Blayk: “Con “Transition” ho cercato di essere me stesso”

Blayk, esce "Transition", il nuovo album che racconta in 13 tracce un viaggio di introspezione e lotta contro le convenzioni sociali

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Blayk, esce Transition
Blayk, esce Transition, il nuovo album che racconta un viaggio di introspezione e lotta contro le convenzioni sociali

“Transition” è il nuovo album del rapper romano Marco Donisi, in arte Blayk, uscito il 10 maggio per N.I.C. United, la nuova etichetta della Nazionale Italiana Cantanti.

Un titolo che mette subito a fuoco il filo conduttore delle tredici tracce dell’album: quello di un viaggio introspettivo, un racconto in musica di una fase particolare della vita dell’autore. Una fase di transizione, appunto, in cui Blayk lotta per emergere dalle convenzioni sociali.

Il racconto di una generazione alla ricerca della propria strada, che lo stesso Blayk spiega in un’intervista a Ci Siamo.

Come ti sei avvicinato alla musica?

Ascoltavo moltissima musica in macchina con i miei, durante i viaggi, quindi il cantautorato italiano lo conosco bene. Poi con il passare del tempo, con l’avanzare degli anni, verso i 15, 16 anni, ho iniziato ad ascoltare un tipo di musica un po’ diversa, l’hip hop, in particolare quello americano con i calssici, quindi Notorius, Eminem, per esempio. Questo è stato il mio approccio con la musica da piccolo.

E quando hai iniziato a comporre?

Sempre verso i 15, 16 anni, quando ho iniziato ad ascoltare l’hip hop americano ho notato che questa musica mi affascinava di più rispetto ad altri generi. Io vivo in un quartiere di periferia, e c’erano molti ragazzi miei coetanei che ascoltavano quel tipo di musica. Così tutti cercavano di buttare giù le prime rime, scrivere le prime idee… ovviamente noi prebdevamno le basi americane e ci reppavamo sopra. Dalle mie prime canzoni, non mi riconosco nemmeno io. Da lì abbiamo cominciato a fare le prime battle di freestyle, il classico muretto con tutto il gruppo. Poi ognuno ha seguito la sua inclinazione: chi si è specializzato nella scrittura, chi ha continuato con il freestyle e chi ha lasciato perdere completamente. Io ho notato che non ero particolarmente ferrato nel freestyle quanto nella scrittura vera e propria, e quindi mi sono appassionato più a quel versante.

C’è un tratto distintivo nei tuoi pezzi?

Io penso che sia la voce, perché avendo un timbro molto profondo è abbastanza riconoscibile. E poi il significato di alcuni testi non è ben chiaro, perché sono concetti astratti che non sono di facile comprensione proprio perchè sono pensieri miei e messi in musica possono risultare un po’ difficili. Però nel complesso quello che mi distingue di più credo sia proprio a livello di sonorità rispetto alla trap attuale. Abbiamo sperimentato molte cose in questo disco, soprattutto con il mio producer che fa un altro tipo di musica. Così abbiamo cercato di mescolare il mio stile con il suo ed è uscito “Transition”.

A proposito di “Transition”, di che progetto si tratta?

Come si può evincere dal titolo questo disco racconta la mia fase di transizione personale. Nello specifico ero arrivato al punto che tutto quello che facevo mi risultava pensate. C’era un malessere di fondo, e non sapevo quale fosse la causa. Così ho ripreso in mano la musica che avevo un po’ trascurato negli ultimi anni. Inizialmente io non avevo un’idea precisa di come strutturare il disco. Sapevo solo che volevo fare qualcosa che mi distinguesse da quello che c’è in giro adesso, perché non mi interessano particolarmente le mode o altro, ma solamente esprimermi.

Nel disco vengono affrontati argomenti di natura personale ma che a mio parere possono rispecchiare tutti, perché le tematiche si contrappongono agli stereotipi che ci propone la società. Quindi nulla più si fonda sulle valutazioni personali, le persone tendono a ripetere opinioni e azioni. E di conseguenza io attraverso questo disco ho cercato di essere me stesso: è l’autenticità che lo contraddistingue.

C’è un brano cui sei particolarmente legato?

Sicuramente la traccia numero 3 che è poi quella che ho scritto prima di tutte. Ho un amico d’infanzia, Francesco, con cui sono cresciuto, anche sotto forma di pensieri e di rivalsa verso quelli che sono gli schemi forti. E lui mi ha stimolato molto sia a livello creativo che dal punto di vista musicale perché suona la chitarra e questo pezzo lo abbiamo quasi scritto insieme. E’ stato il primo in assoluto che ho scritto e penso che sia quello che rappresenta il disco. Per quello hanno lo stesso titolo.

E per quanto riguarda i live?

Ne ho fatto qualcuno, ma non tantissimi. Il più importante forse è quello che c’è stato il 18 maggio grazie alla Nazionale Cantanti, prima della partita del cuore. E quella sarà una bella vetrina, perché m esibirò davanti al pubblico di un stadio

Elisabetta Riboldi
Nata il 15 luglio 1992, ho seguito il tipico cursus honorum della letterata milanese: diploma al liceo classico G. Berchet, laurea triennale in Lettere Moderne e magistrale in Filologia Romanza presso l'Università degli Studi di Milano. Fervente appassionata di tutte le arti, curioso nelle librerie, alle mostre, nei musei; per quasi dieci anni ho seguito corsi di teatro e, in seguito, di danza ottocentesca. Ma quella stessa curiosità che mi porta a indagare l'arte e la storia mi àncora fortemente all'attualità, di cui cerco di indagare processi e retroscena.