Pietro Bisignani presenta il suo libro “La voce attraverso”

Il Maestro Pietro Bisignani racconta in un'intervista il suo libro sulla voce e sul canto.

Pietro Bisignani
Il Maestro Pietro Bisignani durante uno dei suoi viaggi.

Esce  per BAM Music il libro “La voce attraverso” del M. Pietro Bisignani. L’opera si presenta come un innovativo e complesso lavoro alla scoperta del canto e della voce, indagata da molteplici punti di vista.

ne parliamo in pausa pranzo

Pietro Bisignani raccoglie qui un serbatoio di immagini ed esperienze legate al suo stesso bagaglio culturale, che si compone di viaggi e incontri con professionisti provenienti da diversi ambiti scientifici. Tra questi incontri, di grande importanza sono stati quello con il Foniatra Prof. Giovanni Ruoppolo (anni ’80) e lo Psichiatra Prof. Jerome Liss (anni 2000).  Con loro inizia, nei differenti ambiti, una collaborazione-studio-ricerca e scambio sulla comunicazione umana, vocale e psicoemotiva, in arte.

Da queste esperienze ed incontri nasce questo libro, che il M. Bisignani ha voluto presentare in questa intervista.

Cominciando dal titolo, la voce attraverso, a cosa rimanda?

Ci sono due aspetti che vengono messi in gioco in questo titolo: Voce e Attraverso. Nel secondo, ad esempio, troviamo una molteplicità di significati: attraverso la voce si arriva; io arrivo alla voce attraverso; attraverso la voce mi esprimo, esprimo me stesso in modo aperto, sincero – consapevole o meno! Ma è anche un attraverso o attraversare scientifico, a cui rimanda anche la copertina del libro: vi sono rappresentati, infatti, una serie di collegamenti neuronali. La voce, infatti, si esplicita anche attraverso “particolari” connessioni neuronali, nel senso che attraverso di esse fuoriesce una particolare voce; ma è anche vero il contrario. Ѐ certo un discorso che, illuminando l’antico, ci proietta verso il moderno. Se non è multidisciplinare questo!

E ora passiamo al contenuto di questo libro; ce lo può raccontare?

Il libro è pensato come un percorso, diviso in due ambiti: “la voce dell’Uomo” e “l’Uomo della voce” (ovviamente per Uomo intendo essere umano) come colui che possiede una voce. E qui, da un verso, lo studio mira all’analisi delle caratteristiche umane del performer, e non solo. Attraverso l’osservazione degli allievi ho imparato che spesso ci sono talenti che pensano di non valere, perché imbrigliati dalle forme sociali. Per un motivo o per l’altro, questo è molto diffuso. E quando vengono a cantare, con le dovute attenzioni del metodo, si svelano, ed esprimendosi nel canto esprimono loro stessi: quindi, la voce come mezzo per iniziare a conoscersi.

Spesso nel suo scritto ricorre alla “bellezza” come “risveglio” e come esigenza. Esiste per lei una bellezza oggettiva?

Sì, ovviamente, ma sempre soggettivata da chi la esprime in quel momento. Per quanto riguarda il canto, soggettivata ogni volta da chi canta. Realizzare il bello “dunque” si può nella misura in cui io riesco a porre attenzione ad un sano equilibrio tra me stesso, la mia voce, il brano ed il compositore, almeno. Inoltre, ci dev’essere una salda unione tra comprensione empatica e comprensione logica su ciò che si sta cantando. C’è altro ancora: Rudolf Arnheim già negli anni ‘60 esprimeva la necessità di “alfabetizzazione dei sensi”. Ѐ un compito, questo, che ancora oggi varrebbe la pena portare avanti.

E per quanto riguarda la prima parte del lavoro, parlava della “voce dell’essere umano”. Cosa intende?

