Rocco Chinnici, ricordato il padre del pool antimafia

Il 29 giugno 1983 moriva per mano della mafia Rocco Chinnci, padre del pool antimafia, che è stato ricordato nell'anniversario della sua morte

Rocco Chinnici
Rocco Chinnici


Federico Pipitone è il nome di un giornalista e letterato di Palermo molto attivo nella corrente verista. Federico Pipitone è però anche il nome della strada di Palermo in cui abitava e venne ammazzato dalla mafia, il 29 giugno del 1983, Rocco Chinnici. Il giudice istruttore dalla grande faccia pensosa è stato commemorato con una messa nella caserma “Dalla Chiesa” e con la deposizione di una corona dove saltò in aria con scorta e portiere dello stabile nel secondo grande attentato bombarolo di Cosa nostra, il primo “a domicilio” con cui le coppole storte riposero il mitra e misero mano al tritolo.

Chi era Rocco Chinnici

Antonino Madonia, lo specialista dei Greco prestato alle strategie carogne dei viddani di Corleone, ne aveva racimolati 75 chili, stivandoli in una Fiat 126, vettura must per i mafiosi bombaroli. Tanto bastò a sperdere corpi per decine di metri dopo aver pigiato sul telecomando. Rocco Chinnici ebbe un’intuizione semplice quanto agghiacciante, per esiti sulla sua persona e implicazioni investigative: la mafia non può essere così forte, nel senso di impunita, senza maniglie nello Stato, e quella zona grigia dove coppole storte e colletti bianchi pascolavano assieme doveva essere presa di punta come e più dei delinquenti pistoleri e dei capi spersi negli orti a coltivare melanzane.

Ideare e creare il pool, da questo punto di vista, fu il semplice effetto logistico di una causa che, nel capoccione pensoso di Chinnici, ci aveva fatto il nido da tempo. I soldi, il controllo dei soldi e degli apparati dello stato che in Sicilia ne gestivano i flussi, erano il segreto. E poi il potere politico a traino di quello mafioso: dove il primo sforava dalle leggi, il secondo traeva foraggio e chiedeva sudditanza alle stanze dove si prendevano decisioni, per stare meglio, per aggiustare le cose o per prepararle ai cimenti banditi pianificati nelle masserie assolate sopra Palermo. Basta perciò con la mafia picciotta e ingenuamente teppista, basta con i boss al vertice della catena: in cima non c’erano loro, ma solo coltri di nuvole che coprivano la vera vetta, in punta alla quale c’erano i politici e i boiardi di Stato.

L’azione di Chinnici

Chinnici decise di diventare il vento che avrebbe spazzato via quelle nuvole, in pratica decise di morire nel momento stesso in cui alzò la testa e iniziò a guardare oltre le coppole dei capi. Dal rapporto “Michele Greco+161”, che poi andò a fare polpa nei faldoni del Maxi processo e sulla scrivania del suo successore Caponnetto, fino alla coppia più chiacchierata della Sicilia: i fratelli Nino e Ignazio Salvo, proconsoli e plenipotenziari di tutte le esattorie regionali. Intuire che i due gestivano flussi ed interessi che, facendo leva sulla legge speciale che in Sicilia assegnava il servizio in regime di monopolio, erano di fatto un bancomat a pronta presa per assecondare gli interessi delle cosche e raggiungere i politici che ad esse volevano strusciarsi per avere voti, fu un atto di coraggio, fiuto assoluto e spaventosa lucidità procedurale.

Tanto spaventosa che quel guizzo di ingegno si sarebbe portato a traino la morte di chi lo ebbe. “L’uccisione del giudice Chinnici fu voluta dai cugini Ignazio e Nino Salvo e ordinata dalla cupola mafiosa, per le indagini che il magistrato conduceva sui collegamenti tra la mafia e i santuari politico-economici”. Parole processuali dei Pm Nino Di Matteo e Anna Maria Palma. I Salvo erano “punciuti”, cioé affiliati alla famiglia di Salemi, una delle poche che poteva portare in Commissione provinciale istanze di carattere politico-economico e non “semplici” propostucole su chi spedire al creatore fra i nemici di quart’ordine di Cosa Nostra.

