Carabiniere ucciso a Roma: troppa sicurezza di sé o mancanza di disposizioni?

Mario Cerciello Rega è il carabiniere morto a Roma a causa di undici coltellate inferte. La vicenda presenta diversi punti sui quali riflettere.

Aggressione in ospedale, intervengono i Carabinieri
Aggressione in ospedale, intervengono i Carabinieri (foto repertorio)
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Un’altra vittima del dovere ha lasciato la famiglia nel dolore, affranta, sbigottita: la madre, una moglie sposata solo da un mese, incredule che la violenza cittadina potesse arrivare a tanto anche contro le forze dell’ordine. Quell’ordine che negli anni, in nome di esagitati diritti personali e vessilli inalberati contro un inammissibile “stato di polizia” invocato come male assoluto dello Stato democratico, la politica e le istituzioni hanno contribuito a demolire togliendo alle divise ogni traccia di potere e autorità.

Mentre crescevano le pretese e l’arroganza, il contrasto, la violenza; poi cresciute anche col bighellonare in caccia di euro e sostentamento da un numero ignoto di sconosciuti “clandestini” approdati in cerca di futuro sulle coste, nei paesi e nelle città di questo nostro tollerante confine d’Europa, creando disagio e timore nei cittadini.

Carabiniere ucciso a Roma, cosa non è andato

Quegli inaccettabili negativi “disvalori” hanno cambiato persino le divise, ricondizionate in“antisommossa”, con elmi protetti sulla nuca e scudi in plastica d’alto spessore a proteggere il viso e le mani degli uomini, e anche delle donne ora, col manganello e i guanti antitaglio, se li hanno avuti in dotazione. Quei “sinistri” valori continuano ad alimentare, ormai da qualche decennio, anche all’interno delle istituzioni civili del paese, l’indottrinamento ideologico “contro” ogni idea di regole e disciplinato ordine sociale.

Qualche notte fa hanno “ammazzato”, in modi da bestie – 11 coltellate! – un uomo comandato in servizio d’ordine. E un’insegnante, “una” insegnante per la precisione, (richiamando le arpie in cuffia intorno alla ghigliottina del terrore) indegna del ruolo ricoperto e del suo stesso genere, scrive nel post che diffonde nel mondo social: “Uno di meno, non ci mancherà”, con bieca vergognosa soddisfazione del suo balordo mondo di pensiero; sopprimendo ogni professionalità, ogni funzione educativa, e la sua stessa docenza, che perde il titolo alla cattedra per la dimostrata incapacità didattica. E che si spera verrà interrotta con un meritatissimo licenziamento in tronco come quello dell’altra collega del “dovete morire” rivolto ai poliziotti.

Il problema delle armi

Le armi da taglio, che la Legge “dovrebbe” limitare punendone il possesso, oggi stanno nelle tasche di molti pantaloni, non solo di adulti ma spesso, con orgoglio, anche di giovani e giovanissimi, insieme a smartphone e sigarette, senza riguardo a provenienze geografiche e colore della pelle del titolare, talora neanche al sesso: le “bad girl” hanno sempre le borse armate.

Nelle manifestazioni di piazza è abituale presenziare, oltre che coi megafoni, con “armi improprie” brandite con atteggiamenti di sfida da giovanotti intolleranti e impuniti, dei centri sociali o della destra di confine, secondo i temi del manifestare: bastoni, spranghe, ferri da scasso, bottiglie incendiarie, fino ai selciati divelti, ai cassonetti e agli estintori strappati dai muri. Tutto impiegato e scagliato contro Polizia e Carabinieri: guardie, “sbirri” contro cui “agitatori di popolo” tirano rabbia e pietre.

Il lavoro sul campo e i rischi

Nel controllo del territorio, anche notturno, a volte si va senza divisa, forse d’estate col caldo di luglio anche in maglietta, magari lasciando le armi a casa o nell’auto di servizio, come è accaduto all’ultima vittima, il cui compagno ha assistito inerte, impotente alla lunga serie degli undici colpi mortali inferti dal balordo di turno, semiubriaco, impasticcato o drogato di “sostanze”, il cui uso abituale gli ha bruciato il cervello.

Quell’Alt di due carabinieri, in borghese, senza armi nelle mani, senza giubbetti protettivi, a distanza ravvicinata e in un idioma sconosciuto, non gli ha fatto paura, anzi, ha scatenato l’istinto di difesa e l’attacco bestiale a ferire in sequenza mortale: undici colpi inflitti dal “trenknife” da guerra, lama diciotto, brunita, il coltello da corpo a corpo dei Marines, portato dagli USA in barba ai metaldetector aeroportuali.

Erano preparati a quell’attacco i due carabinieri in servizio? No, non erano pronti. Incoscienti o impreparati?

Molti film americani ci hanno mostrato il prudente accostarsi con cui agenti e sceriffi si avvicinano alle auto e agli individui sospetti, tenuti sempre sotto controllo: distanza di sicurezza, arma in mano, comunque pronta a difesa. In pattuglia, in due, meglio, difesa doppia. Da noi l’Arma ha commemorato un altro caduto nel compimento del dovere.

Ennio Testa
Nel mezzo del cammin di… sua ottava decade, e non sentirsela addossol, dopo averne viste, sentite, vissute, lette e meditate di tutti i colori, di luce e di buio. Nato e vissuto a Roma, la città del cuore, di cui ama persino i “sanpietrini”, con ascendenze e attiva tradizione milanese, trasferito poi nelle terre etrusche altrettanto amate. Libero e vagabondo ha calpestato e conosciuto le vie di tutta l’Italia e della mezza Europa dove l’impegno l’ha portato, sommando esperienza e saperi che oggi l’aiutano a scrivere.