Lodovica San Guedoro racconta “Le memorie di una gatta”: “Un libro che nasce dall’amore e dalla nostalgia”

Un'intervista a Lodovica San Guedoro, autrice del libro "Le memorie di una gatta", edito per Felix Krull Editore

Un'intervista a Lodovica San Guedoro, autrice del libro "Le memorie di una gatta"
Clicca qui per ascoltare l'articolo

E fu così, cari lettori, che una micia campagnola si fece cittadina”. Così si conclude il libro “Le memorie di una gatta” di Lodovica San Guedoro, edito da Felix Krull Editore. Un libro in cui a narrare in modo scanzonato e disincantato il mondo umano è una gatta, e raccontando la propria storia la intreccia con quella della sua padroncina, alle prese con le vicende di pubblicazione del suo libro d’esordio.
Il tutto narrato con grande garbo e con quella coloritura profondamente femminile che accomuna fin dalle prime pagine l’autrice narrata e l’autrice narrante”, scrive Pietro Gibellini nella proposta di candidatura del libro al Premio Strega 2019.

Lodovica San Guedoro

A raccontare “Le memorie di una gatta” è proprio la sua autrice, Lodovica San Guedoro,
scrittrice di origini siciliane, che si è affermata soprattutto in Germania, dove gli editori hanno fatto a gara per i suoi romanzi, a differenza di quanto avvenuto in Italia. Lodovica san Guedoro ha raccontato il libro e se stessa in un’intervista esclusiva a CiSiamo.info.

Come si è avvicinata alla scrittura?

Avevo sempre letto, avevo letto e sognato fin dalla più tenera età. Avevo anche molto osservato e contemplato, benché anche tanto giocato. A un certo punto tutta quella deliziosa passività, tutti quei mondi assorbiti, accarezzati, quelle eteree fantasie vagheggiate avevano tanto riempito il vaso della mia interiorità da traboccare: da passiva fruitrice della parola e del silenzio, divenni del tutto spontaneamente attiva creatrice delle parole e adoratrice del silenzio. Il silenzio  è la condizione fondamentale da cui si genera ogni forma d’Arte. Però non fu estranea al sorgere della mia vocazione la delusione inflittami dal mondo, o esperienza morale: per legge biologica, pressoché tutti gli scrittori hanno scoperto la loro vocazione a ridosso dei vent’anni, dopo essere stati profondamente traditi dalla realtà e aver visto con orrore e disperazione quale abietto caos sia la convivenza umana.

Come definirebbe il suo stile?

Romanziera, drammaturga ed esteta, il mio stile è molto vario, muta con il genere del momento, è quello che un determinato contenuto esige per erompere alla luce.  Ma la varietà delle forme non è che la metamorfosi giocosa di una stessa universale onda poetica. La poesia è la cosa che mi è più cara di tutte, anche nella vita, e se non c’è, la invento. Dal romanzo d’avventura alla commedia, dal dramma al romanzo giallo, dal romanzo epistolare al racconto, dall’atto unico al romanzo di formazione, tutte le mie opere, pur ancorate nel presente, paiono misteriosamente appartenere ad un’altra epoca della scrittura, ha scritto qualcuno.

Ci può parlare della sua esperienza nel mondo dell’editoria italiana e in quella estera?

Cito da “L’ultima estate di Teresa Tellez”:
Giorno dopo giorno, per sette infiniti anni, Teresa, prima di fuggire in Germania, aveva sperato e disperato di trovare nella cassetta della posta una lettera decisiva, una lettera che facesse balzare il suo cuore e svincolasse dai suoi polmoni un grido liberatorio: ma nessun editore italiano, grande o piccolo, del Nord o del Sud, era stato in grado di scriverla, nessuna delle loro ipocrite e inconcludenti lettere, di quelle lettere che sordamente si affastellavano l’una sull’altra, era andata mai al di là di vacui giudizi lusinghieri, per lei altrettante subdole lame. Una via pulita e diretta, o anche una via con ostacoli e deviazioni, ma logica e percorribile fino alla meta, senza protezioni, senza appartenenze a corti, senza corruzione del midollo nella politica, con le proprie sole forze e il vanto di un reale talento, magari sostenuto dalle ali della fortuna, in Italia, non era neanche lontanamente prevista.


A soli tre mesi dal mio espatrio, tre case editrici tedesche richiesero l’opzione per “Incitazione a delinquere”, un giallo letterario che avevo pubblicato in proprio. In conclusione: sette anni contro tre mesi. La storia è trattata in contrappunto a quella di Muzzi ne “Le memorie di una gatta”, il romanzo che è stato candidato allo Strega di quest’anno e puntualmente escluso dalla dodicina. Come si vede, è una storia senza fine… Nel 2016 successe la tessa cosa con “L’allegro manicomio” e nel 2017 con “Pastor che a notte ombrosa nel bosco si perdé…”, presentato da Dacia Maraini e Maria Rosa Cutrufelli.

“Memorie di una gatta”, come nasce il libro?

Mio Dio! dall’amore e dalla nostalgia per una lontana epoca della mia vita, per la Toscana e la felicità che mi aveva dato, ma anche dal bisogno di pareggiare i conti con chi quella felicità aveva tentato di togliermela…

Quali riflessioni sono sottese alla narrazione?