Durante un viaggio in Paraguay ho assistito a un canto solamente vocalizzato, un rituale completo di ciò che resta di un’antica tribù Makà. L’uno a fianco all’altro, abbracciati fra loro, i Makà saltellavano a piccoli passi laterali disegnando un grande cerchio; il tutto, compenetrati nel solo “pensare”, in modo collettivo, al ringraziamento per la creazione della natura tutta, come casa e nutrimento. D’Aquino: “perché ci sia voce, ciò che batte l’aria deve essere qualcosa di animato (che viene dall’anima) e unito all’immaginazione tendente ad indicare qualcosa”. Erano, la maggior parte di loro, uomini dai cinquant’anni in su, parecchio in su, molti con una fisicità generosa, alti e forti, dal viso segnato dalla fatica, dai disagi e dalla sofferenza, ma tutti (dai giovani più forti ai “vecchietti” più deboli) conservavano una grande vivacità comunicativa, espressiva, di partecipazione piena, in un insieme di atteggiamenti teneri, sereni e amorevolmente compenetrati nel loro canto in movimento circolare. Dei veri “professionisti”, impeccabili.

Questo scritto, come appare dalle prefazioni e postfazione, è chiaramente orientato verso un pensiero multidisciplinare; maturato in oltre trent’anni, ha come centro focale il canto, la voce, associati al corpo, al movimento e al pensiero visuale. In quale contesto si collocano gli specialismi citati e in che modo un cantante può confrontarsi con essi?

Sì, infatti l’ “approccio multi…” lo si coglie “ad esempio” osservando Attraverso la fitta boscaglia delle 358 pagine, ricche di svariate presenze, periodi storici e competenze. Da dove viene il canto prima di essere atto artistico? In quale misura la persona che canta è anche personaggio? E perché molti artisti durante la loro performance si muovono e, al contrario, molti giovani allievi mentre cantano avvertono disagio fisico – come se abitassero un corpo assente, inerte? E come aiutarli? Queste alcune domande che, come tarli, penetravano nei miei pensieri e che, in seguito, mi portavano ad aprire gli orizzonti, a ricercare e studiare, sempre, ogni giorno! Col senno di poi, in progress, verificavo che le risposte arrivavano puntualmente dall’antropologia, dalla filosofia, dalla psicologia e dalle neuroscienze, in linea generale. Con mio grande stupore ogni lettura-studio-ricerca sembrava parlare di me e delle mie esperienze ed esigenze. Dunque, sinceramente, preferisco sottolineare il pensiero “multi…”, più che quello settoriale, che è ciò da cui rifuggo. Non amo i cassetti. Le nuove neuroscienze, ad esempio, ci offrono un nuovo concetto dell’io, che Sebastian Seung riassume con l’espressione: “io sono molti” (principalmente: “io sono il mio connettoma”, ovvero, i miei personali collegamenti neuronali). Il mio scritto si conclude – si potrebbe dir così – con un “insolito incontro” per un cantante, da me intitolato: A proposito dell’Afasia, “La bellezza guarisce”. In queste ultime pagine si evidenzia il mio nuovo percorso di ricerca-studio, iniziato per caso e per mezzo del canto. Una strada molto lunga ma intrigante, intrecciata solidamente e sempre in una base di pensiero in-Arte “viva”, soprattutto. E, per viva intendo vivificata dal performer, dove però, lo stesso, non sia nel sonno (un concetto rintracciabile da Gurdjieff a Fromm, da Luciano Berio a Carlo Sini). Mi auguro che questa testimonianza possa dare spunto a chi, più di me, può fare e sa fare, per un futuro più ricco e fertile di idee da generare e realizzare con il passaparola; e perché no, che questo libro, come una farfalla, possa generare l’appropriato “effetto” con il suo “battito d’ali”.

 

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Elisabetta Riboldi
Nata il 15 luglio 1992, ho seguito il tipico cursus honorum della letterata milanese: diploma al liceo classico G. Berchet, laurea triennale in Lettere Moderne e magistrale in Filologia Romanza presso l'Università degli Studi di Milano. Fervente appassionata di tutte le arti, curioso nelle librerie, alle mostre, nei musei; per quasi dieci anni ho seguito corsi di teatro e, in seguito, di danza ottocentesca. Ma quella stessa curiosità che mi porta a indagare l'arte e la storia mi àncora fortemente all'attualità, di cui cerco di indagare processi e retroscena.