Tolo Tolo: Checco Zalone è l’eroe di cui abbiamo bisogno

Checco Zalone sì, Checco Zalone forse (perché parlar male della gallina dalle uova d’oro del cinema d’italiano non si fa, al massimo si dice che l’ultimo film è il meno meglio). Mentre lui batte tutti i (suoi) record, esordendo con 8,6 milioni di euro e spicci, ben oltre il primo giorno di Quo Vado, e avendo poi incassato quasi 5 il secondo giorno e quasi 4,6 il terzo (sì, stasera supererà e di tanto i 20 complessivi), il paese parla di questo film che ha disorientato il suo pubblico quanto gli addetti ai lavori. Perché fa meno ridere, essendo un family movie che però cerca un chiaro messaggio politico, ma è uno schiaffo in piena faccia a tutti, dai sovranisti ai radical chic. E al di là del valore cinematografico di questo film – lui sembra leggermente più sciatto nella recitazione d’appoggio alla gag comiche, la regia è interessante nelle soluzioni visive ma macchinosa nella progressione narrativa (cerca sempre la verticalità della battuta, della situazione, sacrificando l’orizzontalità del racconto) -, questo film apre una riflessione profonda. Mentre Bellocchio e Amelio guardano al passato, ai Buscetta e ai Craxi, mentre Sorrentino e Garrone si rifugiano nella fantasia (i papi dell’Oscar, comunque almeno con un occhio alla realtà, e addirittura Pinocchio), sono i comici di massa, quelli che andavano in sala per far cadere il pubblico dalle poltrone, a tentare di parlare dell’attualità, di prendere una posizione coraggiosa e difficile su temi sensibili come la migrazione.

Tolo Tolo: Checco Zalone è l’eroe di cui abbiamo bisogno

La parte iniziale de il Primo Natale di Ficarra e Picone, con quell’orda di rifugiati e migranti clandestini – come altri potremmo chiamarli? – che si muove con al suo interno Maria, Giuseppe e il nascituro Gesù – è un potentissimo sguardo sul presente, sulla nostra insensibilità, sulla disperazione di interi popoli e sull’insensatezza dell’odio razziale e del sovranismo.

Checco Zalone addirittura gli dedica un film intero, mettendo il suo Alberto Sordi che in realtà, come ha notato in un tweet lo speaker radiofonico Giordano Giusti, altri non è che Homer Simpson, al servizio di un on the road nel deserto, di un viaggio della speranza di un bianco che non vuole tornare in Italia, per ragioni fiscali, familiari e umane (non lo ammetterà mai con se stesso, ma in Africa ha trovato sentimenti veri che il suo cinismo non riesce a demolire).

Zalone non fa ridere meno, come molti dicono solo perché non ti tieni la pancia dalle risate mentre guardi Tolo Tolo, fa ridere meglio. E sì, rischia anche di perdere qualche elemento del suo pubblico – ma i risultati ci dicono il contrario – infastidito dall’essere messo in crisi da quelle felpe verdi con su scritto “Spinazzola”, da quelle navi ferme in mezzo al mare e quelle immagini di dolore così lontane da un film comico, dal sovranismo messo in ridicolo da canzoni e battute, dopo il trollaggio della canzone “Immigrato” (cover nascosta de L’italiano di Cotugno, geniale quanto Reitano usato come inno della nuova Italia all black, momento di cinema meraviglioso) che ha fatto scrivere fiumi d’inchiostro a intellettuali, benpensanti e leoni da tastiera per poi regalare un film politico, che racconta le migrazioni con un coraggio straordinario e non si ferma davanti a nessuno. Non è paternalistico verso gli africani – capaci di essere stronzi (scusate il francesismo, ma rende l’idea) come gli occidentali, altro che mito del buon selvaggio – e si scatena contro il sovranismo d’accatto fatto di slogan e vestiario di dubbio gusto ma anche, con il fotografo Alexandre che ci regala perle come “ne ho conosciuti di poveri, ma mai come quelli che hanno i soldi”, i radical chic che si riempiono la bocca e le tasche parlando del dolore altrui, addirittura strumentalizzandolo, senza fare nulla per lenirlo.

Quello di Tolo Tolo è uno Zalone maturo, lo capisci dal cosceneggiatore Paolo Virzì che gli ha portato l’idea ed evidentemente, da grande scrittore per il cinema, non invade l’opera ma si mette al servizio del personaggio, riempendolo di contenuti e regalando un paio di svolte narrative notevoli. Lo intuisci da quelle quattro-cinque battute indimenticabili – la più raffinata un “grazie Haftar” da antologia – che ci ripeteremo nei falò estivi e pone gli spettatori nella condizione difficile e affascinante di mettersi in discussione. Lo capisci in sala – sì, perché Checco non va visto in proiezione stampa, ma come i cinepanettoni lo devi toccare con mano dentro un multisala di un centro commerciale – in cui le risate cambiano di fila in fila, in cui tutti si immedesimano troppo per non provare imbarazzo alla fine in un twist che non è solo di sceneggiatura, ma emotivo e antropologico.

Un’unica avvertenza, però: quando i protagonisti arrivano a Trieste e il piccolo coprotagonista abbraccia un pittore di talento, uscite dalla sala. Il finale, che da una parte sceglie la soluzione di Perfetti sconosciuti e dall’altra si affida a un’animazione improbabile (sembra La gabbianella e il gatto rifatta sotto acidi), è il delirio di onnipotenza, anche giustificato, di uno che ormai sbancherebbe anche col filmino della prima comunione del nipote. L’unico vero scivolone del lungometraggio.

Tolo Tolo non verrà capito a pieno ma segna un cambiamento e un’evoluzione nella cinematografia di Checco Zalone (che però, urgentemente, deve trovare un regista che lo capisca a pieno e che si affianchi al ticket con Virzì, molto efficace) e che potenzialmente non ha confini: Alessandro De Simone, direttore del sito The Cinema Show e che (10 mesi fa!) prevedeva in un decennio il suo arrivo agli Oscar, in una parabola simile a quella di Benigni. Scenario ardito ma affatto improbabile, di sicuro Checco saprebbe fare un La vita è bella migliore.

Un’evoluzione perfettamente coerente a ciò che è stato ed è: Cado dalle nubi ridicolizzava l’omofobia, Che bella giornata l’islamofobia e la paranoia sicurtaria, Sole a Catinelle la piccola e meschina borghesia, Quo Vado la casta e il moralismo, ora è il turno del razzismo e del sovranismo. Mentre noi ridevamo e riempivamo le sale, insomma, nasceva un autore che in questi anni ha detto molto di più e molto più coraggiosamente di tanti altri suoi celebrati e premiati colleghi. Prodotto da quel “cattivone” di Pietro Valsecchi, uno che ha costruito progetti legati ad eroi civili e all’antimafia, ma preferiamo etichettarlo come una macchina da soldi cinica e bara, solo perché ha scoperto tanti fenomeni decisamente redditizi nella commedia.

Checco Zalone forse non ha fatto il suo miglior film, ma è l’eroe di cui avevamo bisogno.


Redazione CiSiamo
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