Diego Conti, da “Tre gradi” di Sanremo Giovani al nuovo album

Tra i finalisti di Sanremo Giovani 2018, Diego Conti è un giovane cantautore. La sua musica trae origine da una commistione di diversi elementi, e per questo Diego Conti si definisce un artista "cross-pop".

Diego Conti
Diego Conti si racconta in un'intervista a Ci Siamo
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Diego Conti è un giovane cantautore, che si è qualificato tra i finalisti di Sanremo Giovani 2018 con la sua canzone “Tre gradi“. Classe 1995, si è avvicinato alla chitarra grazie ai grandi della musica tra cui Led Zeppelin, Rolling Stones, Bob Dylan e Keith Richards. A 13 anni, spinto dalla sua passione per la musica rock, fonda un gruppo musicale e successivamente decide di intraprendere il progetto da solista, iniziando a scrivere i testi delle sue canzoni.

Nel 2016 partecipa alla decima edizione di X-Factor Italia nella categoria Under Uomini capitanata da Arisa. Terminato il percorso all’interno del programma è ospite di Fiorello a Edicola Fiore e qualche mese dopo pubblica ufficialmente il singolo “L’impegno” e a seguire, nel settembre 2017, il brano “Non finirà”, per l’etichetta Rusty Records. Nel 2018 inizia un nuovo progetto firmato Rusty Records/Richveel ed Edizioni Rusty Records/Thaurus Publishing, che culmina con l’uscita, il 18 dicembre, del primo EP dell’artista, intitolato “Evoluzione”. 

ne parliamo in pausa pranzo

Artista innovativo, che ha coniato insieme al produttore Mark Twayne il neologismo di “cross-pop” per definire la sua musica che trae origine da diversi generi, Diego Conti ha rilasciato un’intervista alla redazione di Ci Siamo. Un’intervista in cui racconta di sé, dell’esperienza a Sanremo Giovani e dei nuovi progetti.

 

Come ti sei avvicinato al mondo della musica?

Io ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia che ama la musica da sempre, quindi fin da piccolo, a casa, ero circondato da vinili, cassette,  dai Rolling Stones a Bruce Springsteen…e poi andavo ai concerti e mi luccicavano gli occhi. Finché all’età di dieci anni ho toccato la mia prima chitarra e da quel giorno non l’ho più lasciata.

E per quanto riguarda il comporre, c’è qualcosa ch ti ha spinto?

Penso che sulla faccia della terra non ci sia nulla di più ispirante della donna, per quanto mi riguarda, questa è la verità. La mia prima canzone l’ho scritta perché avevo perso la testa per una ragazza. E anche “Tre gradi“,  che ho portato a Sanremo, parla di una ragazza. Poi ovviamente tratto anche altri temi. Ma in fondo, questo è uno dei primi motivi che mi ha spinto a scrivere musica. Quello che mi muove ogni volta a scrivere dei pezzi in realtà non è una cosa a cui so dare un nome vero e proprio, è più un’esigenza comunicativa che non so da dove viene e non so dove vada. E devo scrivere una canzone quando osservo qualcosa, o quando provo emozioni in prima persona. La musica è il mezzo con cui mi sento più a mio agio. Altre persone si esprimono con la poesia, con la pittura, con qualsiasi forma d’arte, a me invece viene naturale esprimermi con la musica. Non ho un altro modo in realtà, esprimermi con la musica è la cosa che mi riesce meglio e che mi offre più possibilità.

Ci sono artisti da cui ti senti influenzato?

Tutto il rock anni ’70 mi ha sicuramente influenzato, perché quella è la musica con cui sono cresciuto. E poi tutti i cantautori, Lucio Dalla, Jovanotti. A me piace davvero tutta la musica. Ho delle preferenze per il rock, ma amo anche il rap, tutta la nuova trap americana con Post Malone, e tanti altri artisti. Ascolto tantissima musica, tanto è vero che il genere che faccio, nasce dall’incontro tra tanti generi. Si tratta di qualcosa che è stato possibile grazie all’incontro dell’ultimo anno con Mark Twayne, che è il mio producer, con il quale scriviamo le canzoni, le produciamo. Io penso che la musica sia bella tutta, un po’ come il mondo che va girato tutto.

C’è una definizione che daresti di te stesso come artista?

Domanda difficile… Indubbiamente direi che sono un artista “cross-pop”, che è un termine che in Italia non esiste. Io e Mark Twayne siamo i primi a farlo, è un genere al quale abbiamo dato noi il nome e nasce da tante contaminazioni sia mie che sue.  Credo che la musica sia davvero un atto di condivisione e di contaminazione, quindi … conoscendo il prossimo tuo conosci anche te stesso, e io credo che sia un concetto che esula dall’ambiente artistico e musicale, per me è un po’ una legge di vita. Io credo che la conoscenza del prossimo sia la fortuna più grande, tant’è che nell’ultimo album, “Evoluzione”, c’è un pezzo che si intitola “Clandestino“, che credo sia un po’ il manifesto di tutto l’album.

