Arturo Sacchetti: “La musica è la mia vita”

Il Maestro Arturo Sacchetti racconta in un'intervista esclusiva la sua biografia scritta da Adriano Bassi ed edita da BAM International

CLa copertina della biografia di Arturo Sacchetti
Una biografia per raccontare la vita del Maestro Arturo Sacchetti
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La grande esperienza artistica e musicale del Maestro Arturo Sacchetti si traduce oggi in una biografia, che raccoglie non solo la sua testimonianza diretta, ma anche interviste e documenti sulla sua carriera. Di particolare importanza, una sezione dedicata alle lettere inedite, che testimoniano il rapporto di Sacchetti con i suoi maestri. Il “mago dell’organo“, così come è stato definito talvolta, è raccontato dunque in questa biografia con ricchezza e approfondimento storico e artistico: Adriano Bassi fa emergere la figura a tutto tondo di uno dei più grandi artisti italiani del secondo Novecento.

La biografia, edita per BAM International, verrà presentata in tutta Italia, e oggi è lo stesso Maestro Sacchetti a presentarla e a parlare della sue esperienza a CiSiamo.info.

Come nasce questa biografia?

Questo libro è nato per un desiderio del Professor Maggiore, che è l’editore, e nasce per il desiderio di far conoscere un artista, e lo stesso Professore ha identificato il destinatario del libro: non l’ho scritto io ma il Maestro Adriano Bassi. Il Maestro Bassi ha parlato con me, si è dotato di tutti i documenti necessari per poter costruire un approfondimento e da questo nasce il libro.

Il libro è costruito in modo un po’ particolare. Si costituisce di una parte che potremmo definire “cronaca di vita“, cioè tutto il percorso della mia esistenza; una seconda è di testimonianza, con scritti miei, riflessioni. Una terza parte riguarda un epistolario che riporta una testimonianza inedita di lettere che sono state scambiate tra me e i miei maestri. L’ultima parte è estremamente delicata, perché il Maestro Bassi ha formulato 40 domande che riguardano il mondo musicale, le attività musicali, le scuole. Davanti a queste domande si può essere forse in imbarazzo, perché occorre scegliere come rispondere: se nascondersi e celare la vera risposta o rispondere con coscienza, libertà e rispetto a queste domande. Io ho scelto questa seconda strada, perché le nuove generazioni hanno il diritto di conoscere gli accadimenti e quelli che sono i pensieri di un personaggio. E se meditate e accettate e riflesse, ritengo che queste testimonianze abbiano un’importanza colossale per le nuove generazioni.

Si è ritenuto di non appesantire la biografia, e per questo si è creato, oltre al volume cartaceo, il cd-rom allegato, che consta di 600 pagine. Mentre il volume cartaceo è facilmente leggibile e non tratta di argomenti che richiedono una preparazione tecnica, il cd-rom contiene gli aspetti più tecnici di un’attività. C’è il catalogo delle mie composizioni, dei concerti, dei dischi, degli scritti. Questa è la fisionomia del libro.

La ritengo un’opera importante, perché in genere le biografie, più o meno romanzate, prese in prestito dal “si dice“, vengono scritte quando il destinatario è scomparso. Questo è uno dei rari casi in cui il destinatario è vivo e presente. E la sua testimonianza è molto importante, perché rispecchia la sua realtà esistenziale.

Come mai la scelta dell’organo come strumento prediletto?

La scelta dell’organo innanzitutto si incastona in un interesse molto diffuso riguardante l’arte musicale. Lo studio del pianoforte, del clavicembalo, della direzione d’orchestra, la composizione e tutti gli approfondimenti connessi hanno creato una costellazione di interessi, che ha influito poi sull’essere musicista. L’organo è sicuramente uno dei miei tasselli, ed è forse quello più approfondito per una ragione pratica.

Ai tempi dell’avvio della mia attività concertistica, intorno al 1968, erano rarissimi i concerti d’organo, e pochi i grandi concertisti. Per questo, al di là dell’attrazione per lo strumento in sé che mi accompagna sin dall’infanzia, ho ritenuto che questa fosse una scelta produttiva ai fini pratici della carriera. Parallelamente, forse per una forma di interessi, ho composto, diretto e fatto musica d’insieme. Ecco nascere dunque questa costellazione dove l’organo occupa un posto importantissimo per concerti, le incisioni discografiche, i convegni gli aspetti riguardanti la conservazione dei beni organistici. Ecco dunque la ragione per cui l’organo è presente in modo sostanzioso.

Tra tutti i compositori che ha avuto modo di incontrare, quali l’hanno influenzata maggiormente nelle sue composizioni?

La prima influenza è di natura storica. Sin dagli studi ci si accosta agli autori del passato e alle loro opere, e questa conoscenza si spinge inevitabilmente fino all’epoca contemporanea. E questa conoscenza si riflette nelle composizioni ma anche nelle scelte esecutive. Perché suonare Bach, magari suonare Reger… o magari non suonare né Reger né Bach ma magari proporre Cage o gli avanguardisti? Quindi c’è questa sorta di forte condizionamento che la propria cultura riversa poi sull’essere artista.

E per quanto riguarda le scelte di repertorio, da cosa sono state guidate principalmente?

Da un senso di rispetto e di giustizia, perché il mondo musicale, e in parte poderosa in Italia, ha sempre privilegiato le opere, definiamole, “piacevoli”, cioè quelle che gratificavano il pubblico. Disdegnando però, forse perché ritenute difficili, poco note, o poco appaganti, opere universali della creatività.

