Nucleare, la beffa del decommissioning: tempi biblici e costi nella bolletta

Il decommissioning è una pratica che riguarda lo smantellamento di una centrale nucleare. La questione riguarda anche l'Italia.

Decommissioning e la bolletta elettrica
Decommissioning e la bolletta elettrica

“Decommissioning”. È una parola che ricordano in pochi, eppure ha a che fare direttamente con la bolletta elettrica delle nostre case, anzi, della stessa è una voce in capitolo importante. Molto semplicemente il decommissioning è l’insieme delle procedure di smantellamento di una centrale nucleare o di un sito che abbia contaminazioni radioattive. Nei paesi che hanno “scelto” di produrre energia nucleare esso avviene una volta che vecchiaia, obsolescenza o incidenti abbiano messo in pregiudizio la struttura.

Nucleare e la questione del decommissioning

In Italia la procedura è su scala più ampia: noi, nel 1987 con un referendum e nel 2011 con abrogazione definitiva su voci correlate al nucleare abbiamo detto di no, quindi ci demmo l’obbligo di “bonificare” i siti su cui, dal 1960 al 1990, avevamo lavorato con materiale radioattivo a Trino, Caorso, Montalto di Castro, Latina e Sessa Aurunca. Ergo, 30 anni fa col nucleare chiudemmo la partita. Forse. E il forse ha un suo perché, dato che la Sogin, la società preposta allo smantellamento degli impianti nucleari italiani e alla gestione dei rifiuti radioattivi compresi quelli prodotti dalle attività industriali, di ricerca e di medicina nucleare, ha accumulato ritardi clamorosi nella sua mission, ritardi clamorosi e sprechi ancor più abissali.

La situazione in Italia

È Rossella Muroni su Linkiesta che fa le pulci allo stato dell’arte in Italia sulla questione, e sono pulci gagliardissime. Tanto per cominciare la Sogin ha chiuso, da 4 anni, la realizzazione della tanto agognata Cnapi, la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee a ospitare il deposito nazionale e parco tecnologico. Insomma, ha finito di mappare i siti di intervento solo da pochissimo. C’è però un piccolo problema: i due ministeri competenti, Sviluppo Economico e Ambiente, in un via vai di inquilini tutti più o meno beotamente “ignoranti” della questione, ancora non hanno rilasciato il nulla osta ad agire. Ne consegue che le nostre scorie radioattive sono ancora di fatto ramenghe per silos, siti e posti dove il pericolo incombe in maniera esponenziale perché il tempo erode le strutture di contenimento e al radioattività è bestia immortale.

Cosa c’entra la bolletta elettrica

Eppure il demommissioning è (anche) finanziato da noi con specifici costi aggiuntivi in bolletta elettrica. I nostri rifiuti hanno una mappa precisa: sono stoccati “nei depositi temporanei delle centrali nucleari di Trino, Latina e Garigliano e Caorso, negli impianti ex Enea Eurex di Saluggia, Itrec della Trisaia, Opec di Casaccia, nel deposito Avogadro di Saluggia e nelle installazioni del Centro comune di ricerca di Ispra di Varese della Commissione europea. Tutti in carico alla Sogin”. Nel 2025 sarebbero dovute finire tutte le operazioni di smantellamento. Ma anche no. Perché a causa dell’insediamento in Sogin di un nuovo Cda le stesse sono state spostate in avanti, di 11 anni, nel 2036. Costo dell’aumento: un miliardo di euro, che va a sommarsi ai 4 miliardi sborsati dal 2001 al 2008, due miliardi dei quali per l’ordinaria amministrazione della società e per gli standard di sicurezza. Alle operazioni di condizionamento e smantellamento delle scorie sono andati “solo” 780 milioni.

La centrale del Garigliano e i rifiuti radioattivi

Mezzo secolo fa in Italia iniziamo a produrre rifiuti radioattivi e “non solo ancora nulla è stato risolto, ma il rischio di incidente è aumentato notevolmente. Eppure tra i compiti della Sogin c’è anche quello di garantire la sicurezza degli impianti, delle strutture, la salute dei lavoratori, della popolazione, la salvaguardia dell’ambiente”. Un esempio? L’ex centrale nucleare del Garigliano, con il suo inconfondibile cupolone bianco svettante nel cielo azzurro dell’Alta terra di Lavoro e costruita nel 1964 su progetto di Riccardo Morandi (si, lo stesso del ponte genovese).

Essa fu successivamente chiusa dalla proprietaria Enel addirittura nel 1982 perché ammodernarla sarebbe costato più di chiuderla, ha una nuova data di scadenza in quanto a demommissioning: il 2028, ben 46 anni dopo la sua chiusura. Turbina e “vessel”, il guscio del suo reattore, dovevano essere smantellati proprio l’anno prossimo, ma col vecchio piano. Con il nuovo la data è ignota. Che il governo attuale batta un colpo, un colpo forte, ci pare il minimo.

Giampiero Casoni
Giampiero Casoni, 50enne nato a Cassino, è da sempre un cronista di giudiziaria. Ha collaborato ed operato in redazione per Ciociara Oggi, La Provincia, di cui ha curato anche l'edizione nazionale e Provincia quotidiano, che ha recentemente accompagnato in esequie editoriali. Ha partecipato alla fondazione e vita di numerosi free press e pubblicato pezzi per agenzie dell'Alto Casertano aventi a tema soprattutto la camorra aversana. Autore di numerose inchieste sulla camorra domitia dei La Torre, si è cimentato anche con la scrittura, pubblicando romanzi sui clan secondiglianesi e sillogi poetiche. Appassionato di storia e umorista a tempo perso, cura con molta approssimazione e svogliatezza il blog Bignè all'aceto, di cui intende, da qui a qualche secolo, riesumare i fasti potenziali assieme alla compagna, la scrittrice Monia Lauroni, moderna eroina martirizzata dal suo perenne borbottare.