Reddito di Cittadinanza, Cgia: la metà andrà a lavoratori in nero

Sono circa 2 milioni, secondo le stime della Cgia di Mestre, i lavoratori non regolari che potrebbero usufruire del Reddito di Cittadinanza, sottraendo soldi all'erario e mettendo in seria difficoltà anche attività commerciali e di artigianato.

Sede Cgia
La Cgia di Mestre mette in guardia sul Reddito di Cittadinanza.

La Cgia di Mestre mette in guardia sulla possibilità che la metà della spesa per il reddito di cittadinanza, circa 3 su 6 miliardi di euro potrebbe finire nelle tasche di persone che lavorano in maniera irregolare. Anche i cosiddetti “lavoratori in nero”, quindi, e le loro famiglie, potrebbero beneficiare dell’importo mensile erogato dallo Stato. I dati della Cgia di Mestre si basa sulle anticipazioni apparse nei giorni scorsi sulla misura, che valuta in poco più di 4 milioni di persone la platea potenziale, in 1.375.000 nuclei familiari.

La Cgia cita dati Istat, e ricorda che in Italia ci sono poco meno di 3,3 milioni di occupati che svolgono un’attività irregolare. Bisogna poi togliere da questi il numero dei dipendenti che lavorano anche irregolarmente ma non potranno chiedere il reddito e i pensionati che non hanno i requisiti – circa 1,3 milioni. Coloro che svolgendo un’attività irregolare potrebbero quindi, in linea teorica, percepire questa misura sarebbero 2 milioni.

Gli effetti del lavoro nero

Come riporta l‘Agi, il Segretario della Cgia Renato Mason ha dichiarato che la presenza del lavoro nero provoca effetti economici e sociali molto negativi, senza contare gli ingenti danni causati alle attività commerciali e produttive che rispettano le regole. A rimetterci infatti non è solamente l’erario, ma anche le attività artigiane e di commercio che subiscono la concorrenza sleale dei lavoratori in nero. Il problema è semplice: i lavoratori in nero non pagano contributi previdenziali, né assicurazioni né tasse sul loro lavoro. Il costo del loro lavoro è dunque molto inferiore per chi li assume, e i prezzo del prodotto finale è decisamente contenuto. “Prestazioni, ovviamente, che chi rispetta le disposizioni previste dalla legge non può offrire”, ricorda Renato Mason all’Agi.

Le conseguenze

E così, chi lavora in nero, e dunque percepisce un salario non dichiarato, potrebbe usufruire della misura, sottraendo soldi provenienti da imposte e contributi previdenziali di chi le tasse invece le paga, alle casse dello Stato.

Elisabetta Riboldi
Nata il 15 luglio 1992, ho seguito il tipico cursus honorum della letterata milanese: diploma al liceo classico G. Berchet, laurea triennale in Lettere Moderne e magistrale in Filologia Romanza presso l'Università degli Studi di Milano. Fervente appassionata di tutte le arti, curioso nelle librerie, alle mostre, nei musei; per quasi dieci anni ho seguito corsi di teatro e, in seguito, di danza ottocentesca. Ma quella stessa curiosità che mi porta a indagare l'arte e la storia mi àncora fortemente all'attualità, di cui cerco di indagare processi e retroscena.