Le riflessioni, come le ossevazioni, sono infinite e non si lasciano rinchiudere in uno schema teorico, ma seguono l’andamento dei variegati fili della vita… A scrivere la storia è un gatto, l’aderenza alla vita è quindi programmata, come l’irriverenza, la scansonatezza, l’astuzia e la dissimulazione. E la vita è capricciosa e imprevedibile. Nell’incipit questa gatta mette in chiaro: “Mi sono messa a scrivere senza sapere nemmeno io perché, e ora invece – guarda un po’ – mi è venuta voglia di stendere proprio le mie memorie. Ma l’ho appena ammesso, che, ratto, mi coglie lo sgomento: ci sarà poi qualcuno che vorrà leggerle? L’autore sarebbe nient’altro che un gatto … Bah, io intanto le scrivo … Presa questa decisione, la prima cosa da fare adesso è trovare un titolo al futuro libro …”

“Vita e opinioni di Milly Mully, gentilgatta, mi piacerebbe assai, solletica la mia vanità. Perché metterebbe subito in chiaro che sono di nobili origini, e la cosa non mancherebbe di incuriosire. Ma forse, con un titolo siffatto, m’inimicherei subito i borghesi e susciterei il rancore dei proletari. Mi sa che è meglio un titolo neutro. Mi sa, anzi, che questo libro lo intitolerò del tutto semplicemente Le memorie di una gatta”.

“Ma non sarà un titolo troppo semplice?
Nei giorni passati, ho dato un’occhiata ai libri che affollavano le vetrine di una libreria piuttosto rinomata: avevano titoli raffinatissimi!
Non so come facciano a sprizzare fuori da certe teste. Dove li vanno a scovare? Io per me, col mio, temo di sfigurare.
Per oggi, comunque, credo di aver fatto abbastanza. Sarà domani il gran giorno, domani darò inizio all’opera vera e propria.”

Quale è stato il momento più difficile nell’iter di stesura e poi pubblicazione del libro?

Nessuna difficoltà, ma solo abbandono e gioia, nella stesura. Nella pubblicazione nessun problema, perché tutte le mie opere vengono pubblicate da una casa editrice d’oltralpe, Felix Krull Editore, fondata a Monaco di Baviera nel 2006. Le difficoltà sono nate dopo, con la partecipazione allo Strega. Perché il libro, sebbene fosse stato candidato dall’italianista e linguista Pietro Gibellini, è stato scartato da un Comitato ignaro del suo contenuto. Com’è possibile leggere in dieci giorni cinquantasette titoli? Quei signori intanto se ne erano fatti spedire dodici copie gratuite, poverini! Un’altra cosa difficile è ottenere la meritata attenzione dalla stampa: le recensioni, a volte molto pregevoli, tutte appassionate e piene di simpatia, sono finora venute solo in rete. Quelle promesse da Corriere della sera, Stampa, Repubblica, Messaggero, Mattino non si sono ancora viste. Queste lungaggini orientali sono ammorbanti, sembrano fatte a posta per stroncare sul nascere ogni voglia di scrivere… Ci vuole tanto per riconoscere che un libro vale e adeguatamente onorarlo?!

Qual è il punto di forza di questo romanzo?

Io ho già detto abbastanza scrivendolo. Lascio perciò la parola a Cinzia Baldini, che l’ha recensito per Art-litteram:
Una mossa astutissima, un ribaltamento di vedute riuscito alla perfezione, una trasformazione camaleontica nella quale le emozioni umane della San Guedoro assorbite e “felinizzate” da Muzzi arrivano al lettore con una dirompente incisività. Nell’excursus semplice e avvincente della trama, c’è tutta la forza del romanzo: dalla rievocazione allegra, triste e a volte ironica delle tappe fondamentali dell’esistenza dell’una che sono, poi, le medesime dell’altra, dalla sonnacchiosa campagna Toscana, dalle sue valli e colline, dai boschi, dai mille e mille filari di vite, alle città rumorose e indifferenti, dall’abbandono forzato al ritorno agognato, dall’elaborazione del lutto alla ricerca di nuove motivazioni esistenziali fino alla nascita della casa editrice Felix Krull. Attenzione a non farvi fuorviare perché Muzzi è e resta l’antitesi delle opere di Esopo e di Fedro perché fino alla fine del volume manterrà sempre la sua felinità, niente e nulla riusciranno ad umanizzarla, per sua fortuna!”

Elisabetta Riboldi
Nata il 15 luglio 1992, ho seguito il tipico cursus honorum della letterata milanese: diploma al liceo classico G. Berchet, laurea triennale in Lettere Moderne e magistrale in Filologia Romanza presso l'Università degli Studi di Milano. Fervente appassionata di tutte le arti, curioso nelle librerie, alle mostre, nei musei; per quasi dieci anni ho seguito corsi di teatro e, in seguito, di danza ottocentesca. Ma quella stessa curiosità che mi porta a indagare l'arte e la storia mi àncora fortemente all'attualità, di cui cerco di indagare processi e retroscena.