E per quanto riguarda l’esperienza di Sanremo Giovani?

Sanremo, e tutto il lavoro che sto facendo da un anno a questa parte anche con “Tre gradi“, è stata la cosa più vera che abbia fatto fino ad ora in 23 anni. Perché finalmente ho potuto cantare davanti a milioni di persone la verità e nient’altro che la verità. Il caso ha voluto che mi presentassi a Sanremo con una canzone che è nata proprio a Sanremo un anno prima, ispirata ad un fatto realmente accaduto. Un anno fa ho conosciuto questa ragazza stupenda, ci siamo innamorati. Eravamo per strada, faceva freddissimo durante la settimana del Festival… e non abbiamo resistito alla passione. Il  giorno dopo ho avuto la febbre alta, ma ho scritto la canzone. E il caso ha voluto che mi sia ritrovato su quel palco con quella canzone nata proprio lì. Abbiamo deciso di potare proprio “Tre gradi” su quel palco perché la cosa ci sembrava davvero surreale. Il mio è un genere particolare. L’unione del pop, del rock, della trap, è qualcosa che non è usuale sul palco di Sanremo, e così abbiamo detto se dobbiamo rischiare, rischiamocela tutta, tentiamo con “Tre gradi”, che parla di un rapporto consumato per strada con sonorità non proprio sanremesi, e vediamo che succede”. Così ci siamo ritrovati su quel palco e questa è la fortuna più grande. E poi, ricevere i complimenti di Fiorella Mannoia, che è un’artista così grande… beh fa un certo effetto.

Porgetti per il futuro?

Sicuramente andremo un po’ in giro con questo nuovo EP, “Evoluzione”. Non vedo l’ora di suonare dal vivo queste canzoni e di tirare fuori altre canzoni che sono rimaste fuori dall’EP, ma che usciranno prossimamente. Credo sia doveroso portare in giro questo EP, che è un’evoluzione mia ma anche della mia musica.

Cosa significa per te esibirti dal vivo?

Nella società nella quale viviamo, in cui tutto è sempre più digitale e dove ormai la società è fatta di follower, like, hashtag, credo che il concerto di musica sia uno dei pochissimi, forse l’unico rito umano dove si celebra qualcosa di vero. E dove si può anche gettare tutto il resto. Perché sappiamo che la musica fa questo effetto, ti prende e ti porta dove vuole lei. Io credo quindi che il live sia una cosa stratosferica, è la parte di questo mestiere che preferisco. Io registro canzoni perché poi voglio andare a cantarle live,  è lì che esplode la magia in realtà. E tra l’altro in “Evoluzione” c’è proprio un brano, che si intitola “Evoluzione 3.0″ che parla proprio di questa deriva della società, in cui ormai l’apparenza è più importante, in cui tutto è veloce, ma chissà se ci godiamo davvero la realtà delle cose. Secondo me il live ti riporta alla verità delle cose.

C’è un brano di questo nuovo EP a cui sei particolarmente legato?

Sì, c’è un brano che si intitola “Clandestino“. Si tratta di un brano che è nato poco tempo fa. Io credo che oggi ci soffermiamo tanto sul sostantivo “clandestino”, come se la natura giuridica delle regole sociali che sono sancite dallo Stato possano poi prevalere sull’umanità delle persone. In questo brano non voglio trattare il reato di clandestinità, ma credo che siamo tutti umani al di là del colore della pelle. E il centro del pezzo è la mia convinzione che in realtà siamo tutti clandestini. La nostra cultura si rifà al mondo arabo per tante cose, tra cui i numeri, per esempio. E poi mangiamo il sushi, andiamo pazzi per la coca cola, guardiamo il baseball americano… e io credo che questa commistione e contaminazione sia in realtà il futuro, ed è una grande fortuna. Che poi è quello che cerco di fare anche io con la mia musica, perché il “cross-pop” è contaminazione. E poi, io faccio musica per questo, per questi valori.

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Elisabetta Riboldi
Nata il 15 luglio 1992, ho seguito il tipico cursus honorum della letterata milanese: diploma al liceo classico G. Berchet, laurea triennale in Lettere Moderne e magistrale in Filologia Romanza presso l'Università degli Studi di Milano. Fervente appassionata di tutte le arti, curioso nelle librerie, alle mostre, nei musei; per quasi dieci anni ho seguito corsi di teatro e, in seguito, di danza ottocentesca. Ma quella stessa curiosità che mi porta a indagare l'arte e la storia mi àncora fortemente all'attualità, di cui cerco di indagare processi e retroscena.