“Adrian”, nella serie evento Napoli ridotta a stereotipo della città mafiosa

In onda ieri sera la seconda puntata della serie evento "Adrian" di Adriano Celentano, ma il Molleggiato ha trasformato la Napoli del 2068 nello stereotipo della città mafiosa.

Napoli nel 2068 secondo Adrian
Napoli nel 2068 secondo Adrian

La Napoli del 2068 descritta nel cartoon “Adrian” ridotta ad un imbarazzante stereotipo che ne fa la capitale mondiale della criminalità organizzata. E giù polemiche. Polemiche e indignazione diffusa da parte dei telespettatori partenopei. Mentre in queste ore ci si diletta con l’analisi dei risultati di share della seconda puntata del colossal caciarone e pornosoft messo in piedi da Adriano Celentano in una parte dell’Italia, parte che di certo non aveva bisogno di altri luoghi comuni, non si placa l’indignazione per quanto esplicitamente narrato nella prima puntata. Per immagini. Inequivocabili come solo quelle di un cartone animato, cioé di una cosa creata paro paro a tavolino sanno essere.

Nel cartoon show del Molleggiato infatti, ad un certo punto, la città di Napoli dell’immaginario 2068 in cui è ambientato lo storyboard è indicata come la capitale della criminalità organizzata. Non si è alluso, si è proclamato. Una metropoli bigia, cupa e trasudante degrado con uno skyline nel quale campeggia un grattacielo futuristicheggiante con la scritta “Mafia international”.

La Napoli di “Adrian”

Dice vabbè, l‘intento era didattico, quello cioé di preconizzare un futuro non ancora realizzato ed evitabile attraverso la mistica presa di coscienza che proprio l’opera dovrebbe instillare nel popolobbestia in attesa di essere abbeverato di verità e sparato sulla Retta Via. Una visione via ma non ineluttabile, perché assoggettata ad un libero arbitrio che può cambiare le cose, come nell’esegesi delle grandi dottrine monoteistiche.

L’egocentrismo di Celentano

Qui il problema invece di scomparire si sdoppia. Già perché, a questo punto e a voler andare in endorsement su questa chiave di lettura – l’unica che escluderebbe la volontà precisa di sputtanare una terra ed un popolo – non si scappa: bisogna prendere atto ancora una volta del fatto che Celentano ha un problema di ego grosso come il Vittoriano. Pensare che una sceneggiatura televisiva – messianicheggiante ma pur sempre inscatolata da Mediaset (ieri sera fustigata a morte dal nostro) ed inserita nella giostra terragna terragna del gradimento catodico, possa addirittura fungere da monito millenaristico per il futuro e non accontentarsi del semplice fatto che sia un buon prodotto a metà fra marketing e tivvù con scalmane “alte” – è da centro di igiene mentale. Adriano, non Adrian, proprio lui, quello che giureremmo limona molto meno del suo alter ego creato da Manara, è vittima perenne di questa mania di shackerare spettacolo e vaticinio e a volte, tante volte, tracima nel padreternesco. È come se uno che ha fatto la naja di leva nei parà, uno tosto insomma ma non una divinità guerriera assoluta sentisse, ma proprio convintamente sentisse di poter invadere la Polonia e fare meglio di Guderian nel ’39. E soprattutto sentisse di avere truppe sufficienti per farlo.

Le proteste dei telespettatori

Al di là delle paturnie da guru del Molleggiato il problema c’è e resta: le proteste, vibratissime, dei napoletani e dei telespettatori più accorti e meno distratti dalla versione pomiciona di Claudia Mori e dalle grida d’aquila di Balasso hanno immediatamente scatenato due reazioni, a volte congiunte: primo, masticare amaro per un prodotto nato per essere immenso e finito per essere medio, cioé piccino rispetto alle aspettative; secondo, sacramentare amarissimo per aver beccato l’ennesimo luogo comune, con Napoli che, al di là di ciò che è e ben al di là di ciò che potrebbe essere ancora una volta si fa totem di malaffare. Un po’ come la pizza, la pummarola, i mandolini e la verve truffaldina emendata in parte dalla figaggine dei suoi abitanti.

La Napoli “reale”

Napoli – udite udite – ha anche abitanti che non sanno cantare, casalinghe che non sanno cucinare, cittadini che non sanno suonare strumenti o buttarla in macchietta e persone che non sanno fare dell’espediente cardine di vita. A Napoli – maledizione ce lo fate banalmente ripetere – c’è anche gente che lavora, suda, bestemmia, odia il calcio, ama il curling e che moderatamente se ne fotte del miracolo di San Gennaro. Gente che con la camorra non ha nulla a che fare e che s’incazza se un santone ottantenne che sembra il servo muto di Zorro dopo una flebo di ego da sei litri, la sua città glie la schiaffa a fare il modello planetario delle coppole storte. Sembrano averlo capito tutti. Tutti tranne Celentano, che anche stavolta non ha saputo rinunciare al gusto dell’ovvio nella ricerca di un nuovo che, con questi inciampi, nuovo non sarà mai.

Giampiero Casoni
Giampiero Casoni, 50enne nato a Cassino, è da sempre un cronista di giudiziaria. Ha collaborato ed operato in redazione per Ciociara Oggi, La Provincia, di cui ha curato anche l'edizione nazionale e Provincia quotidiano, che ha recentemente accompagnato in esequie editoriali. Ha partecipato alla fondazione e vita di numerosi free press e pubblicato pezzi per agenzie dell'Alto Casertano aventi a tema soprattutto la camorra aversana. Autore di numerose inchieste sulla camorra domitia dei La Torre, si è cimentato anche con la scrittura, pubblicando romanzi sui clan secondiglianesi e sillogi poetiche. Appassionato di storia e umorista a tempo perso, cura con molta approssimazione e svogliatezza il blog Bignè all'aceto, di cui intende, da qui a qualche secolo, riesumare i fasti potenziali assieme alla compagna, la scrittrice Monia Lauroni, moderna eroina martirizzata dal suo perenne borbottare.