Google mon amour

Questa settimana non voglio parlare di un prodotto specifico. Più che altro vorrei fare una riflessione, un pensiero a voce alta su uno dei tre colossi dell’informatica dell’era contemporanea.

Si, perché “zio Google” ultimamente mi sta lasciando sempre più perplesso.

Non parlo tanto delle ultime uscite come il Pixel 4 ma proprio di come il proprio ecosistema viene gestito dalla casa di Mountain View.

Sarà difficile fare ordine tra tutte le cose che bisognerebbe prendere in considerazione ma ci voglio provare. Partiamo dal principio.

Google mon amour

Tutti sappiamo che Google nasce come un “semplice” ma innovativo motore di ricerca nell’oramai lontano 1998 grazie all’algoritmo inventato due anni prima dai fondatori Larry Page e Sergey Brin per poi diventare in brevissimo tempo una company del settore media e servizi informatici tra le più importanti al mondo. Non mi dilungherò sulle tappe di questa crescita vertiginosa ma voglio sottolineare come, in questa spasmodica ricerca di innovazione, acquisizioni di startup di ogni genere e tipo, inglobamenti, scissioni, invenzioni, perdite e defezioni in questi ultimi anni che abbia un pò perso la bussola.

Non fraintendetemi, sono il primo sostenitore di Alphabet Inc. (la holding sotto la quale si racchiudono tutti ma proprio tutti i suoi prodotti, Google incluso) perchè se non fosse stato per loro oggi saremmo tutti zombi, persi a guardare lo schermo di un iPhone che probabilmente non sarebbe evoluto come si è evoluto oggi, prigionieri dell’egemonia della mela morsicata, uniformati esattamente come Steve Jobs NON avrebbe voluto quando ci presentò il famosissimo e Orwelliano spot Macintosh.

Però.

Però trovò incredibile come una compagnia del genere riesca a proporre continuamente innovazioni che spesso falliscono miseramente. Esistono siti web che raccolgono, alla stregua di un cimitero, tutto ciò che è stato inventato e proposto da Google ma che poi è miseramente fallito.

Google+, Inbox, Google Reader, Picasa

Ci sono nomi illustri, tra le lapidi: Google+, Inbox, Google Reader, Picasa e molti altri. Se vi fate un giro su www.killedbygoogle.com sono sicuro che troverete più di un servizio che in passato avete utilizzato e che ora non esiste più.

Vero è che molti dei “defunti” sono stati implementati nei servizi attualmente in vita. Basti pensare a Sparrow, un ottimo client email per MacOS, iOS e Android che, un anno dopo esser stato acquisito è stato si brutalmente ucciso ma parte della sua coscienza trapiantata in Gmail, per usare una metafora fantascientifica.

Altresì vero che, sempre rimanendo in tema Halloween, tra i fantasmi che aleggiano intorno al CEO Sundar Pichai non ci sono solo servizi ma anche cose concrete: il progetto NEXUS non voglio considerarlo perchè poi confluito nei PIXEL ma DAYDREAM, la piattaforma di realtà virtuale che così prepotentemente era stata spinta fino all’anno scorso, con tanto di hardware aggiuntivo e costantemente aggiornato non doveva morire, a differenza di Misery (per intenditori, NdR).

Siamo tutti coscienti che quella della realtà virtuale è una spina nel fianco di tutti i produttori di hardware, da Apple (che in maniera lungimirante almeno fino ad ora non l’ha voluta mettere sul mercato) a Samsung (che, per esempio, non ha voluto rendere compatibili coi suoi stessi visori la serie NOTE 10) ma chi si presenta e vende al mondo come una innovation company non può essere tra le prime a mollare il colpo. 

“Feature”

Così come non può cadere in scivoloni assurdi come la questione del riconoscimento del volto sui nuovi Pixel 4 che si sblocca anche ad occhi chiusi. Google in questi giorni ha provato a bluffare dichiarando che si tratta di una “feature” ma in quest’epoca in cui i dati sensibili sul nostro smartphone sono più di quelli che teniamo in cassaforte (ed Apple è stata subito pronta a palesarlo nel suo ultimo spot di iPhone) come può pensare che gli si creda e si accetti che, sempre da loro dichiarazione, la problematica sarà risolta “nei prossimi mesi”? MESI!

O il fatto che non si siano accorti che il backup illimitato delle proprie immagini su Google Photo avvenga in modalità “qualità originale” su iPhone e non sui Pixel per una questione di formato dei files?

O che le tanto decantate qualità del nuovo Assistant sui Pixel non funzionino se si dispone di un account G-Suite (la modalità a pagamento, peraltro…)?

O che il servizio Google Voice (che vi permette di chiamare e mandare messaggi di testo internazionalmente a costi irrisori) sia supportato da SIRI e non da Google Assistant?!

O forse è normale che Google Pay non sia ancora supportato dal riconoscimento biometrico facciale dei nuovi Pixel con i dispositivi già sul mercato?

Pixel 4 sono maturi

I Pixel 4 sono maturi, sono belli, veloci e pieni di cose interessanti (ho avuto modo di testarne uno solo per pochi minuti) per non parlare del fatto che molte delle reviews li hanno giudicati come dei veri “iPhone con Android” ma quello non può continuare ad essere il riferimento oggi, nel 2019, dopo tutta l’esperienza fatta con i Nexus e dopo 4 anni di sviluppo totalmente interno.

Ecco, questi sono solo esempi ma credetemi, ce ne sono molti altri (ed ho volutamente tralasciato la questione NEST) e tutto mi fa pensare che quell’unica mente che dovrebbe supervisionare ogni aspetto di un’azienda sia in realtà in altre faccende affaccendata.

E’ proprio vero, di Steve Jobs ce n’è stato uno solo.

Max Schenetti
Malato di tecnologia dal (circa)1993, muore dalla voglia di provare tutto lo scibile al silicio. Nel corso degli anni accantona una discreta esperienza e disperde una notevole quantità di denaro, scrive diversi pezzi giornalistici, per lo più recensioni e anatemi, in giro per il web (e non) e continua nella sua affannosa ricerca del dispositivo perfetto.