Tutto il mio folle amore di Gabriele Salvatores: critici, accattatev’ n’emozione

La recensione della pellicola cinematografica "Tutto il mio folle amore" sotto la regia di Gabriele Salvatores attualmente in sala.

Tutto il mio folle amore, la recensione
Tutto il mio folle amore, la recensione

Proiezioni pubbliche. Gente in piedi, occhi lucidi, capannelli di persone che ne parlano. Abbracci a regista e attori, se ci sono, di quelli che non chiedono selfie, ma sono solo il sintomo della partecipazione di chi vuole ringraziare di aver ricevuto un po’ di bellezza, empatia, sentimenti, emozioni.

Proiezioni per gli addetti ai lavori. Freddezza, sopracciglia inarcate che neanche Carlo Ancelotti, scetticismo, battute livorose a mezza bocca e poi sui social un fiume di insulti.
Capita più spesso di quanto vorremmo ammettere, questa divaricazione di reazioni e sensazioni tra pubblico e critica, tra chi al cinema paga e chi viene invitato alle anteprime. Ci sta, sia chiaro. Non sarà da queste righe che partirà una tirata populista contro la casta dei recensori – ne faccio parte, e vi assicuro che manca alla categoria sia la considerazione pubblica che gli stipendi per essere definita tale -, perché per molti versi è giusto che sia così.

I giudizi sulla pellicola

Che ci sia un gusto popolare, non necessariamente raffinato, capace di partire dalla pancia e vi sia poi un’analisi approfondita da quella che dovrebbe essere – ma, ahinoi, lo è raramente – un’avanguardia intellettuale che aiuti l’arte di riferimento a migliorarsi, o almeno a mettersi in discussione. Servono entrambi, spettatori e critici o studiosi, ma ormai troppo spesso viaggiano senza neanche guardarsi, senza pensare l’uno all’altro. Quasi nessuno legge prima le recensioni – preferisce scriverle da solo su facebook o farsi guidare da un algoritmo -, per paura degli spoiler e perché sostanzialmente privo di ogni fiducia verso chi le scrive.

Così poi si sedimentano pregiudizi – “non guardo cinema italiano”, “la solita americanata”, “questo è un film da festival” – grotteschi e infantili quanto chi li pronuncia. Dall’altra parte chi scrive, lo fa per i colleghi, i registi, i produttori, gli iniziati di un piccolo circolo di illuminati o presunti tali. Sono pochi, pochissimi – alcuni li considero dei maestri tuttora – che agiscono diversamente e che provano, nel vocabolario come nel guardare i film, a pensare anche al pubblico (e lo stesso discorso, tutto, vale pure per i registi). In quei casi cuore, cervello, pancia si uniscono e la penna risulta felice nel descrivere, analizzare, persino stroncare se necessario.

Tutto il mio folle amore, la recensione

C’è però un genere popolare, il melodramma, per di più familiare, che allontana le due categorie. Penso a Fortunata di Sergio Castellitto, a Il Vizio della Speranza di Edoardo De Angelis e adesso, all’appena uscito Tutto il mio folle amore di Gabriele Salvatores. Nomi non casuali, perché sono gli unici cineasti capaci di tenere un piede nel cinema d’autore e uno in quello del racconto pop – come Paolo Sorrentino, ma l’Oscar lo mette al riparo dall’astio pavido di molti, ma non di tutti – , autori sensibili alle emozioni del pubblico quanto a una grammatica cinematografica forte, d’impatto, a volte muscolare, ma sempre di alto livello.

Lì avviene il cortocircuito: i critici, per quei dolly troppo robusti, per i primi piani, per presunti overacting, a volte anche solo per trucco e parrucco dei protagonisti si indignano, si mettono le mani nei capelli, urlano alla luna. E pensare che magari hanno incensato lungometraggi, girati decenni prima, ben più carichi emotivamente e a livello d’interpretazione, e chiamano capolavori opere ben più ricattatorie e maestri chi prende a pugni il cinefilo con una retorica espressiva ben più evidente.

La visione dei critici

Sembra quasi che critici e affini abbiano paura di emozionarsi, di essere scossi, di sospendere la propria credulità chiedendo l’alibi della verosimiglianza (ma il cinema è finzione), di farsi davvero portare altrove. Però chi scrive ama il cinema perché vuole, desidera, pretende di farsi schiaffeggiare da un film, di piangere e ridere senza pudore, di farsi spiazzare e disorientare da un’opera, di avere il magone alla fine o di aver riso senza ritegno durante.

Critici che magari tutto questo l’accettano dalle serie televisive, per dire. Critici, addetti ai lavori che fanno fatica ad accattarsi un’emozione, che etichettano come buonista e ingenuo un film che li costringe ad aprire troppo le porte del cuore.
Fosse per me, vicino alle stellette, ai voti, a qualsiasi tipo di disegnino a corredo di una recensione, metterei i pugnetti.

La forza della storia

Sì, avete letto bene, i pugnetti. Perché ci sono dei film, pochi purtroppo ma ci sono, che mi emozionano a tal punto da condurmi con loro altrove, di mettere me, addetto ai lavori, seduto in pizzo alla poltrona, costretto ad asciugarmi una lacrima di troppo. E mentre penso “eh, però qui la scrittura inciampa, quest’inquadratura è troppo”, scopro che una mano è aggrappata al bracciolo e l’altra è stretta a pugno. Sì, sto facendo il pugnetto, come il bambino troppo arrabbiato o felice, troppo triste o indispettito.

Quel pugnetto mi dice che al di là di ogni difetto, il regista e la sua visione mi hanno strappato via e portato con loro, che il mio metro di giudizio deve cambiare, adattarsi a questa evidenza, a questo terremoto emotivo. Uno, due, tre pugnetti, a seconda di quanto un’opera cinematografica ti lascia lucido oppure ti sconvolge. Ecco, Tutto il mio folle amore ne meriterebbe cinque di pugnetti, il massimo.

