Pfm in tour canta De André: “Facciamo le cose al meglio che possiamo”

Patrick Djivas, bassista della Pfm, racconta la carriera e le esperienze del gruppo in un'intervista a CiSiamo.info, alle soglie del tour "Pfm canta De André"

Patrick Djivas racconta la carriera e le esperienze della Pfm in un'intervista a CiSiamo.info
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Una carriera lunga quasi cinquant’anni, ma la grinta è ancora intatta come nel 1970, quando è nato il gruppo. La Premiata Forneria Marconi ha all’attivo 42 album, più di 6000 concerti in tutto il mondo e collaborazioni con artisti di fama internazionale.

Alle soglie del tour “Pfm canta De André” che li porterà con 46 date in tutta Italia, Patrick Djivas, bassista dell’unico gruppo rock italiano ad aver scalato la classifica Billaboard negli Stati Uniti, racconta in un’intervista a CiSiamo.info la loro musica e la loro esperienza.

ne parliamo in pausa pranzo

Come è nata la vostra carriera, negli anni ’70?

La cosa più interessante secondo me è come sono nati i musicisti della Pfm. All’epoca le cose erano completamente diverse da come possiamo immaginare. Oggi è molto semplice fare il musicista, da un certo punto di vista, perché qualsiasi cosa tu abbia in mente trovi tutti i metodi che ti insegnano. C’è tutto quello che viene messo a disposizione della tecnologia.

Quando noi abbiamo iniziato non c’era niente di tutto questo. Non esisteva il maestro, non esisteva quasi una musica che non fosse quella classica o quella da ballo, delle balere. Quindi era molto difficile prendere in considerazione di fare il musicista, perché dovevi arrangiarti da solo, dovevi creare da solo le premesse per imparare qualcosa. E questo si faceva prendendo spunto da qualsiasi occasione, con tutte le difficoltà che questo comportava. Ci voleva quindi una gran voglia di fare, e bisognava mettersi al servizio della musica a 360 gradi, cercare di imparare da tutto e da tutti.

Noi siamo cresciuti così, ascoltando musica a 360 gradi. E questa è una cosa che alla Pfm è sempre servita tantissimo: il fatto di essere diventati musicisti duttili deriva da questo modo iniziale di vedere le cose, che tutt’ora permane nella Pfm. Questo background è quello che ci ha permesso di cominciare a prendere in considerazione una musica come quella progressive. Stava arrivando dall’Inghilterra ed era interessante perchè permetteva di suonare qualcosa di più complesso rispetto a quello a cui eravamo abituati.

Inoltre, la Pfm ha sempre avuto la caratteristica che ogni suo componente ha sempre cercato di fare il meglio che era in grado di fare. Senza mai fermarsi alla prima cosa che veniva, ma cercando di dire: “Posso fare qualcosa di meglio, posso migliorarlo, posso fare di più?“. E’ stato così dal primo giorno ed è così tutt’ora. Questo è il motivo per cui la Pfm, più o meno qualunque cosa abbia fatto, anche se non assomiglia per niente a quello che ha fatto precedentemente, l’ha fatta con assoluta tranquillità. Si tratta di un modo di pensare ha permesso ai componenti della Pfm di affrontare qualsiasi tipo di musica. Non è un segreto, è solo il modo in cui siamo. Un modo di essere che ci ha permesso una carriera così lunga, perché abbiamo sempre fatto quello che ci andava di fare, artisticamente ma soprattutto musicalmente.Noi, prima di essere artisti, siamo musicisti.

Abbiamo sempre seguito questa linea, anche se in certe occasioni possiamo avere danneggiato la nostra carriera. Per esempio, nel 1976 tutti in America dicevano “Ah, la Pfm, sarà il gruppo dell’anno prossimo, sfonderanno in tutto il mondo”. Ma noi, proprio quell’anno abbiamo fatto un disco di jazz. Chiaramente ci siamo tagliati le gambe, perché il jazz non è una musica semplice. Forse abbiamo fatto male da un punto di vista del marketing, di resa pecuniaria, ma di sicuro abbiamo fatto bene in un altro senso: a distanza di più di quarant’anni,infatti, siamo ancora qui.

La nostra carriera è quindi basata sul fatto che a noi piace quello che stiamo facendo, ci piace suonare, fare i musicisti e divertirci sempre. Questa è la chiave della Pfm. Spesso ci chiedono quale sia il nostro segreto. Non c’è nessun segreto, semplicemente facciamo le cose al meglio che siamo in grado di fare e soprattutto quello che piace a noi, non quello che piace all’induastria o alla televisione. E se piace a noi, ci sarà sicuramente qualcuno a cui piacerà.