Io ho scelto questa strada, perché ho ritenuto che la scelta della proposta del noto fosse già appannaggio di altri musicisti. E quindi, perché non offrire la conoscenza di qualcosa che non si conosce? Io ho rifiutato, se non in minimissima parte, di incidere Bach, Franck, Schumann… gli autori importanti per la storia della creatività organistica, semplicemente perché al tempo esisteva una presenza discografica enorme di questi autori. Quindi ho pensato, perché non proporre Marco Enrico Bossi, per esempio? Perché al tempo questa era una discografia minuta. Ciò vale anche per altri autori. Padre Davide da Bergamo per esempio, chi mai lo avrebbe proposto?

Quindi ecco perché questa ricerca di rarità e originalità: per colmare un vuoto. Credo infatti che le mie siano state le prime incisioni discografiche di questi autori. E’ stato anche per conquistare un mercato: le case discografiche in fondo cercano questo. Bisogna poi considerare che molte esecuzioni, soprattutto contemporanee, sono difficili dal punto di vista esecutivo e interpretativo, ma anche per gli ascoltatori. Molte di queste composizioni le ho eseguite una sola volta, ma non per disdegno o mancanza di rispetto, ma perché le sedi concertistiche necessitavano di certe proposte. Quindi poi ecco l’integrale di Bach, di Franck, di Mendelssohn: per favorire una fruizione.

Facendo riferimento alla sua esperienza come Direttore dei programmi musicali della Radio Vaticana, crede sia possibile diffondere la cultura musicale attraverso il mezzo radio con un palinsesto costruito ad hoc?

Potenzialente sì, ma nella realtà no. Perché la mia esperienza presso la Radio Vaticana doveva necessariamente considerare un’atmosfera, e cioè tenere conto di quello che gli ascoltatori si aspettavano di ascoltare dalla radio del Papa. Trascorso il tempo delle proposte di canto gregoriano e canto polifonico, è apparsa una nuova dimensione che ha influenzato il mio comportamento. Ho dovuto ridisegnare le proposte sulla base dell’atmosfera del tempo, e tenere conto dei giovani.

Quindi al bando la polifonia e Palestrina, al bando il canto gregoriano. Ci si riduce infine a tentare degli approcci, con grande rispetto, perché a quel tempo si poteva diffondere il jazz o la musica “nobile” leggera attraverso le onde della Radio Vaticana. Certo però che quel principio in base al quale la Radio Vaticana diffondeva musica sacra non era attuale negli anni della mia esperienza, nel 1986. C’erano ancora nell’aria gli echi del Concilio Vaticano, che ha cambiato la musica durante le celebrazioni liturgiche. Non più l’organo, la musica sacra e la polifonia e i cori, bensì la partecipazione del popolo: atmosfere un po’ “leggere” e una musica corale accompagnata da altri strumenti.

E questa è dunque una ragione per la quale non mi sono trovato bene nel mio incarico. Per me la musica nobile deve trovare sicuramente spazio nei luoghi sacri, perché ha anche una funzione di ispirazione alla meditazione, e al pensiero trascendentale. Questo non esclude che il popolo canti, ma se sa cantare. Tra l’altro dobbiamo considerare che in Italia la cultura musicale sociale non è ad alti livelli, e ne soffre anche la partecipazione durante le celebrazioni, nelle quali il popolo è parte attiva. Se viene diffuso un altro tipo di messaggio musicale in tutti i contesti, dal supermercato alle linee telefoniche, è inevitable che questo condizioni il fruitore. Le nuove generazioni non hanno orecchio, ma non per colpa loro. Il fatto è che non sono state educate al bello dell’arte musicale. E’ un principio che influisce poi anche sulla musica sacra e sui riti.

Ci può essere dunque il futuro per la cultura musicale in Italia?

Sì, se si percorrono certe strade. L’educazione sociale musicale affonda le radici nella scuola. Si passa dalla scuola dell’infanzia dove questa è assente, a quella elementare dove è altrettanto assente. Alle medie c’è pochissima educazione musicale, per arrivare alle superiori e all’Università, dove ritorna ad essere assente.

E’ chiaro che quello è il luogo di semina, dove si diffondono certi messaggi. Mancando questo, abbiamo generazioni a digiuno di questa esperienza sensibile che è la musica. Come ci potrà essere allora un pubblico? Gli auditorium sono fatti per accogliere un pubblico, ma se si presenzia ad un concerto all’Accademia di Santa Cecilia o al Teatro alla Scala si potrà notare come il pubblico sia “maturo”. I giovani non ci sono se non in minimissima parte.

Non si è fatta un’operazione sociale e culturale per diffondere l’arte musicale a livello di fruizione. Negli anni ’70 è arrivata in Italia l’esperienza musicale del metodo Suzuki, che prevede l’avvicinamento alla musica dai tre anni, ma ovviamente non è stata un’iniziativa a livello di Stato. Quel sistema ha prodotto una generazione, per altro minuta, di giovani musicisti, e ha creato un futuro pubblico. Ma è rimasto un episodio marginale, mentre avrebbe dovuto essere esteso alle scuole pubbliche. In pratica, è stata compiuta un’emarginazione nei confronti non solo della musica ma della cultura in genere, mentre dovremmo essere i depositari di questa cultura.

Elisabetta Riboldi
Nata il 15 luglio 1992, ho seguito il tipico cursus honorum della letterata milanese: diploma al liceo classico G. Berchet, laurea triennale in Lettere Moderne e magistrale in Filologia Romanza presso l'Università degli Studi di Milano. Fervente appassionata di tutte le arti, curioso nelle librerie, alle mostre, nei musei; per quasi dieci anni ho seguito corsi di teatro e, in seguito, di danza ottocentesca. Ma quella stessa curiosità che mi porta a indagare l'arte e la storia mi àncora fortemente all'attualità, di cui cerco di indagare processi e retroscena.