsinghua e Pechino, l’85% degli intervistati ha dichiarato la necessità di chiudere l’attività se l’epidemia durasse altri tre mesi. Entro sei mesi, il 90% delle società prevede un fallimento.

Persino un miglioramento dello scenario nel breve termine potrebbe non essere sufficiente per diverse imprese. Prima dell’epidemia, le società cinesi si preparavano a lavorare su molti dei debiti contratti durante il difficile 2019, secondo quanto evidenziato dagli analisti di Standard & Poor’s. E ora, visto il considerevole aumento di fattori di rischio per l’economia, potrebbe essere sempre più difficile ottenere prestiti e finanziamenti. 

Molti tra i principali analisti e osservatori di mercato statunitensi sostengono che persino un’eventuale stabilizzazione della crisi entro il prossimo mese vedrebbe la liquidità delle aziende sotto pressione almeno fino a giugno-luglio 2020, con un considerevole aumento del rischio di insolvenza.

Redazione CiSiamo
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