Pugni Chiusi: il documentario di Alessandro Best sul pugilato in carcere

Pugni Chiusi è un progetto sportivo, ma soprattutto di riabilitazione per i detenuti del carcere di Bollate. Alessandro Best ha realizzato un docu-film da vedere.

Forte, diretto, profondo. Come un pugno, ben assestato, che ti cambia, che ti prende e ti fa girare. Questo è il docu-film di Alessandro Best che grazie al progetto creato da Mirko Chiari e Bruno Meloni è riuscito a raccontare come lo sport possa riabilitare i detenuti del carcere milanesi di Bollate.

«Parlare di pugilato è sempre difficoltoso, parlarne in termini di crescita umana e professionale ancora peggio – racconta Mirko – soprattutto quando devi raccontare a chi non ha mai preso uno schiaffo il perché la boxe può aiutare molte persone».

Crescita, rivalsa sociale, ma anche controllo delle emozioni, degli impulsi e ancora sacrifici e forza di volontà. Sono le caratteristiche, i valori, che i detenuti hanno messo in campo prendendo parte al progetto Pugni Chiusi nel carcere di Bollate. Alcuni di loro raccontano come mentalmente siano cambiati grazie anche a questo progetto che non solo ti permette di essere uno sfogo, ma soprattutto – come racconta uno dei detenuti – ti da delle regole, ti disciplina, anche se in fondo sei tu che, in primis, ti metti alla prova.

Pugni Chiusi è l’esempio, assolutamente esportabile, di come in Italia si possa proporre un contributo vero, sincero, reale e interessante come percorso all’interno delle carceri che sempre di più devono diventare un luogo di miglioramento, un posto in cui è possibile spogliarsi per un attimo di ciò che si è stati fuori e concentrarsi su quello che si potrà essere una volta voltare le spalle al cancello d’ingresso della galera. Questo progetto è un unicum a livello nazionale ed è anche grazie a idee e percorsi formativi come questo che alcuni dei detenuti riescono non solo a perdonare se stessi e accettarsi per quanto fatto in passato, ma soprattutto riuscire a pensarsi differenti da come si era prima di varcare quella maledetta soglia.

Intervista al regista Alessandro Best

Cosa ti ha colpito del progetto?
«Mi ha colpito sicuramente la costanza con la quale i due volontari Mirko e Bruno seguano i ragazzi facendo i salti mortali per non mancare un allenamento. Praticamente si alzano al mattino presto per andare a lavorare e si ritirano a casa la sera tardi dopo aver lasciato il carcere. Ci vuole cuore e passione. Ciò che hanno saputo fare è stato sopratutto creare un gruppo coeso a dispetto delle tante differenze ideologiche, religiose e razziali dei partecipanti. Un modello d’integrazione che andrebbe esportato».

Ci sono state difficoltà?
«Se ti riferisci alla produzione del documentario, beh sì. Produrre un documentario all’interno di un istituto di correzione non è una cosa semplice. Bisogna confrontarsi con una serie di burocrazie e di gestione complessa della “macchina organizzativa” del carcere. Abituati ai normali ritmi del nostro quotidiano è difficile doversi tarare su tempistiche decisamente più lente. È tutto lento in carcere. Sopratutto le cose semplici».

Quali emozioni provavi all’uscita del carcere dopo una giornata di riprese?
«Provavo emozioni diverse ogni volta che finiva la giornata di riprese. Paradossalmente sentivo una sorta di ansia nel dover uscire e affrontare il mondo. Perché in quelle ore passate in carcere per me e per i ragazzi che erano dentro a girare si fermava il tempo, la vita, gli impegni. Il cellulare lo dovevo lasciare in auto e questo mi dava modo di respirare. Quando uscivo per qualche istante mi sembrava di dover prender fiato ed immergermi in mare. Acceso il telefono tornavo a prender contatto con la realtà. Pensavo ai ragazzi che lasciavo dentro alle loro vite sospese e alla mia fortuna».

Secondo te è un progetto esportabile in altre realtà?
«Credo fortemente che possa essere un progetto da coltivare in tante altre carceri.
Bollate ha sicuramente terreno fertile per progetti simili, molti carcere ahimè soffrono di problematiche molto più importanti da dover risolvere. Sovraffollamento, strutture decadenti dove scarseggia igiene e problemi legati alla mancanza di risorse umane. Spero che questo documentario possa veicolare nella società l’idea che progetti come questo fanno bene a tutti. Sopratutto alla società del futuro».

Fabio Fagnani
Giornalista e docente, in quest'ordine. Mi piacciono le discussioni, il calcio, il motorsport, il cinema, le serie TV, i fumetti, la tecnologia. Amo la politica e odio i politici. Guardo verso il futuro con un occhio sul passato. Sono stato Coordinatore Editoriale di Urban Magazine, Soccer Illustrated e Riders; contributor per Rolling Stone, Wired.it, Linkiesta.it, Moto.it, Dueruote e voce della MotoGP per Radio Sportiva. Oggi alle prese con la direzione di Cisiamo.info.