Joker, nulla sarà più lo stesso

Joker
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C’è un luogo in cui la critica cinematografica muore dopo una lunga agonia. Quel luogo è il grande festival e, in particolare e soprattutto per i critici italiani, la Mostra Internazionale dell’Arte Cinematografica di Venezia.

La storia di Joker

Per questo il povero precario che si è stancato (sì, l’estensore di questo articolo, per chi se lo stia chiedendo) di dormire in 8 in 37 metri quadri male ammobiliati per tornare a casa più povero di quando era partito, è stato costretto a vedere Joker in condizioni ideali. Dentro una sala in cui lo vedranno tutte le altre persone comuni, con le stesse dotazioni tecniche ma, soprattutto, senza quella drammatica urgenza del nerd professionista di dimostrarsi più competente, brillante, originale e soprattutto compulsivo nel dare il proprio parere prima e meglio di chiunque altro.

Una sindrome acuita tragicamente dai social. Perché sia chiaro non è il festival che si tiene al Lido il colpevole – anzi, questa gestione Barbera (con Gosetti alle Giornate degli Autori e Nazzaro alla Settimana della Critica) è tra le migliori di sempre – ma quello strano mix di bastiancontrarismo e narcisismo intellettuale che inquina le analisi e riempie di pregiudizi le visioni. Persino prima che avvengano. In più, ne devi scrivere subito e se il film, malauguratamente (per noi, non per lui), vince un Leone d’Oro, ecco che arrivano anche le fatwa (no, un cinecomic no! Sacrilegio!) o i laudato sii degli sdoganatori professionisti “perché finalmente, un cinecomic, era ora, siamo fuori dalla serie B del cinema”, che poi ormai in quel ghetto ci si sentono solo loro.

Il significato

Nel frattempo quelle insopprimibili verità, su cui ci si è accapigliati per giorni mentre la gente comune non ha ancora visto nulla, vengono spazzate via a Toronto, dove i critici nordamericani asfaltano il Leone d’Oro che ha appena ruggito, quel Joker già lanciato verso l’Oscar. Per motivi morali, per le possibili emulazioni di quel protagonista – prima di ridere, pensate alla maschera di Guy Fawkes che prende piede in tutti i movimenti #occupy grazie a V per Vendetta -, perché da quelle parti gira una leggenda metropolitana su un massacro compiuto da chi portava la maschera di quel personaggio (la strage di Aurora, 12 persone uccise mentre guardavano Il cavaliere oscuro – Il ritorno, in sala).

In realtà entrò con una maschera antigas e altri ammennicoli, non uccise più persone solo perché tre ragazzi fecero scudo alle fidanzate con i loro corpi, uscì, lo arrestarono e dichiarò di essere Joker e per questo si era tinto i capelli di arancione. Arancione.

Il valore di un personaggio

Una paura giustificata? Forse sì. E lo dice chi ha sempre combattuto il moralismo peloso di chi accusa videogiochi, film, serie televisive di dare pessimi modelli o di spingere all’imitazione compulsiva il pubblico bue. “Si sa che la gente dà buoni consigli, se non può più dare cattivo esempio”, viene sempre in mente questo passo di Bocca di Rosa di De André ogni qualvolta senti il solone di turno stigmatizzare arte e intrattenimento per aver reso affascinante un cattivo o una pratica illegale. Eppure. Eppure con Joker non basta liquidare questa paura come paranoia, questo pensiero come censorio e moralista.

Il racconto di un’America ormai passata

Perché Joaquin Phoenix è straordinario nel disegnare il suo personaggio, che avrebbe tutto per suscitarti una perversa empatia, per entrarti sotto pelle e sedurti. Ma è così bravo da non farlo, da non darti l’alibi di amare il cattivo. Tu, spettatore, ami coreograficamente e non solo quel finale di una bellezza incendiaria, violenta, totale. Perché Todd Phillips in un cinema che il lato oscuro lo ha indagato troppo spesso con il filtro di regole molto rigide (spesso protestanti o cristiane, pensate solo a Scorsese o Ferrara quanto ne sono intrisi), esplicitate o più spesso inconsapevoli, è davvero ferocemente laico nella sua narrazione. Per lui conta il racconto, la sua coerenza profonda e la sua origin story di fatto inedita, anche se pure qui aleggia il The Killing Joke di Alan Moore, che Nolan confessò essere alla base del Joker di Ledger.

