La maledizione di Ramsey, il giornalismo becero colpisce ancora

Morti celebri attribuite al giocatore, alimentano dicerie pericolose e diventano un suggerimento di Google nelle ricerche di oggi, che i giornali online cavalcano per aumentare i click.

Aaron Ramsey
La "maledizione di Ramsey" e la creazione di false notizie

La maledizione di Ramsey” così è chiamata l’infamia che, ieri ho scoperto per la prima volta, ha come oggetto il ben famoso giocatore gallese Aaron Ramsey, ragazzo di bella presenza – come solo i calciatori sanno essere – prossimo a diventare un nostrano bianco-nero.

La maledizione di Ramsey

Il fatto, che sintetizzerò proprio perché trovo che parlarne sia offensivo nei confronti del giocatore e della categoria dei giornalisti, è che DICONO che, ogni volta che Ramsey segna, un personaggio famoso muore. Ieri sarebbe stata la volta di Keith Flint famoso cantante di Prodigy (non si sapeva ancora del compianto Luke Perry). Morte quindi probabilmente causata dal goal del giocatore contro il Tottenham sabato 2 marzo. I social si scatenano parlando della Maledizione di Ramsey, associando a famosi goal del gallese morti celebri come quella di Bin Laden, Steve Jobs e altri …

L’accanimento dei giornalisti

Che il web si scateni con cattiverie alimentate dall’ignoranza è purtroppo cosa nota, e anche se non dovrebbe succedere, non ci stupisce più di tanto. Ciò che risulta realmente osceno è l’accanimento di sedicenti giornalisti, firme di giornali anche famosi, che pur di accaparrarsi qualche click riprendono questi commenti social per creare una notizia. Certo sottolineando quanto assurda sia questa diceria, ma di fatto parlandone, alimentando la curiosità morbosa e la credenza popolare e senza minimamente tener conto che il compito del giornalista sarebbe in primis INFORMARE , creando una coscienza collettiva.

Il confronto con il caso di Mia Martini

Altro elemento di stupore e disgusto è dato dal fatto che le stesse testate hanno dedicato non più di un paio di settimane fa, post strappalacrime a Mia Martini. Io sono Mia andato in onda su RaiUno e interpretato dalla bella e brava Serena Rossi infatti ha scosso le anime di molti facenti parte dello spettacolo e non, proprio perché, ripercorrendo la vita della cantante, ha messo in luce quanto le dicerie e le maldicenze abbiamo portato una delle voci italiane più belle in assoluto a fare l’immeritata fine che tutti conosciamo. Mia ha avuto il suo riscatto grazie a Serena.

I danni fatti dagli appellativi

Tutti, probabilmente anche chi, 20 anni fa, faceva gesti scaramantici al passare della Martini, si sono affrettati a condividere sui propri profili social foto insieme alla cantante ribadendo come “gli altri” avessero contribuito ad isolarla fino a portarla alla morte. Interviste esclusive sono state rilasciate su molti giornali dalla sorella famosa Loredana Bertè ma anche dalle altre sorelle meno famose. Tutto insomma per mostrare quanto questi appellativi di “iettatori” possano essere dannosi per la vita artistica, e ancor più per quella personale, di personaggi che sono sempre e soprattutto delle persone.

La caccia alla notizia

Eppure oggi tutti a parlar di Ramsey. Perché nel 2019 il giornalismo funziona così. Addio inchieste pericolose e giornalisti a caccia di verità di proiettiana memoria (ricordiamo tutti il celebre Bruno Palmieri interpretato da Gigi Proietti in “Una pallottola nel cuore”). Ora gli articoli, soprattutto sul web, hanno un’unica funzione: ripagarsi, quindi fare click. Più click si fanno più l’articolo guadagna. Semplicisticamente parlando. Questo il motivo per cui oggi la caccia alla notizia si fa sui social che spesso arrivano ben prima delle agenzie di stampa!

La notizia “acchiappa click”

I giornalisti di inchiesta sono stati sostituiti dai Social Media Manager, Web Content Manager, Copywriter Manger, Web Specialist e via discorrendo. Colleghi perlopiù giovani e perlopiù preparati, che passano in rassegna i principali social e magari i siti competitor avvalendosi anche di prestigiosi tools, alla ricerca della notizia che “non si può non dare” ma soprattutto della notizia “destinata a diventare virale” quindi a ricevere click, quindi a generare “soldi … soldi … soldi” ciac-ciac!

Così si creano false notizie

E’ questo il motivo per cui, senza guardare in faccia la deontologia, si creano false notizie, falsi miti e spesso false speranze. Si spara a zero su tutti senza far caso alla coerenza o al buon gusto di una linea editoriale, si alimentano dicerie pericolose e di cattivo gusto come quella sul povero Ramsey. Sicuramente qualcuno sta lì a cercare di scoprire chi sia morto qualche giorno prima o qualche giorno dopo qualche suo goal per potergliene imputare la causa.

Usciamo da queste logiche, usciamo dai social, proviamo ad essere più forti di questa mentalità che ci sta inghiottendo senza consenso. I calciatori segnano e la gente, purtroppo muore. E’ la vita non il povero Ram!

Francesca Manzari
Eternamente divisa fra la natia Bari e l'amata Milano, vivo nel perenne stato di contrapposizione fra romanticismo e dinamismo. Lettrice accanita e amante dei grandi classici degli scrittori russi, sogno un giorno di avere una lunga treccia bianca e fare la libraia di quartiere. Attenta e a tratti cinica osservatrice della realtà, scrivo per diletto "cose" che nessuno leggerà, solo per mettere in ordine i miei pensieri. Giornalista per passione, digital addicted per un fortunato caso.