Perché Gabriele Salvatores, in tutti i generi che ha abitato e percorso, ha sempre messo quell’innata capacità narrativa di chi racconta storie in cui crede, che sente dentro. Di chi, il pugnetto lo fa quando le legge o le pensa. La sua urgenza di comunicare la senti in ogni fotogramma, scena e sequenza, la potenza della storia, nelle sue mani, la intuisci dagli attori, di solito mai tanto bravi come con lui. Perché è un cineasta che ti contagia, faccia parte tu del cast o del pubblico.

Ispirata a un libro

La storia di Franco e Andrea Antonello, raccontata nel libro “Se ti abbraccio non aver paura”, qui viene modellata, ricostruita, riadattata nello spirito ma radicalmente modificata nei ritmi, negli avvenimenti, persino negli equilibri emotivi e ovviamente nelle location (gli USA sulla pagina scritta, Slovenia e soprattutto Croazia qui). E’ una miccia quel libro per un’opera in cui un ragazzo autistico, Vincent, vuole conquistare il suo destino, capire chi è. Scappa con il padre naturale, nascondendosi nel suo minivan, perché è stanco di essere protetto e forse persino sopportato. Scappa per ritrovarsi, ma chi lo seguirà, gli adulti, scopriranno di essere loro ad aver bisogno di cambiare, di completarsi, di trovare il coraggio di vivere davvero, accettando le proprie fragilità.

Tutto il mio folle amore, il cast

Il padre naturale, che lo ha abbandonato ancora in grembo, un Claudio Santamaria da urlo (da L’ultimo bacio a Diaz, passando per Lo chiamavano Jeeg Robot, è un attore così bravo ed eclettico che spesso lo dimentichiamo, quando c’è da fare la lista dei migliori), che canta Modugno con sorprendente (ma non troppo, ricordate Rino Gaetano) talento e dà corpo, sguardo, sorrisi e imperfezioni al suo Willy, anzi Willypoi; il padre adottivo, un Diego Abatantuono che da anni non era così misurato, emozionante, curato nell’interpretazione; la madre, la solita Valeria Golino, capace di toccare tutte le nostre imperfezioni, paure, (in)dolenti abissi, con la naturalezza di chi vive, sente, soffre.

Il regista Gabriele Salvatores

Salvatores va oltre quella sua capacità di creare una sinfonia audiovisiva, quel suo bilanciare musica, diegetica e non (su tutte la splendida Starry, Starry Night, che troviamo anche nel film su Van Gogh, Loving Vincent e sembra più che una citazione, una dedica) e parole, immagini e suggestioni, fermate obbligatorie e viaggi scalcagnati, perché è bravo in tutti i generi, ma nell’on the road ci mette la sua magia, nell’avere un punto di partenza e un punto d’arrivo, sempre sbagliato, ovviamente, come gli appuntamenti che dà Willy alle spasimanti troppo entusiaste, senti il campione vero, il premio Oscar, la statuetta che ha usato come grimaldello per poter fare sempre il film che voleva e non quello che doveva. Qualcosa che senti qui e senti sempre, con lui, e da lì forse nasce l’onestà intellettuale, emotiva, narrativa che sa trascinarti sempre.

Ci scava dentro, ci fa sentire la strada sotto quella moto, la terra sotto i piedi che corrono di Vincent, un Giulio Pranno da David di Donatello (se non glielo fanno vincere mi incateno all’Accademia), ben più bravo di tanti altri colleghi a raccontare, incarnare una disabilità indefinita come la sindrome di Asperger, mostrandocela con una mimica, uno sguardo, una bellezza fisica e dinamica, straordinarie. Per intenderci, mangia in testa anche al Rain Man di Dustin Hoffman.

Lo senti quel ragazzo, addosso, gli credi anche se non porta con sé le evidenze scientifiche della malattia, perché i malati sono tutti gli altri. Adulti, dai protagonisti ai comprimari, che hanno perso se stessi e che – come ha detto Franco Dassisti a La Rosa Purpurea su Radio 24 – hanno in Vincent il lievito che li porterà a essere finalmente chi sono. Fino a un finale tenero, inaspettato, aperto, inevitabile. Perché forse, alla fine del film protagonisti e pubblico capiranno davvero l’aforisma irresistibile di Mario, editor, che di frasi a effetto nella vita ne legge troppe e le odia tutte.

Il personaggio

Che è l’unico fino a quel momento ad aver capito tutto. Con quel naso e occhiali da pagliaccio entra nel mondo dei vivi, dei veri e sa parlare ai cuori, magari vestito da capo indiano. Mario, che ha capito tutto e non ha capito niente, nemmeno il talento di chi ha più vicino. Mario sa di non sapere, ma sa che vuole fidarsi. Dell’amore, degli altri, della vita. Come Vincent. E non a caso loro due sono gli unici a capirsi davvero. Mario ce lo dice a metà film, ma noi lo capiamo solo alla fine: “la felicità non è un diritto, è un colpo di culo”. E a volte essere felici è solo, semplicemente vedere dormire sereno, felice un figlio. O guardare un film, senza aver paura di piangere, ridere, stringere i pugni. Anzi, i pugnetti.

Boris Sollazzo
Conduttore di Radio Rock, co-conduttore de La Rosa Purpurea di Radio24, contributor per Rolling Stone, Ciak e qualcos'altro. Amo il Napoli, ma sono romano. Sulle pagine di CiSiamo racconterò il cinema come non lo avete mai letto con la mia rubrica Sollazzo Dixit.