Il cinismo nichilista di Phillips è una lama affilata – lo era, ce ne rendiamo completamente conto solo adesso, anche nelle sue commedie passate e in particolare nella saga de La notte da leoni – che ci mostra un uomo che è perfetto figlio e conseguenza di una società malata, morente, decadente. L’antieroe populista e autoassolutorio che pur vivendo in un’America di quarant’anni fa sembra aderente a ciò che viviamo ora.

La figura di Joker

Allora sarebbe andata come nel film, ora, invece, Joker sarebbe a capo di un partito o persino di un paese. Oppure di una rivolta in cui la gente cannibalizza se stessa, il proprio mondo, in cui il consumismo consuma tutto e tutti, in cui distruggere è l’unica religione. E quel piccolo mondo moderno è troppo simile, pur nella sua perfetta ricostruzione d’epoca, al nostro. Guardandolo senti profondo il disagio di chi sa che nelle nostre strade quelle maschere potrebbero e forse vorrebbero moltiplicarsi in fretta.

Il valore della pellicola cinematografica

Rimane, però, profondamente ingiusto consegnare una responsabilità di questo tipo a un capolavoro. Capolavoro non nel senso di “uno dei migliori film della storia del cinema”. Intendiamoci, potrebbe esserlo e diventarlo, ma quando lo vedrete capirete che l’opera dovrà sedimentare a lungo in voi prima che riusciate a darne un giudizio completo, compiuto, non contraddittorio: è così pieno di suggestioni che merita una profonda riflessione.

È un capolavoro nel senso che mette a capo un certo modo di fare cinema e cinecomic (lo è, si inserisce nel DC Universe a gamba tesa) e soprattutto perché dopo questo Joker nulla sarà più lo stesso. Perché potrebbe rimanere un esperimento unico, soprattutto se la major che lo ha prodotto dovrà continuare a chiedere scusa insieme a un regista che ci crede, mentre lo fa, quanto Dolce&Gabbana nel messaggio ai cinesi, perché se così non dovesse essere, anche alla Marvel dovranno riscrivere la grammatica cinematografico-fumettistica di questo tipo di racconti.

L’interpretazione

Phoenix ci ha messo molto del suo: mette in gioco il suo corpo, la sua anima ferita, la sua fragilità, la sua follia, diventa simbolo e allo stesso tempo umanissimo, cura ogni dettaglio, anche quando (inevitabilmente) gigioneggia – che dovrebbe fare in fondo un pagliaccio? Che non fa ridere, poi – e seppure nella prima parte la caratterizzazione non sia perfetta, va in crescendo fino a una seconda ora sontuosa. E tutto questo con un Ledger da far dimenticare.

Phillips sceglie un’epica potente, ruba qualcosa a Quinto potere nel ritrarre l’inizio della società dello spettacolo, con un Robert De Niro monumentale nell’infilarsi negli scomodi panni di un anchorman subdolo, straordinario nel duetto con il protagonista per l’altruismo con cui si mette al suo servizio. Il resto è tutto un’Arancia Meccanica senza rete, senza Kubrick a mostrarti le contraddizioni ma un cineasta che ti obbliga a fare i conti con la parte di te che non vuoi neanche ammettere che ci sia. Phillips ci dice che il sistema siamo noi, come ce lo dice Joker: “se fossi morto io, mi avreste scavalcato”. Tecnicamente è un’opera perfetta, a livello di contenuti è incredibilmente densa e dolentissima, è la biografia definitiva di un mondo già morto, il nostro.

La nuova sfida per il cinema

Impossibile dare un giudizio univoco su Joker. Ma va visto. Perché ogni fotogramma, ogni sequenza, ogni sguardo, ogni azione, persino le parole di Wayne sr non possono lasciarci indifferenti, sono una sfida costante a chi guarda. L’arte non ha regole morali, ma noi sapremo capirla a fondo? Forse non è neanche importante, forse dobbiamo fare come quell’uomo con capelli verdi e sorriso rosso sangue: lasciarci trascinare, ballare, metterci in gioco.

Fottercene delle imperfezioni, mirare al massimo, rischiare. E vedere se davvero basta “una giornata andata storta” o anche un’intera vita andata in malora per arrivare al punto di non ritorno. Di sicuro c’è una sola cosa: Hollywood si è giocata il jolly. E ora tocca a noi ribattere. O perdere e tornare a un cinema più rassicurante.

Boris Sollazzo
Conduttore di Radio Rock, co-conduttore de La Rosa Purpurea di Radio24, contributor per Rolling Stone, Ciak e qualcos'altro. Amo il Napoli, ma sono romano. Sulle pagine di CiSiamo racconterò il cinema come non lo avete mai letto con la mia rubrica Sollazzo Dixit.