Quelle istanze erano il cordone ombelicale malefico che all’epoca legava la mafia palermitana e viddana alla corrente andreottiana della Dc incarnata in un altro capoccione, quello bianco e arcigno di Salvo Lima. Quando sarebbe stato chiesto tramite quest’ultimo di aggiustare le sentenze del “Maxi” e Lima non fu ligio al compito o comunque divenne terminale di quella mission fallita, i malommi spedirono al creatore pure lui e si guardarono intorno per fare il nido in altri orti politici emergenti.

La sua morte

Insomma, Chinnici doveva morire e morire in modo altisonante, come muoiono quelli di cui si è deciso di cancellare la memoria cancellandone la traccia fisica. “Finalmente è venuto il momento di rompere le corna a Chinnici, mettiti a disposizione di don Nino”. Secondo Giovanni Brusca, altro esperto di telecomandi assassini e all’epoca mandamentario di San Giuseppe Iato, a parlare così fu Totò Riina rivolgendosi a Nino Salvo e al padre di Brusca, il mafioso a 24 carati Bernardo, forse il suo colonnello più fedele assieme ai Ganci della Noce a Palermo. Di Chinnici sarebbe sbagliato però ricordare solo la cifra tecnica e il piglio procedurale.

La lotta alla mafia in campo culturale

Chinnici tenne a battesimo anche un’altra importatissima branca della lotta alla mafia: quella culturale, quella che le scava via il terreno da sotto i piedi e le sottrae i facili terreni delle menti giovani. Scorrazzava per le scuole come un forsennato, teneva conferenze ed incontri, irrompeva, letteralmente dato che era un omone con una voce posata ma tendente al basso e spiegava che si, il dovere di un giudice non era solo quello di applicare le leggi ma anche, usciti dal recinto procedurale della loro applicazione, di spiegare alle nuove generazioni l’etica che quelle leggi muoveva. Non cadde mai nell’errore di catalogare vecchia e nuova mafia ma colse la sottilissima e vitale usta dei nuovi metodi della stessa, e lì andò a picchiare duro.

A Giulio Borrelli che lo intervistava confessò il suo più forte rovello: quello di togliere ossigeno alla mafia del traffico di droga, alla mafia ripulita dalla sua originaria veste campestre, figlia e madre al contempo di se stessa. Per lui quegli uominicchi che stavano assassinando la Sicilia e l’Italia erano solo vecchi taglieggiatori da masseria che, in città, avevano scoperto nuove opportunità per stare al di fuori dalla legge, ma sempre con il piglio sfrontato dei campieri medioevali che sempre sarebbero rimasti. Era il ritratto sputato di Totò Riina, che in quel ritratto ci si rivide, prese d’aceto e, nella sua bestiale efficienza, ci mise rimedio. A via Federico Pipitone.

Giampiero Casoni
Giampiero Casoni, 50enne nato a Cassino, è da sempre un cronista di giudiziaria. Ha collaborato ed operato in redazione per Ciociara Oggi, La Provincia, di cui ha curato anche l'edizione nazionale e Provincia quotidiano, che ha recentemente accompagnato in esequie editoriali. Ha partecipato alla fondazione e vita di numerosi free press e pubblicato pezzi per agenzie dell'Alto Casertano aventi a tema soprattutto la camorra aversana. Autore di numerose inchieste sulla camorra domitia dei La Torre, si è cimentato anche con la scrittura, pubblicando romanzi sui clan secondiglianesi e sillogi poetiche. Appassionato di storia e umorista a tempo perso, cura con molta approssimazione e svogliatezza il blog Bignè all'aceto, di cui intende, da qui a qualche secolo, riesumare i fasti potenziali assieme alla compagna, la scrittrice Monia Lauroni, moderna eroina martirizzata dal suo perenne borbottare.