L’Accademia della Crusca riabilita “esci il cane” : da oggi non è più un errore

Gli Accademici della Crusca appoggiano (sorprendentemente) l'uso transitivo dei verbi di movimento come "uscire" o "sedere", un uso molto diffuso nel Sud Italia. Ma non saranno artefici di una discriminazione nei confronti dell'uso settentrionale di "piuttosto che" in funzione disgiuntiva?

L'Accademia della Crusca
L'Accademia della Crusca appronta una pagina web dove gli utenti possono proporre parole da inserire a pieno diritto nella lingua italiano.

“Esci il cane”, oppure “siedi il bambino“. Quante volte abbiamo rabbrividito davanti a questi verbi di movimento, che secondo la brava grammatica italiana studiata alle elementari sarebbero intransitivi? Se li avessimo usati a scuola, in un compito, la maestra avrebbe sicuramente usato il proverbiale lapis blu per sottolineare che con questi verbi non si usa il complemento oggetto.

Ma si sa, la lingua cambia, e rapidamente, e anche i depositari del patrimonio linguistico e grammaticale devono prima o poi adeguarsi. Così ecco la sorprendente risposta a chi chiedeva se la costruzione fosse lecita, degli Accademici della Crusca, coloro che per eccellenza custodiscono il patrimonio della lingua italiana. Ebbene sì, dal loro empireo linguistico, gli Accademici hanno vaticinato a favore di queste espressioni, molto diffuse nel Sud Italia ma da sempre considerate sbagliate. “Diciamo insomma che sedere, come altri verbi di moto, ammette in usi regionali e popolari sempre più estesi anche l’oggetto diretto e che in questa costruzione ha una sua efficacia e sinteticità espressiva che può indurre a sorvolare sui suoi limiti grammaticali”.

La spiegazione

Non si tratterebbe però di una concessione ai meridionali. “Queste domande evocano situazioni, per così dire, tutte di ambito domestico, spesso caratterizzato da rapidità di linguaggio per affrontare determinate circostanze, per esempio quando c’è urgenza di far sedere, mettere seduto, posare su una sedia o un divano un bambino, magari piangente”. Questa la motivazione degli esperti: l’immediatezza delle circostanze permette una maggiore flessibilità nell’utilizzo delle espressioni considerate errate. “Non vedo il motivo per proibirla e neppure, a dire il vero, per sconsigliarla”. A parte il fatto, forse, che suona malissimo. Ma evidentemente, nientemeno che Vittorio Coletti, che così si è espresso, trova nulla da sconsigliare in espressioni come “salire e scendere ma anche uscire e persino, al Sud, entrare, che in molti italiani regionali (non solo meridionali) ammettono, specie all’imperativo, il complemento oggetto (sali/scendi il bambino dalla nonna, esci il cane)”.

Il problema di “piuttosto che”

Eppure, in maniera totalmente opposta, e passatemi il termine, anche un po’ supponente, si era espressa l’Accademia della Crusca a proposito di un uso invece partito da Torino: quello di “piuttosto che” usato con funzione disgiuntiva. La locuzione avrebbe come significato proprio “anziché“. E proprio in questi giorni sui social network si è potuta notare una cascata di meme che ne difendevano l’uso proprio contro il significato di “oppure“. E la Crusca era d’accordo. “Eppure non c’è bisogno di essere linguisti per rendersi conto dell’inammissibilità nell’uso dell’italiano d’un “piuttosto che” in sostituzione della disgiuntiva “o””, risponde la Crusca. Ovviamente, dopo aver fatto una tirata malevola sulla sventurata categoria dei giornalisti, artefici, ahinoi,  di molti mutamenti (peggiorativi) della lingua.

Il problema della comunicazione

Eppure, ed è la stessa Accademia a ricordarlo, il fenomeno è in atto ormai dagli anni ’80, quindi non si tratta di una moda passeggera. Ed è una moda diffusa, diffusissima anzi. Tanto che se gli Accademici scendessero dalla loro turris eburnea e chiedessero in metropolitana qual è il significato di “piuttosto che”, si accorgerebbero che la maggior parte delle persone la userebbe al posto di “o” disgiuntiva. E allora, cosa inficerebbe davvero la comunicazione? Siamo davvero sicuri che, invece, non sarebbe il significato proprio a risultare incomprensibile ai più in una conversazione?

Un fatto ideologico

E il problema che si pone qui è ideologico quanto linguistico. In quale misura vale la pena combattere contro le pale dei mulini a vento del cambiamento linguistico se poi si rischia di non essere più comprensibili?

Accettiamo l’uso (orribile, a pare mio) transitivo dei verbi di movimento. Ma allora non facciamone una tragedia per un “piuttosto che” usato come “oppure”.

Elisabetta Riboldi
Nata il 15 luglio 1992, ho seguito il tipico cursus honorum della letterata milanese: diploma al liceo classico G. Berchet, laurea triennale in Lettere Moderne e magistrale in Filologia Romanza presso l'Università degli Studi di Milano. Fervente appassionata di tutte le arti, curioso nelle librerie, alle mostre, nei musei; per quasi dieci anni ho seguito corsi di teatro e, in seguito, di danza ottocentesca. Ma quella stessa curiosità che mi porta a indagare l'arte e la storia mi àncora fortemente all'attualità, di cui cerco di indagare processi e retroscena.