E questa è una differenza con il mercato musicale attuale?

Assolutamente sì. Il mercato musicale attuale è gestito al 99% dalla televisione che non fa musica, fa, appunto, televisione. Tutte le trasmissioni musicali, in realtà non sono di musica: sono trasmissioni televisive: non è possibile che in una trasmissione musicale ci sia un concorso. Quello dei concorsi, infatti, è un meccanismo televisivo, perché alla gente piace vedere persone messe l’una contro l’altra. Ma non c’entra nulla con la musica. Hai mai visto i Beatles fare un concorso? No, perché è un fenomeno televisivo. Il problema è che se vuoi rientrare nel mercato di questo genere ti devi piegare alle regole della televisione. Noi non lo abbiamo mai fatto. Per esempio, non abbiamo mai partecipato a Sanremo nonstante ce lo abbiano chiesto un milione di volte. Ci siamo andati solo come ospiti, ma mai in concorso, perché siamo assolutamente contrari a questo approccio.

Quali sono le esperienze che vi hanno segnato di più?

Stiamo parlando di una carriera di 49 anni, quindi di esperienze importanti ce ne sono state parecchie. Il fatto di aver iniziato a suonare in Inghilterra e soprattutto in America è stata l’esperienza forse più importante di tutte, perché ci ha portato ad avere rapporti con altri musicisti. Rapporti diretti di amicizia, conoscenza e comunicazione. Abbiamo suonato con tanti musicisti bravisissimi, dai Beach Boys a Santana. Siamo diventati loro amici, abbiamo guadagnato il loro rispetto e tutto questo è stato senz’altro l’esperienza più importante che abbiamo fatto. Poi vicino a questa ce ne sono tantissime molto belle, come quella con Fabrizio De André, o con la Symphonic Orchestra.

Noi abbiamo sempre vissuto ogni cosa con grande naturalezza, da musicisti: per noi era tutto abbastanza normale, era un lavoro come altri. Era la nostra vita di tutti giorni, eravamo musicisti amici di altri musicisti con cui collaboravamo. Eravamo molto più coinvolti dalla qualità delle cose che facevamo, per cercare di fare il meglio che potevamo, al di là di dove si trovasse questo “meglio”. Quello che conta nella vita, infatti, è sempre fare il meglio che siamo in grado di fare, a prescindere dal livello a cui uno si trova. Tutto questo per noi era vita di tutti i giorni. Ovviamente la prima volta che abbiamo suonato in America, con i Beach Boys, è stato emozionante: un gruppo italiano che suona in America era un sogno, ma tutte le prime volte lo sono. Poi ci si abitua in fretta, perché è il tuo mestiere, e ti concentri su farlo al meglio.

E per quanto riguarda la collaborazione con De Andrè?

L’esperienza è stata meravigliosa, e si sente anche dal disco, e dalla svolta che c’è stata nella vita di Fabrizio De Andrè. In quel momento aveva quasi deciso di smettere di fare musica. Era un artista di nicchia.. rispettato, molto importante, ma non era un artista popolare. Era molto più popolare perché Mina aveva cantato Marinella che per le sue interpretazione.

Quella tra la Pfm e De André è stata una collaborazione che ha fatto di Fabrizio un artista a 360 gradi perché ha capito che la musica era estremamente importante. Era una persona che quello che faceva lo faceva fino in fondo. Così, quando ha cominciato a prendere in considerazione la musica in modo diverso da quanto avesse fatto fino a quel momento, quando gli abbiamo fatto intravedere che la sua musica poteva essere molto più potente di quello che era stata fino a quel momento, lui si è liberato e ha cominciato a fare dei dischi bellissimi. Spesso ci chiedono se l’esperienza sia stata più importante per noi o per lui. Noi rispondiamo che è stata più importante per gli italiani.

In una canzone di Fabrizio tu ritrovi sempre te stesso, la tua vita, le tue problematiche…e lui aveva la capacità di faretele vivere come nessuno te le aveva mai fatte vivere. Fabrizio era una persona che aveva un modo di vedere le cose che era sua e diverso da quello degli altri. La sua era una maniera da filosofo, ma i fiolosofi hanno solo i libri, ed è più pesante avvicinarsi a loro. Invece, avvicinarsi ad un cantante attraverso una canzone è più semplice. Questa è la sua grandezza.

