Il racconto delle donne, vittime della Shoah

Le donne e la Shoah
Due donne costrette a girare nude per strada per poi essere trucidate

Dalla femminilità intrinseca nel termine “Shoah” che – pur indicando lo sterminio degli Ebrei vittime del genocidio nazista – si differenzia da quello di “Olocausto” in quanto non contempla il concetto di sacrificio inevitabile, sembra di riuscire ad accarezzare milioni di vite umane cessate, donando loro almeno il meritato compianto, la stessa che ha contraddistinto le numerose donne che mostrarono forza, determinazione, impegno, coraggio, intelligenza e costanza nel salvare centinaia di vite in un momento storico apocalittico: le donne della Shoah.

Donne vittime di violenza

Sebbene il rastrellamento della seconda guerra mondiale sembrasse, in un primo momento, appartenere esclusivamente agli uomini risparmiando donne e bambini, quando ci si rese conto che con l’avanzare del delirio nazista, ogni essere umano di razza ebrea, senza distinzione di genere o età, fosse destinato alladeportazione, le donne non si arresero. 

I racconti sulla Shoah

I numerosi racconti delle donne sopravvissute alla Shoah ci parlano di quel senso di vergogna proprio dell’essere femminile annientato, che fa della donna il fantasma di sé stessa ridotta al nulla. Nei campi di prigionia le donne si vergognavano della propria femminilità fatta a brandelli, disintegrata dai capelli rasati a zero e dalla nudità senza pietà, ridotte ad un numero tatuato sullapelle dell’avanbraccio che parla di lavori forzati, torture, denutrizione, freddo, fame, terrore, abusi sessuali. Ed è proprio in quella profonda disperazione che le donne riescono, ancora oggi, a trovare coesione. 

Durante la Shoah, molte donne rafforzarono la propria predisposizione naturale di “protettrici” di altri esseri umani, come accade fisiologicamente ad ogni donna, indipendentemente dal proprio divenire anche madre. Così come numerose furono le donne vittime nei campi di concentramento, soprattutto per mettere in salvo i propri figli, altrettante furono quelle che riuscirono a salvare vite umane.

La storia di Irena Sendler

Un esempio è Irena Sendler, infermiera polacca che dapprima organizzò una rete di soccorso nel ghetto di Varsavia (1940) e successivamente diventò la responsabile del dipartimento infantile nel Consiglio di aiuto agli ebrei (Zegota) con il nome in codice di Iolanta, riuscendo a salvare migliaia di bambini, caricandoli nelle ambulanze o in sacchi assieme a cadaveri fingendo fossero morti per poi destinarli a centri assistenza che provvedevano a smistarli in orfanotrofi o famiglie.

Fu poi arrestata e torturata ma riuscì a salvarsi, vivendo in clandestinità per poi ritornare ad aiutare migliaia di sopravvissuti ricollocandoli attraverso strutture ch’ella stessa riuscì a costituire.

Conoscere per non dimenticare

Le donne sopravvissute hanno sempre voluto raccontare, perché – come afferma Goti Bauer – «la sofferenza che abbiamo vissuto lì è di tutti».  Così, grazie a persone come Liliana Segre, reduce dei campi di concentramento di Auschwitz ed oggi Senatrice a vita, possiamo conoscere le barbarie perpetrate ai danni delle donne nei campi di concentramento ma anche la loro determinazione e forza fisica, come ci racconta da sopravvissuta all’atroce marcia della morte verso la Germania che segnò per sempre la sua ferma intenzione a «non girare mai la testa dall’altra parte», com’ella stessa afferma. 

Il racconto di Janina Bauman e di tante altre donne

Janina Bauman, prigioniera nel ghetto di Varsavia, riuscì a scappare e trascorse una vita tormentata ma dedicata al racconto, anche attraverso la pubblicazione di alcuni testi, della paura senza fine della vita nel ghetto. Come lei, tante altre sono le testimoni di esempi di solidarietà a donne fatte prigioniere nei campi di concentramento, come Annette Epaud, una resistente, sorpresa a dare acqua a una donna ebrea del blocco 25 e subito spedita nella camera a gas. 

Edith Bruck uscì dal lager distrutta ma fortificata al tempo stesso dalla determinazione nel voler comunicare la propria esperienza in un abbraccio all’umanità, rivolgendosi in particolare ai più giovani, volendo comunicare che non è mai tutto perduto. Margaret Buber Neumann nascose Germaine Tillion che scrisse: «I tenui fili dell’amicizia erano come sommersi dalla nuda brutalità di un tumultuoso egoismo ma tutto il lager ne era visibilmente intessuto».

Il dramma della Shoah

Nella sua profonda drammaticità, la Shoah ci trasmette anche esempi di forza e solidarietà tra donne unite nella stessa lotta alla sopravvivenza, desiderose di recuperare la propria dignità, in un tempo attuale in cui proprio le donne faticano a difendersi e a farsi aiutare da altre donne, non riuscendo a liberarsi dai propri carnefici proprio per quella stessa vergogna di essere state depredate della propria femminilità. 

Che possano, le coraggiose donne della Shoah, rappresentare non solo la memoria ma anche l’attuale impegno femminile alla solidarietà ed alla coesione allo scopo di contrastare i fenomeni di violenza di genere che negano la libertà.