Buzzi, Carminati & Co: la Cassazione spiega perché non era Mafia

Buzzi, Carminati & Co: la Cassazione spiega perché non era Mafia. Non c'erano il metodo mafioso, né l'assoggettamento omertoso né quel tipo di "fama" per l'associazione a delinquere, dicono gli ermellini

Carminati esce dal carcere, il legale:
Massimo Carminati

Buzzi, Carminati & Co: la Cassazione spiega perché non era Mafia. E’ stata depositata oggi la motivazione della sentenza della Sesta Sezione penale della Corte di Cassazione nel procedimento n. 9604/2019 nei confronti di Salvatore Buzzi e altri 31 imputati, noto come processo ‘Mafia capitale’. La complessa sentenza ha ripercorso le fasi del processo ed esaminato i numerosi motivi di ricorso, fissando alcuni principi di diritto sia in tema di associazione mafiosa, sia nella materia dei reati contro la pubblica amministrazione.

Buzzi, Carminati & Co: la Cassazione spiega perché non era Mafia

La Corte, tra diverse polemiche, ha escluso il carattere mafioso dell’associazione contestata agli imputati (ovvero il 416 bis) e ha riaffermato l’esistenza, già ritenuta nel processo di primo grado, di due distinte associazioni per delinquere semplici: una dedita prevalentemente a reati di estorsione, l’altra facente capo a Buzzi e Carminati, impegnata in una continua attività di corruzione nei confronti di funzionari e politici che gravitavano intorno al’amministrazione comunale romana o a enti a questa collegati.

La Corte, non negando affatto che sul territorio del comune di Roma possano esistere fenomeni criminali mafiosi, ha spiegato che nello specifico di quel processo i risultati probatori hanno portato a negare l’esistenza di una associazione per delinquere di stampo mafioso: non sono stati infatti evidenziati né l’utilizzo del metodo mafioso, né l’esistenza del conseguente assoggettamento omertoso ed è stato escluso che l’associazione possedesse una propria e autonoma “fama” criminale mafiosa.

Quel che è stato accertato è un fenomeno di collusione generalizzata, diffusa e sistemica, il cui cuore era l’associazione criminosa che gestiva gli interessi delle cooperative di Buzzi attraverso meccanismi di spartizione nella gestione degli appalti di Roma Capitale e degli enti che a questo facevano capo. Il che ha comportato la svalutazione del pubblico interesse, sacrificato a logiche di accaparramento a vantaggio di privati. Il quadro complessivo riporta un ”sistema” gravemente inquinato, non dalla paura, ma dal mercimonio della pubblica funzione. Una parte dell’amministrazione comunale si è di fatto ”consegnata” agli interessi del gruppo criminale che ha trovato un terreno fertile da coltivare. I fatti ”raccontano” anche di imprenditori che hanno accettato la logica professata da Buzzi e dai suoi sodali, basata sugli accordi corruttivi, intercorsi tra funzionari pubblici e imprenditori, convergenti verso reciproci vantaggi economici. Si è così limitata la libera concorrenza e ciò è avvenuto attraverso forme di corruzione sistematica, non precedute da alcun metodo intimidativo mafioso. Alla fine è stata confermata la responsabilità penale di quasi tutti gli imputati per una serie di gravi reati contro la Pa, oltre che per la partecipazione alle associazioni criminali, ribadendo sotto questi profili le precedenti decisioni di merito. L’annullamento con rinvio alla Corte di appello di Roma per qualche imputato è stato determinato dalla necessità di un nuovo giudizio sulla responsabilità per reati contro la pubblica amministrazione; in gran parte dei casi, invece (com’è accaduto per lo stesso Buzzi e per Massimo Carminati), dalla necessità di operare una rideterminazione della pena a seguito dell’esclusione del carattere mafioso delle due associazioni criminose.