Fabrizio è morto da vent’anni, il disco che abbiamo fatto insieme ne ha quaranta di anni. Ora siamo in tournée (con “Pfm canta De André“, ndr): volevamo fare 15 date ma siamo arrivati a 46, fermandoci di nostra volontà. Questo perché c’è una voglia delle nuove generazioni di sentire questa musica che è straordinaria. Questo è un tipo di comunicazione che non ha età e momenti. Quel disco che abbiamo fatto insieme 40 anni fa sembra fatto ieri e tra 20 anni non cambierà niente. Quando un disco in un Paese si trova in quasi tutte le case deve voler dire qualcosa. E non è perché è di De Andrè o della Pfm, ma solo perché è un disco che ti soddisfa, e che ascolterai per tutta la vita. Questa è la cosa straordinaria di quello che abbiamo fatto insieme.

Cosa è cambiato nel modo di ascoltare la musica da parte del pubblico?

Sono cambiate le abitudini. La grande differenza, è che ora ascoltare la musica è un fatto personale. Ai nostri tempi la musica, che ha rivoluzionato il mondo, era un fatto collettivo. A volte, la sera, invece di andare al cinema o a ballare si stava con gli amici, seduti sul divano in silenzio ad ascoltare i dischi. Oggi non ci verrebbe mai in mente di andare a casa di qualcuno ad ascoltare un disco in silenzio religioso e poi di commentarne i brani. Erano serate interessanti, di comunicazione, la musica era un elemento aggregante, al punto che ha avuto un’enorme influenza sull’evoluzione della gioventù.

50 anni fa i ragazzi non avevano nemmeno il diritto di parlare a tavola, non avevano diritti ma solo doveri, come quello di andare bene a scuola, o aiutare in casa. Non erano tenuti in considerazione. Ad un certo punto, però, attraverso la musica, si sono diffusi segnali nel mondo, partiti dagli Stati Uniti, di ragazzi che si volevano liberare da questa condizione. E’ qui nasce il primo rock’n roll, con Elvis Presley. Con questa musica i ragazzi hanno cominciato ad essere più liberi. Iniziano a ballare, a fare cose che fino ad allora erano considerate scandalose. E così hanno cominciato a liberarsi da questa schiavitù.

Poi il movimento è cresciuto e attraverso i più grandi raduni musicali i giovani si sono resi conto di essere una forza enorme nella società. La musica ha dato loro l’aggregazione, e tutti i giovani si sono ritrovati ad essere parte della stessa nazione, quella dei giovani. Avevano ormai diritto di parola, e l’hanno utilizzata: sono loro che hanno impostato tutta la nostra moderna civilità informatica. Tutto questo è passato attraverso la musica: ecco la sua forza, ed è incredibile.

Oggi la situazione è un po’ diversa, ma non perchè i giovani siano meglio o peggio di prima. I giovani sono sempre uguali. Qualcuno una volta ha detto: “I giovani di oggi non hanno rispetto per nessuno, pensano solo a loro, quando immagino che la società sarà in mano loro mi vengono i brividi…“. Quel qualcuno era Seneca, nell’80 d.C. Non è cambiato niente, è sempre stato così e sempre sarà così. Però ci sono momenti di stasi e altri in cui una fiamma fa bruciare il cuore dei ragazzi e li indirizza. Ogni periodo ha le sue caratteristiche, e fortunatamente.

E per quanto riguarda i nuovi progetti della Pfm?

Ora siamo in giro con questa nuova tournée che era partita con poche date, ma non diventate 46, tutte sold out. Sicuramente è un progetto importante e bello, ma la Pfm non si ferma mai: stiamo pensando al prossimo disco, a quello che faremo nel 2020, quando andremo a suonare molto all’estero. Non vediamo l’ora, perché stiamo bene sul palco, ci divertiamo. Facciamo sempre la musica che ci piace, quando ci piace e possibilmente dove ci piace. Questo abbiamo sempre fatto e questo continuermo a fare finché riusciremo.


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Elisabetta Riboldi
Nata il 15 luglio 1992, ho seguito il tipico cursus honorum della letterata milanese: diploma al liceo classico G. Berchet, laurea triennale in Lettere Moderne e magistrale in Filologia Romanza presso l'Università degli Studi di Milano. Fervente appassionata di tutte le arti, curioso nelle librerie, alle mostre, nei musei; per quasi dieci anni ho seguito corsi di teatro e, in seguito, di danza ottocentesca. Ma quella stessa curiosità che mi porta a indagare l'arte e la storia mi àncora fortemente all'attualità, di cui cerco di indagare processi e retroscena.