Ordine e disciplina. Se lo sostieni non sei con Platone, che non si legge e studia più: sei fascista

Continua così la distruzione dei valori civili e sociali che in nome di diritti e libertà per tutti, vedono spari in piazza, tra la folla, dei delinquenti assoldati dalla“mala”.

Ordine e disciplina
Ordine e disciplina

Barbari, non uomini, così li ha definiti il Cardinale Sepe col sangue di San Gennaro in mano, evidentemente rivolto non solo ai malavitosi del giorno. Anche ai loro mandanti, quelli che spingono avanti per pochi euro o qualche bustina di droga giovani rabbiosi e sicàri, forse perduti per sempre dalla società civile. Di certo a Napoli i nomi girano, nei quartieri e nei “palazzi” dell’Autorità, di certo nei cassetti delle scrivanie del Sindaco, del Questore, sel capo della Squadra mobile, del Colonnello dei Carabinieri, dei Magistrati della Procura, quei nomi ci sono: non ci si improvvisa “vendicatori” al’improvviso. Infatti poi li prendono, dopo aver commesso il “fatto”. Sono segnalati, con fascicoli e dossier documentati con nome e cognome sulla facciata, in copertina. Ma poi, che succede dopo? Chi li sorveglia, chi tiene sotto controllo il montare delle situazioni? Dove sono finiti gli “informatori” che i libri gialli ci hanno insegnato essere sempre presenti nelle indagini di lungo corso? Che fa l’intelligence delle forze di Polizia ?

C’è poco da legiferare in Parlamento, e approvare Decreti Sicurezza e leggine complementari, se poi quelle Forze dell’Ordine la forza non ce l’hanno. E non parliamo sempre e solo dei soldi che mancano, parliamo di volontà, di capacità, di “passione” nell’indagine, di fare il lavoro di “pulizia”sociale, di Polizia, con criterio, con “Ordine e Disciplina”, proprio quelle cose che faceva intravedere Platone duemilacinquecento anni fa. Ma che il progresso civile di “popolo” e di privacy dimenticano, sfrenando libertà poco liberali, tollerando l’intollerabile, in una società più avanzata, apparentemente ordinata secondo la Legge, i Codicì, l’etica e la morale comune della convivenza pacifica, “onesta”e tollerante, ma solo nella sicurezza, assicurata e tenuta in tiro, quando lo sia, “dall’ordine e dalla disciplina” di tutti e di ognuno.

ne parliamo in pausa pranzo

Non sono solo i “napoletani” a fare casino. Ormai infatti gli spari e il caos in piazza ci sono e si sono sentiti anche a nord, a Milano, a Torino, a Bologna e Firenze. Ed episodi di violenza, prepotenza e sopraffazione sono nella cronaca mattutina marchigiana, pugliese, genovese e vicentina: tutta l’Italia è paese. E l’omicidio di pregiudicati e di “pentiti di giustizia”, oltre che delle donne in fuga dalle botte e dalle mani dei presunti “proprietari” del loro corpo e del loro “amore” sono diventati “nostro fatto quotidiano”. C’è un rimedio alla bestialità, alla bassezza civile e morale che sta travolgendo le nostre giornate, con uno scorrere del tempo di vivere sempre meno condivisibile, sempre meno accettabile?

Forse nella penisola non siamo pronti e preparati alla Libertà, quella vera. Troppi retaggi antichi, di mafia, di camorra, di regimi opprimenti e impositivi, e di dittatura. Tutti ci hanno lasciato segni e cicatrici nazionali di cura difficile, la stessa “Liberazione” che non è stata solo quella del ’45. Prima ci hanno provato i trecento di Pisacane, poi la Repubblica Romana e le cinque giornate di Milano, centosettant’anni fa, poi tutto l’intero Risorgimento, e solo dopo quella più vicina, settantacinque anni fa, per liberare “il Paese” dal nazi-fascismo, coi partigiani accanto agli “alleati” vincitori della guerra d’occidente contro la barbarie e la prepotenza degli stivali e dei panzer della svastica. Una liberazione che brucia ancora le menti e i cuori di chi non si ritrova in pace nel progresso del paese. E ancora vede in anni di braccia tese e sabati d’adunata un tempo da cancellare. Insieme al simbolo, scalpellato da ogni muro e da ogni marmo esterno: quelle verghe con l’ascia in mezzo, il “marchio” dell’era, dimenticando o ignorando che quel fascio era il segno del potere degli Etruschi, poi del dominio di Roma. Uno dei grandi “segni” della Storia, poi recuperato dal regime del XX° secolo italiano per avere un fregio sui fez neri e sulle nere mostrine della milizia.

Il problema “fascismo” si chiude con la fine della guerra e i giorni della Liberazione. La Costituzione della “Repubblica Italiana” ha indicato la nuova via dello Stato e la direzione di marcia da seguire, cercando la pacificazione delle due parti contrapposte in una nazione rinnovata e coesa, indicando i valori di progresso sociale della società civile, unita dal tricolore e dalla libertà del lavoro e del pensiero: diritti fondamentali e irrinunciabili degli uomini e delle donne nel mondo oggi, nato da Platone, che già scriveva di Repubblica.

C’è ancora qualcuno, di tutt’e due le parti che si fronteggiavano,“intruppato” in inutili ricordi del passato, da valori malvissuti e superati dalla storia, che molto spesso non sono neanche suoi, ma “de ‘su nonno”, che rema contro i foulard degli altri, la storia scritta con la sinistra aizza la destra. Saremo capaci “de rimette palla al centro”, o lo lasciamo ai nipoti?

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Ennio Testa
Nel mezzo del cammin di… sua ottava decade, e non sentirsela addossol, dopo averne viste, sentite, vissute, lette e meditate di tutti i colori, di luce e di buio. Nato e vissuto a Roma, la città del cuore, di cui ama persino i “sanpietrini”, con ascendenze e attiva tradizione milanese, trasferito poi nelle terre etrusche altrettanto amate. Libero e vagabondo ha calpestato e conosciuto le vie di tutta l’Italia e della mezza Europa dove l’impegno l’ha portato, sommando esperienza e saperi che oggi l’aiutano a scrivere.