Call of Duty: Modern Warfare è come un film d’azione, ma meglio

Oggi quei film non ci sono più, il panorama è cambiato, la politica è cambiata, i gusti sono cambiati, si fanno sempre film d’azione, ma sono differenti

Ultimamente capita spesso di sentire lamentele del tipo “via la politica dai film/videogiochi/quello che sto guardando ora” quando un’opera anche sfacciatamente pop e pensata per il grande pubblico cerca di affrontare i soliti temi ma in maniera più sfumata, magari cercando di offrire una narrazione meno stereotipata. Come fase è abbastanza folle perché la cultura contemporanea e popolare è da sempre anche una cultura politica, solo che prima ci facevamo meno caso perché parlava a spettatori che si rivedevano in quel messaggio e si preoccupavano solo di divertirsi.
h
Se guardiamo i principali action movie degli anni ’80 sono tutti opere politice: Rambo è politico, Rocky è politico, Commando è politico e in generale ci sarà un motivo se i film di quel periodo rientrano sotto la definizione di “edonismo reaganiano”: sono tutto opere che esprimono la potenza e il coraggio di un’America che doveva mostrare alla Russia ciò che sapeva fare e si apprestava a diventare lo sceriffo del mondo.

Oggi quei film non ci sono più, il panorama è cambiato, la politica è cambiata, i gusti sono cambiati, si fanno sempre film d’azione, ma sono differenti, molto più carichi di sfumature e zone di grigio. Da questo arrivano le lamentele. Fino a poco tempo fa i videogiochi, che ancora stavano cercando la loro strada e non erano visivamente abbastanza realistici, erano tutto sommato immuni da questo tipo di rimostranze. Oggi però la situazione è cambiata e anche un gioco tutto sommato innocuo può offrire spunti di riflessione.

Perché vi sto dicendo questo? Perché anche i videogiochi sono politica e specchio di chi li produce, soprattutto quando vengono affrontati contesti realistici. Sotto questo punto di vista l’ultimo Call of Duty: Modern Warfare è meglio della maggior parte dei film d’azione che vedete in giro e ha un approccio narrativo decisamente più maturo, interessante e realistico, e, ovviamente, politico.

La storia è quella di un carico di gas che gli americani cercano di non far arrivare nelle mani di un generale russo con manie di grandezza e che sta imperversando in una regione fittizia chiamata Urizkstan, che ricorda tanto il Kurdistan, in cui una guerrigliera di nome Farah cerca di rovesciare la dominazione russa. Poi c’è un gruppo terroristico chiamato Al-Qatala e comandato da un vecchio guerrigliero chiamato Il Lupo che organizza un massacro a Piccadilly Circus. E infine ci siete voi, ovvero le forze militari degli Stati Uniti, che cercano di barcamenarsi in questo casino, cercando di eliminare le possibili minacce, barcamenandosi tra alleati e tradimenti.

Con un contesto così ci sono molti modi di poter raccontare una storia e gli sviluppatori hanno scelto di non nascondersi dietro a un dito. Visivamente l’ispirazione sono sempre i telegiornali e i filmati dei corpi speciali e ovviamente ci sono un sacco di momenti spettacolari in lanciamo assalti eroici e comandiamo droni in grado di aprirci la via con missili chirurgici ma questo Modern Warfare è forse uno dei sparatutto bellici recenti che prova in qualche modo a mostrarti cosa succede fuori dalle nostre mura dorate e quanto è difficile muoversi in determinati contesti.

Ecco dunque la missione a Piccadilly Circus in cui dobbiamo evitare che i kamikaze si facciano saltare mentre attorno a noi la gente scappa e i poliziotti muoiono come mosche, una missione notturna che ricorda molto i filmati della cattura di Bin Laden ma soprattutto c’è una missione ambientata vent’anni fa che ci mostra l’infanzia di Farah, il bombardamento che l’ha quasi uccisa, la morte del padre il trauma di dover uccidere per sopravvivere e infine anche le torture subite in età adulta. Di fronte a noi si apparecchia uno scenario in cui terroristi, forze ribelli e russi si odiano a vicenda e bisogna capire da che parte stare.

Certo, rispetto alla realtà qua non ci sono situazioni come quella di Trump che decide di fare dietrofront e lasciare i curdi al loro destino (è pur sempre una produzione americana eh?) e un evento come quello della Autostrada della Morte accaduto in Iraq viene spostato e riscritto puntando il dito sui russi, ma a parte questo era dai tempi di Spec Ops: The Line, forse il gioco di guerra più angosciante e meglio scritto di sempre, che il giocatore non veniva messo di fronte alle schifezze, i retroscena e i compromessi che si muovono dietro le quinte dei teatri di guerra.

Magari la maggior parte dei giocatori si limiterà a sparacchiare nella modalità single player per poi lanciarsi velocemente nel multiplayer (che è spettacolare, fidatevi) ma se anche soltanto una minima parte dei giocatori proverà a informarsi, capire e riflettere su ciò che ha ispirato il gioco, allora ne sarà valsa la pena. Se proprio non ci volete giocare, ecco un video con tutti i momenti più forti.

Chissà, magari un giorno vedremo una produzione di questo livello che ci metterà nei panni di qualcuno che normalmente odieremmo, che accusiamo di invadere i nostri confini per sostituirci a noi, magari un giorno qualcuno farà un gioco su chi scappa dalla Libia e inserirà il tutto in un contesto pop. Ancora non ci siamo, ma magari un giorno un ragazzo rispetterà un suo coetaneo che arriva da un’altra parte del mondo perché ha provato in maniera simulata ciò che potrebbe essergli capitato.

Se vi piace semplicemente far saltare le cose in un videogioco vi divertirete comunque, ovviamente, ma se una volta posato il pad vi verrà voglia di pensarci su scoprirete che anche Call of Duty può avere più livelli di lettura, figuriamoci titoli più complessi, stratificati e narrativi. Il fatto che il gioco sia bandito in Russia poi non fa altro che dimostrare, ancora una volta, che i videogiochi fanno parte della nostra società, la influenzano e ne vengono influenzati, oltre ad offrire a tutti la possibilità di capire quanto sia dura strisciare tra i cadaveri dei tuoi compaesani durante un rastrellamento.

Avatar
Classe 1981, nasce con l’Atari in mano, grazie a un padre che prima ancora di svezzarlo lo introduce a Star Wars, al rock e a tutto ciò che poteva essere nuovo, tecnologico e fantastico. Dopo una laurea in Media e Giornalismo, nel 2007 decide di diventare scrittore, storyteller e divulgatore, esperto in cultura pop, tecnologia, gadget e videogiochi. Collabora con Wired, Vice, Multiplayer.it, Corriere della Sera, La Stampa, Wired, PlayStation Magazine Ufficiale, CiSiamo.info e cura un blog dedicato alla cultura nerd (n3rdcore.it).