Giuliana Soscia presenta “Indo Jazz Project”, in uscita per BAM Music

BAM Music annuncia l'uscita dell'album che unisce alla musica jazz quella classica indiana, in un connubio suggestivo.

Giuliana Soscia Indo Jazz Project
Esce per BAM International l'album di Giuliana Soscia.

In uscita per BAM Music l’album “Giuliana Soscia Indo Jazz Project” della compositrice jazz Giuliana Soscia. Da un precedente progetto che l’ha vista esibirsi in trio nei più celebri teatri dell’India per la Giornata della Donna 2016, sono derivate sette sue composizioni raccolte in questo CD. I brani si pongono come anello di congiunzione tra diverse tradizioni musicali e culturali (classica, jazz, indiana) creando sonorità inusuali e profondamente innovative, che vedono, oltre la presenza della stessa Giuliana Soscia al pianoforte e alla direzione, la partecipazione di musicisti di livello internazionale.

Giuliana Soscia ha rilasciato un’intervista.

Com’è nata l’idea di questo album che va a unire due mondi così lontani?

L’idea parte da lontano, infatti sono sempre stata affascinata dal mondo indiano: però l’occasione è nata quando nel 2016 ho portato in India, in occasione dell’8 marzo,un mio progetto dedicato alle donne compositrici nel jazz. Un progetto che avevo ideato già nel 2014 e che sosteneva le donne compositrici, perché noi donne, soprattutto in ambito jazzistico soffriamo un po’: è ancora un mondo molto maschilista ma forse perché sono proprio le donne stesse, noi donne, che ce ne occupiamo poco, di questo genere musicale. Forse è più facile trovare una donna in ambito classico piuttosto che nel jazz, a meno che non sia cantante. Dopo il successo dei concerti in India è nato questo progetto, più dedicato alla contaminazione, in cui potevo far entrare la cultura indiana. Mi interessava  molto proprio questo connubio, ed è stato un bellissimo esperimento. Un esperimento che però avevano già fatto grandi jazzisti già a partire dalla metà degli anni ’60 e ’70. Anche Miles Davis e John Coltrane si  erano affacciati al mondo indiano cercando di contaminare il jazz con la musica classica indiana.

Questa è una contaminazione che comprende però anche altri musicisti, sono coinvolti nomi di primo piano sia italiani sia indiani.

La particolarità di queste mie composizioni, che costituiscono questo progetto è che nella loro struttura compositiva cercano di includere anche strumenti della tradizione indiana, che sono ben diversi da quelli nostri occidentali. Per spiegare brevemente, sono basati tecnicamente sulla modalità. Ad esempio le tabla, che sono le percussioni tipiche della tradizione indiana emettono una stessa nota, sono per così dire intonate, quindi bisogna collocarle in un arrangiamento particolare. Il sitar invece si muove molto sulla melodia e meno sulle varie modulazione e armonie. Il progetto è composto da una parte scritta e una parte improvvisata, dove ciascuno dei musicisti coinvolti improvvisa con i propri stili: diventa un po’ un’unione, una sensazione di connubio tra due culture diverse.

Coinvolti in questo progetto ci sono due musicisti indiani. Al sitar c’è Rohan Dasgupta che viene direttamente da Calcutta. che è un giovane sitarista aperto anche al jazz che però esegue solitamente musica classica indiana con i raga, che sono le strutture musicali, le scale su cui si muovono i musicisti indiani. C’è poi Sanjay Kansa Banik, musicista di tabla che vive a Roma da dieci anni ma è anche lui di Calcutta. A questo progetto ha poi collaborato un ospite eccezionale che è Mario Marzi. Non appartiene al mondo jazzistico ma al mondo classico, ed è un sassofonista eccezionale che ha collaborato con i più grandi direttori d’orchestra al mondo, ed è solista in orchestre di livello mondiale. Mi interessava collocarlo in questo progetto jazzistico, perché mi interessava introdurre anche una linea melodica che potesse essere di stile classico contemporaneo. Marzi improvvisa in maniera classica contemporanea, e mi interessava questo connubio per creare ancora di più questa unione tra la musica classica indiana e musica occidentale, jazz in particolare. Il jazz perché poi c’è Paolo Innarella che è un flautista jazz eccezionale, uno dei più grandi in Italia. Innarella suona il bansuri divinamente, dall’età di 14 anni, era un grande appassionato di musica indiana: io lo conoscevo da tempo e l’ho scelto per questo motivo. C’è Marco de Tilla, contrabbassista jazz, anche lui  un mio collaboratore da tanti anni, bravissimo contrabbassista jazz e compositore. E poi ci sono io al pianoforte.

Questa contaminazione di stili musicali, ma anche di culture, ha avuto due sigilli istituzionali, quasi a voler confermare l’importanza di questa unione culturale.

Sì, infatti. Il progetto è nato un anno fa e ha avuto l’onore di aprire le celebrazioni del 70esimo anno dei rapporti bilaterali tra italia e India. Abbiamo aperto le celebrazioni il 3 febbraio a Calcutta, poi siamo stati a New Dehli e a Bangalore, ed è stata una bellissima esperienza, un viaggio di quindici giorni con tutta la band in India! E non c’era luogo migliore per aprire questa strada e per dare l’inizio a questo progetto. Andando in viaggio, in tournée si rafforza anche il rapporto di amicizia, ed è stato molto interessante anche confrontarsi con i musicisti indiani “a casa loro”. Questo ha rafforzato non solo il rapporto musicale, perché la musica è lo specchio di quello che ci circonda ed è espressione artistica ai massimi livelli, e proprio questo ho voluto sottolineare nel mio progetto.

Si tratta di un album musicale che si rivolge prevalentemente a chi la musica la conosce realmente e l’apprezza, e non è rivolto di certo ad un pubblico generalista.

Sì, però devo anche precisare che la musica è un linguaggio universale, e la possono ascoltare tutti, basta un po’ di attenzione e pazienza per cogliere alcune sfumature. Per esempio nella musica indiana, al cui linguaggio noi non siamo abituati, ci sono moltissime sfumature, che noi forse in Occidente abbiamo perso. Questo disco sottolinea queste differenze.

La sua speranza è anche che questo album possa risvegliare un interesse verso le culture orientali a prescindere dall’ambito prettamente musicale.

Si, perché come dicevo, noi in Occidente abbiamo perso molte sfumature. Quando, ad esempio, ho chiesto a Rohan “ma il tuo maestro chi è stato?”,lui ha risposto: “Il mio guru”. Questa cosa è interessante: il maestro musicale è visto come maestro di vita e questo è bellissimo, perché anticamente era così anche da noi e ultimamente si è persa questa idea, che il maestro musicale sia anche maestro di vita. La dice tutta anche sulla situazione musicale, per lo meno in Italia, forse in altri Paesi è un po’ diverso.

 

Elisabetta Riboldi
Nata il 15 luglio 1992, ho seguito il tipico cursus honorum della letterata milanese: diploma al liceo classico G. Berchet, laurea triennale in Lettere Moderne e magistrale in Filologia Romanza presso l'Università degli Studi di Milano. Fervente appassionata di tutte le arti, curioso nelle librerie, alle mostre, nei musei; per quasi dieci anni ho seguito corsi di teatro e, in seguito, di danza ottocentesca. Ma quella stessa curiosità che mi porta a indagare l'arte e la storia mi àncora fortemente all'attualità, di cui cerco di indagare processi e retroscena.